Il Question time, la politica e l’amministrazione

 

Proviamo a sentire il polso della politica tarantina riflettendo sulle ultime sedute di Consiglio Comunale
pubblicato il 10 Ottobre 2021, 15:05
7 mins

Chi legge le nostre cronache dal Consiglio Comunale lo sa: il Question Time è uno strumento interessante ma bisognoso di perfezionamento. Per coloro che, però, non sapessero affatto di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro.

Perché un Question Time in Consiglio Comunale?

L’espressione anglosassone “Question Time” è ormai già da molti anni nota a chi segue le cronache parlamentari. Si tratta di sedute dedicate, per l’appunto, alle interrogazioni che i deputati e i senatori rivolgono al Governo su temi specifici, ricevendo una risposta ufficiale in aula. Ricalcando questo modello, dall’inizio di questa consigliatura (avevamo raccontato qui l’esordio di questa nuova modalità) anche in Comune hanno fatto capolino le sedute di Question Time.

Disciplinate dall’articolo 42 del Regolamento sul funzionamento del Consiglio Comunale, «Le riunioni del Consiglio Comunale del “Question time” sono dedicate alle: Comunicazioni politiche del Sindaco, degli Assessori, del Presidente del Consiglio; discussione e votazione di Ordini del Giorno, mozioni e risoluzioni consiliari, risposte ad interrogazioni ed interpellanze ed interventi urgenti su aspetti ed argomenti che non risultano iscritti all’O.d.G. della seduta». Non solo, ma il regolamento stesso indica come finalità ultima dei Question time quella di «dare maggiore spazio e risalto agli atti ed alle iniziative politico-istituzionali dei singoli Consiglieri, dei Gruppi e delle Commissioni consiliari e alle azioni strategiche poste in essere dalla stessa Amministrazione Comunale».

Va da sé, leggendo ciò che i documenti affermano, che quelle di Question time siano, paradossalmente, sedute molto più “politiche” rispetto alle sedute ordinarie che spesso sono dominate dall’approvazione di atti dovuti, come la ratifica dei debiti fuori bilancio. Fa dunque ancora più specie che da ormai diverso tempo i Question time si siano trasformati in sedute fondamentalmente inconcludenti.

Una catena di nulla di fatto

Perché parliamo di questo? Perché la seduta dello scorso 29 settembre è stata forse l’esempio più lampante di quanto andiamo raccontando ormai da tempo. In due ore e venti di discussione (qui lo streaming della seduta) poco o nulla è stato effettivamente discusso. L’ordine del giorno, del resto, era fatto in maggioranza di punti provenienti da sedute precedenti: interrogazioni rimaste senza risposte e rinviate, ma anche mozioni che in votazione non avevano raggiunto il numero legale e che pertanto vengono stancamente riproposte in aula anche per cinque volte consecutive, pur sapendo benissimo di andare incontro a nuovo sicuro rinvio. Il tutto, senza che nulla faccia presagire un esito differente alla prossima tornata.

Le ragioni di una crisi

Chiaramente peccheremmo di presunzione se ci mettessimo ad emettere sentenze sul perché le cose non stanno funzionando a dovere, ma questo non ci vieta di individuare degli spunti di riflessione.

Di sicuro esiste una questione regolamentare. Accomunare le interrogazioni (che non richiedono un numero legale, ma la semplice presenza in aula degli interroganti e degli interrogati) e le mozioni (che necessitano della partecipazione al voto di almeno undici consiglieri, pari a un terzo della composizione dell’aula) non si è rivelata una soluzione felice alla prova dei fatti. Senza i tanto temuti “atti dovuti” a trainare in alto i numeri delle presenze, le mozioni cadono il più delle volte nel vuoto di un’aula con pochissimi consiglieri, per lo più equamente distribuiti fra maggioranza e opposizioni. Non è improbabile, allora, che in futuro si debba ridiscutere questa collocazione, eventualmente riportando le mozioni nell’originale alveo delle sedute ordinarie. Così facendo, al Question time resterebbero le interrogazioni, seguendo più da vicino il modello parlamentare.

Dietro alle questioni formali, però, sembra trasparire un dato più schiettamente politico. Il dibattito, in questo ultimo anno di consigliatura, pare essersi inaridito. La discussione, che nei primi anni di questo ciclo ha affrontato anche temi molto alti di confronto sul futuro della città, pare ora trascinarsi stancamente, quasi a fatica. Il confronto di idee troppo spesso lascia il posto a vuoti tira e molla procedurali, che possono protrarsi anche per ore. Il tutto nell’assenza o nel silenzio assordante di coloro che dovrebbero essere i naturali protagonisti del dibattito. Non solo il sindaco, di cui più volte abbiamo sottolineato le assenze dall’aula (sistematiche, nel caso dei Question time, in cui la risposta è sempre delegata al vicesindaco o ad un assessore), ma anche i suoi ex-sfidanti per la carica di primo cittadino sono più silenti che protagonisti del dibattito e alcuni sono più spesso nell’elenco degli assenti giustificati che in quello dei presenti.

L’immagine che traspare in questi mesi assistendo ad una seduta di Consiglio Comunale, dunque, non è affatto quella di “massima assise cittadina”. La politica sembra arretrare, lasciando l’intera scena, di conseguenza, all’attività di amministrazione. Essenziale anch’essa (infatti ve ne rendiamo conto quotidianamente, che si tratti di piste ciclabili o di fondi per nuovi progetti di integrazione sociale), ma non possiamo non rilevare che qualche equilibrio si sia incrinato nei palazzi cittadini. La speranza, perciò, è quella di vedere di nuovo una politica autenticamente protagonista, come lo è stata più volte in questa consigliatura quando si è discusso, animatamente ma proficuamente, di grandi temi come lo sviluppo urbanistico della città e le grandi questioni della mobilità e del rilancio dell’alta formazione. Non dobbiamo dimenticare che gli anni che stiamo vivendo e che ci apprestiamo a vivere rappresenteranno, fra progetti, eventi e pioggia di fondi nazionali ed europei, un punto di svolta per Taranto. La politica cittadina risponderà all’appello?

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