“Torniamo a puntare sui talenti italiani”

 

La ricetta del diesse della Prisma Taranto, Mirko Corsano
pubblicato il 20 Agosto 2021, 21:23
9 mins

Umiltà, passione ed entusiasmo. Sono queste le caratteristiche della nuova avventura pallavolistica di Mirko Corsano ha iniziato la sua nuova avventura pallavolistica. Dopo aver vinto tanto come giocatore sia a livello di club che di nazionale, l’ex giocatore della Lube, è pronto a sfruttare la chance che la Prisma Taranto Volley gli ha dato di tornare in SuperLega ma questa volta da direttore sportivo.

“Per me la prossima sarà una stagione importante. Imparerò tantissime cose nuove, tante ne sto già imparando adesso” – dice – “Sono felice perché la Prisma Volley mi sta dando la possibilità di arricchirmi professionalmente. L’entusiasmo deve esserci sempre alla base di ogni cosa che si fa. Io voglio fare bene, rendermi utile, rappresentare una risorsa per Taranto, al di là che sia stato in passato un pallavolista più o meno bravo”.

Cominciamo dall’attualità. La Lega Pallavolo di serie A ha lanciato il suo grido di allarme: ”Senza pubblico nei palazzetti il volley è destinato a morire”. Il 35% di capienza autorizzata dal Governo non consente ai club di vivere serenamente la nuova stagione dovendo rinunciare ad una fetta importante degli introiti derivanti dagli incassi dopo una stagione di lacrime e sangue…

Condividiamo il pensiero della Lega e come Prisma Taranto abbiamo volentieri fatto la nostra parte esprimendo in un comunicato il nostro disappunto. Speriamo che si riesca a toccare le corde giuste e che si arrivi almeno all’obiettivo minimo del 50% di presenze nei palazzetti. Abbiamo bisogno del supporto del nostro pubblico non solo dal punto di vita morale ma anche del sostegno economico al club. E ci spiace constatare che nella nostra Italia ci siano delle evidenti incongruenze e mi riferisco ai casi dei concerti tenuti senza il rispetto delle distanze, al rave party clandestino piuttosto che alle discoteche non osservano le regole

Parliamo, invece, di questa preparazione in vista della nuova stagione agonistica. Come procede il lavoro dentro e fuori il campo?

Per il momento va tutto bene. Al momento non ci sono stati intoppi nonostante la squadra si sia allenata con delle temperature proibitive vista l’afa degli scorsi giorni. Stiamo svolgendo un lavoro prevalentemente fisico.I ragazzi, che in gran parte già si conoscevano tra loro, mi pare abbiano già legato bene e c’è una buona condivisione del tempo anche fuori dal campo. Ovviamente non siamo al completo perché mancano gli stranieri più Laurenzano e Stefani impegnati con le nazionali giovanili. Mentre Gironi, nelle scorse ore, è rientrato dallo stage con la nazionale maggiore.

In una SuperLega che un po’ tutti dividono in tre fasce (i top club, le squadre consolidate e quelle che devono lottare per la permanenza), quale collocazione avrà la Prisma Taranto?

Chiaramente dobbiamo pensare a mantenere la categoria. Occorre tirare una linea rispetto alla scorsa stagione. La SuperLega è totalmente differente dalla A/2. La Prisma Taranto dovrà avere pazienza ed accettare i momenti di difficoltà trovando quella compattezza di gruppo per affrontarli nella maniera più giusta ed equilibrata. E come gruppo non mi riferisco solo alla squadra o alla società ma anche a tutto l’ambiente.

Sarà un campionato con tanti stranieri, alcuni provenienti da federazioni che non hanno grande tradizione pallavolistica (Albania, Svizzera, Danimarca). La Prisma Taranto, un po’ in controtendenza, ha anche per necessità, puntato su un nucleo italiano. Ampliando il discorso e visto che dalle Olimpiadi il movimento italiano ne è uscito con le ossa rotte, non è il caso di rivedere il numero degli stranieri in campo piuttosto che regolamentare quello degli italiani?

Sono dell’idea che è sempre preferibile, per far crescere il nostro movimento, puntare sugli atleti italiani anche se poi si fanno dei discorsi legati alla convenienza economica. Però, è sotto gli occhi di tutti che come federazione vinciamo tanto a livello giovanile e poco a livello senior. L’ultimo oro risale al 2005. Dovremmo avere la pazienza di far giocare i nostri giovani talenti, farli crescere, aspettarli. Occorre rischiare qualcosa se si vogliono cambiare le cose. La nostra serie A, ritenuta la più competitiva al mondo, è diventata allenante per gli stranieri. Lo è stata anche in passato con i serbi, gli olandesi o i brasiliani che venivano ad imparare ma noi avevamo una nazionale che riusciva a competere ad altissimi livelli. Quando ho iniziato a giocare io c’erano soltanto due stranieri in campo in A/1 ed uno in A/2.  Giovani italiani come me, Papi, Meoni o Giretto hanno esordito tutti in quegli anni lì. Eravamo juniores, facevamo parte di grandi club e alla fine ci mettevano in campo, perché lo meritavamo, quando ce n’era bisogno e sapevamo già di prenderci le nostre responsabilità. Bisogna dire anche che eravamo seguiti da fior di allenatori che ci insegnavano veramente la tecnica. Dunque io limiterei il numero degli stranieri e punterei ancora più decisamente sui settori giovanili a costo di qualche anno in più di sofferenza dal punto di vista dei risultati.

A proposito di quelli della tua generazione o comunque di giocatori che hanno dato tanto al movimento italiano. Per un certo periodo siete stati quasi ingombranti. Non c’era spazio per voi come dirigenti né in federazione, tantomeno nei club. Al limite molti di voi sono diventanti degli ottimi commentatori televisivi. Negli ultimi anni, invece, si è registrata una controtendenza grazie alla presenza di Papi e Giretto al seguito della nazionale o di Zlatanov, Fei, Bonati e Sartoretti negli organigrammi dirigenziali dei club. Che ne pensi?

L’analisi non fa una grinza. Non posso che confermare. Sta all’intelligenza di un club o di un allenatore vederti come una risorsa. Se vieni percepito come un problema allora vuol dire che chi ti giudica è un mediocre. Chi ha avuto una carriera di un certo livello da atleta non può che essere di aiuto: ha vissuto di pallavolo, ha avuto esperienze di un certo livello, sa cosa significa approcciare ad una partita importante, come prepararsi fuori e dentro il campo. E’ pur vero che, io ex giocatore, non voglio ricoprire un ruolo in questo mondo solamente per via degli illustri trascorsi ma per le mie capacità attuali. Non è che il mio passato mi autorizza ad essere un top anche da dirigente. Devo dimostrarlo e mettermi continuamente in discussione.

Infine, proprio parlando di trascorsi illustri. Qual è il tuo più bel ricordo da giocatore?

La prima vittoria con la Nazionale ai Mondiali del 1998 in Giappone. Ho vissuto un’emozione molto forte. Mi sono sentito felice, appagato ed orgoglioso. Quella era una squadra che aveva una grandissima mentalità vincente. Si approcciava al torneo amichevole o alla manifestazione ufficiale con la stesso spirito ossia vincere e non partecipare solamente.

*credit foto: lube volley e federvolley

 

 

 

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