Con Gio Ponti dietro le quinte della Concattedrale

 

Pubblicato integralmente il carteggio fra il grande architetto e l’Arcivescovo Motolese, che racconta l’impresa titanica per realizzare il grande tempio tarantino.
pubblicato il 15 Luglio 2021, 23:30
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Chino, nella notte, intento a dipingere e, insieme, a pregare. L’anno è il 1970, il soggetto è Gio Ponti e l’oggetto è l’icona dell’Annunciazione che di lì a pochi mesi ornerà l’abside della Concattedrale di Taranto.

Questa ed altre fortissime immagini vengono fuori dal carteggio, fittissimo, che il grande architetto ormai al culmine della propria esperienza artistica intrattiene con l’Arcivescovo di Taranto Guglielmo Motolese. Oggi quelle lettere, a lungo tenute in un cassetto dal Vescovo martinese e rese note alla fine degli anni ’80, sono per la prima volta pubblicate in maniera integrale. A curare il carteggio, il prof. Vittorio De Marco, direttore della Biblioteca Arcivescovile e ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università del Salento, ma soprattutto colui al quale per primo Motolese, alla fine del suo episcopato tarantino, consegna quei fogli in parte manoscritti, in parte battuti a macchina, spesso ricchi di disegni, schizzi e decorazioni a mano.

Il volume che raccoglie e in parte riproduce quelle lettere, edito da SilvanaEditoriale nella collana “Biblioteca di Architettura”, viene presentato nel chiostro del Museo Diocesano, che da qualche tempo ospita la mostra che ricorda i cinquant’anni dalla dedicazione del grande tempio di viale Magna Grecia. All’incontro prendono parte, oltre al prof. De Marco e al direttore del MuDi don Francesco Simone, Daniela Lattanzi (Segretariato Regionale del MiC per la Lombardia), Fernando Errico (Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Brindisi e Lecce) e Gabriele Rossi (Politecnico di Bari). Le loro parole ci guidano per mano fra quelle di Gio Ponti. Parole dalle quali emerge il racconto di un’opera titanica; un sogno e una tortura al tempo stesso. Come un moderno Michelangelo alle prese con il suo Giudizio Universale, perfino un grande come Ponti pare sentirsi come un novellino, schiacciato non solo dalla mole dell’opera ma dall’importanza che egli stesso le attribuisce. Negli anni del post-Concilio e della riforma liturgica, il credente e l’architetto si sentono entrambi inadeguati, bisognosi di un continuo, talora estenuante, conforto da parte del “protettore” Motolese. E ciononostante, Ponti si sobbarca il peso di un’opera “totale”, di cui vuole supervisionare anche il più piccolo aspetto, dalle decorazioni agli arredi liturgici, alla scelta dei materiali, all’urbanistica esterna (di cui poco, però, fu effettivamente realizzato). Ripartendo da zero ma, al tempo stesso, rimanendo fedele ai propri stilemi caratteristici, che si ritrovano anche nelle chiese che il grande architetto progetta per la sua Milano, dalle finestrature esagonali all’iconografia delle tre croci del calvario.

La lettura di questo carteggio, a cinquant’anni dal termine di quell’impresa, serve ad accendere un ulteriore riflettore sulla grande opera d’arte che è la Concattedrale, perché siano per primi i tarantini a riconoscerne ed apprezzarne il valore quale capolavoro dell’architettura (sacra e non solo) del ventesimo secolo. Un ennesimo tassello da recuperare per comporre il mosaico della grande bellezza di Taranto.

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