Don Giuseppe Cesareo: operaio Ilva, papà e anche nonno

 

pubblicato il 31 Luglio 2021, 09:54
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E’ usuale rivolgersi a un sacerdote con l’appellativo di “padre”. Ma che vi si unisca anche quelli di “papà” e “nonno” è quanto meno inusuale. E’ il caso di don Giuseppe Cesareo, tarantino, che, dopo una felice vita coniugale con due figli e quattro nipoti, divenuto vedovo, indossa l’abito sacerdotale. Perplessità riscontrate nella gente? “Assolutamente no – risponde –. Le persone ascoltano col cuore aperto i miei consigli sulle problematiche familiari e lavorative, avendole vissute prima di loro”. Dopo anni di missione in Inghilterra, quale sacerdote ‘fidei donum’, e, ancor prima di parrocato nella diocesi di Cosenza, don Giuseppe, all’età di 82 anni, ora collabora con i frati cappuccini della parrocchia di San Lorenzo da Brindisi, in viale Magna Grecia, celebrando l’Eucarestia, confessando e seguendo le comunità neocatecumenali, l’esperienza ecclesiale che lo ha formato. Spesso, per parlare più tranquillamente e in modo approfondito, egli riceve chi chiede un colloquio o una direzione spirituale nella vicina abitazione delle case popolari, dove ha vissuto con la famiglia.

“Tutto avrei pensato, tranne che di diventare sacerdotale in età avanzata – racconta -. La mia vita è stata densa di avvenimenti: dallo stabilimento siderurgico (dapprima come operaio sugli impianti e poi come amministrativo) all’incontro con Maria, bellissima ragazza sordomuta che, nonostante le perplessità dei miei parenti, ho portato all’altare e mi ha reso felice. Poi, l’impegno in politica nel Partito Popolare, di cui ero segretario amministrativo della sezione locale. A un certo punto mi candidai al Comune e pensai di raggranellare voti frequentando le catechesi per adulti in San Lorenzo da Brindisi. Non trovai quanto cercato ma ebbi l’incontro con Gesù Cristo che dette contenuti nuovi alla mia esistenza. E da allora ho sempre servito la Chiesa nel Cammino neocatecumenale, portando agli altri l’annuncio che ha cambiato la mia vita”.

Don Giuseppe, fra l’altro, racconta di essere fra i pochissimi sopravissuti di tutti i colleghi che lavoravano con lui sugli impianti Ilva, stroncati dal tumore: “Dio – commenta – evidentemente mi ha voluto salvaguardare per i suoi progetti”.

Poi la malattia della consorte. “Supplicai il Signore di preservarle la vista, la cui perdita, per lei già sordomuta, le avrebbe reso particolarmente penosa la vita – racconta -. Mi recai anche alla tomba di Padre Pio affinchè intercedesse. Alla fine Maria continuò a vedere ma dopo qualche tempo morì. Non riuscivo ad accettarlo. Per aiutarmi, mi proposero un pellegrinaggio in Israele. Così nella chiesa della Natività, in Gerusalemme, mentre ero in raccoglimento davanti alla tomba di San Girolamo, avvertii fortemente la chiamata al sacerdozio. Pieno di stupore, pronunciai il mio ‘sì’”.

Dopo un periodo di discernimento, don Giuseppe rese nota la sua decisione. “I miei figli ne furono contenti e mi incoraggiarono in questa scelta – continua –. Pienamente consenziente fu l’allora arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa, anche se inizialmente mi avrebbe voluto fra i frati cappuccini. Nella chiesa della Madonna della Fiducia ci fu la celebrazione dell’invio, presieduta dallo stesso mons. Papa, il quale, davanti a tutta l’assemblea, a un certo punto, esclamò: ‘Adesso i nonni stanno entrando in seminario! E voi, giovani, quando dovete entrare?’”.

Dopo l’entrata al seminario neocatecumenale “Redemptoris Mater” di Macerata e la frequenza del vicino istituto teologico marchigiano di Fermo, don Giuseppe dovette tornare a Taranto per assistere i genitori. Alla loro scomparsa, la vocazione sacerdotale fu confermata dal vescovo di Cosenza, mons. Salvatore Nunnari, che acconsentì al suo ingresso nel locale seminario. Quindi, completati gli studi teologici – racconta – nel 2014 ci fu finalmente la mia ordinazione sacerdotale, con i primi incarichi di vicario parrocchiale a Cosenza e di parroco sostituto a San Giovanni in Fiore. Conosciuta la mia singolare situazione, i fedeli venivano sempre più a confidarsi con me, aprendosi all’annuncio del Kerigma, cioè del Signore che ci ama fino a dare la vita per ognuno di noi. In quel periodo seguii spiritualmente anche coppie di coniugi in disaccordo, spesso ottenendone, grazie allo Spirito Santo, la riconciliazione”.

Poi l‘esperienza missionaria a Playmouth, in Inghilterra, sacerdote “fidei donum”. Successivamente per tre anni è stato anche direttore spirituale del seminario di Trieste, su richiesta del vescovo mons. Crepaldi. Infine, il recente ritorno a Taranto dovuto a problemi di salute e all’età avanzata, pur se don Giuseppe continua a mantenere una grande lucidità e vivacità di spirito.

“Noi sacerdoti con i fedeli espletiamo lo stesso umile quanto prezioso servizio degli oss (operatori socio-sanitari) verso gli ammalati negli ospedali – conclude –. Infatti, attraverso le Confessione, ripuliamo da ogni sporcizia spirituale, restituendo l’innocenza dell’anima. E a questo non mi sono mai sottratto”.

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