La politica ascolti la scienza. E segua la ragione

 

La Valutazione del Danno Sanitario, all'interno del riesame dell'AIA per l'ex Ilva, indica chiaramente dove e come intervenire per gestire l'esistente e il futuro
pubblicato il 12 Luglio 2021, 18:50
24 mins

Abbiamo volutamente atteso la sentenza di primo grado del processo Ambiente Svenduto e quella del Consiglio di Stato, nonostante avessimo la possibilità di dare la notizia in anticipo rispetto a chiunque. Ma sapevamo il caos mediatico che avrebbero generato i due ultimi pronunciamenti giudiziari. E soprattutto sapevamo che in molti avrebbero riportato e diffuso la notizia in maniera ancora una volta piuttosto distorta.

Lo abbiamo fatto perché da almeno 20 anni a questa parte continuiamo a pensare che l’approfondimento, l’attenta lettura dei documenti, la consultazione delle fonti dirette e più affidabili ed una lunga riflessione, siano ancora oggi gli strumenti migliori per conoscere e fare informazione. Pur sapendo che oramai, da anni, questo metodo di lavoro sociale e scientifico si stia perdendo sempre più. Fagocitato dai social, da mass media che non approfondiscono più, da enti e istituzioni che troppo spesso vedono ai loro vertici personalità e personaggi del tutto inadeguati per il ruolo loro affidatogli, spesso volutamente assenti o farneticanti sui temi cruciali. Il che, nel corso del tempo, ha creato un vuoto comunicativo che viene inevitabilmente colmato da chi, da anni, ha capito che occupando quegli spazi può invadere le menti di molti con qualsivoglia informazione. Che sia vera, verosimile o del tutto infondata, poco importa. Perché tanto nessuno poi approfondirà e si porrà il dubbio se ciò che ha letto o sentito corrisponda alla realtà o meno. Nè chi avrà diffuso informazioni manipolate o tendenziose si prenderà la briga di rettificarle chiedendo scusa: giammai. È così che tante vicende negli anni si sono stratificate fino a diventare verità inconfutabili che vengono ripetute come un mantra: altro che oblio della comunicazione e della rete.

Ma nel 2021 tutto questo non è più accettabile. La competenza, la serietà e il coraggio di scegliere e di decidere, sono qualità dalle quali non si può più prescindere quando si occupano ruoli politici primari. Specie poi quando in ballo c’è il futuro di un intero territorio per i prossimi decenni a venire.

Questa breve premessa introduce l’argomento di questo articolo. In cui esporremo i contenuti e le conclusioni riferite al documento redatto dalla Asl di Taranto, ARPA Puglia ed AReSS all’interno del provvedimento di riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale di cui al DPCM del 29/09/2017 dello stabilimento siderurgico Acciaierie d’Italia (ex ArcelorMittal Italia S.p.A. di Taranto) di cui abbiamo scritto più volte in passato, che ha come fine quello di introdurre eventuali condizioni aggiuntive motivate da ragioni sanitarie. 

Lo faremo dando tutte quelle informazioni che, volutamente, le istituzioni fanno finta di non conoscere e che permette a molti esponenti e partiti politici di sproloquiare su aspetti scientifici da cui dipende il nostro futuro. Elementi che però anche le stesse associazioni del variegato mondo ambientalista e non del territorio, accuratamente omettono per mantenere in piedi il loro costrutto logico-dialettico a cui si da incredibilmente più credito rispetto a chi quegli stessi studi li ha realizzati. Un aspetto agghiacciante che dovrebbe far riflettere più di qualcuno. 

(leggi l’ultimo articolo sulla Valutazione del Danno Sanitario https://www.corriereditaranto.it/2021/02/08/valutazione-danno-sanitario-ecco-i-nuovi-dati/)

Cosa dice la Valutazione del Danno Sanitario

A riferimento sono stati presi i livelli emissivi dello stabilimento correlati alla produzione di 6 milioni tonnellate/anno di acciaio attualmente autorizzata, insieme a quelli previsti al completamento degli interventi elencati nel DPCM del 29/09/2017 (scenario riferito ad una produzione di 8 milioni di tonnellate/anno di acciaio), ed i dati sanitari aggiornati agli ultimi anni, allo scopo di segnalare eventuali criticità e proporre, se del caso, la modifica delle condizioni di esercizio attualmente autorizzate per lo stabilimento, al fine di consentire le ulteriori attività istruttorie in ordine al riesame. 

La relazione illustra, quindi, i risultati complessivi della Valutazione del Danno Sanitario (VDS) con approccio tossicologico e approccio epidemiologico aggiornata, rispetto alla prima trasmissione di dicembre 2019, con i dati di Mercurio (Hg – da emissioni puntuali e diffuse), Rame (Cu- da emissioni puntuali e diffuse), naftalene (da emissioni diffuse) oltre che delle frazioni di particolato PM10 e PM2,5 (di origine primaria, da emissioni puntuali e diffuse), mentre ciò non è stato possibile per il rame (Cu) in quanto in letteratura non è presente una concentrazione di riferimento valida per tale inquinante. Lo scenario emissivo complessivo è stato validato in occasione della riunione plenaria tenutasi, in remoto, lo scorso 16/02/2021 presso il ministero dell’Ambiente (ora ministero della Transizione Ecologica). 

(leggi l’articolo https://ww,w.corriereditaranto.it/2020/04/23/ex-ilva-minambiente-ok-scenario-emissivo-a-6-milioni/)

Ai fini della valutazione del danno sanitario “ante operam” (prima dei lavori), corrispondente al quadro emissivo pari a 6 milioni di tonnellate annue di acciaio, sono stati considerati due sotto-scenari, denominati rispettivamente: Scenario UCL95 e Scenario KM mean2. Il primo è lo scenario emissivo peggiore, ottenuto considerando i livelli emissivi corrispondenti al limite superiore di ciascun intervallo, applicando quindi l’atteggiamento più conservativo possibile in un’ottica di massima precauzione. Lo scenario KM Mean è lo scenario che considera i valori medi stimati da PROUCL, un software statistico per applicazioni ambientali referenziato, utilizzato in numerose Valutazioni d’Impatto Sanitario, revisionato ed approvato dalla U.S. Environmental Protection Agency (EPA) per ciascun inquinante.

Attenzione: lo scenario ante operam significa che lo studio è stato realizzato tenendo conto della copertura dei parchi, di una copertura dei nastri pari al 65% e della non copertura delle torri. Dunque di uno stadio intermedio, ad essere larghi, dei vari interventi previsti ed ancora in corso. Questo aspetto è fondamentale perché non venendo specificato da chi diffonde i risultati della relazione in questione, lascia credere nel lettore o nel cittadino che tale studio si riferisca ad una valutazione sulle emissioni a prescrizione tutte attuate: questo si potrà invece effettuare solo con il post operam, ovvero al completamento di tutte le prescrizioni.

La valutazione del rischio cancerogeno inalatorio, stimato con approccio tossicologico e associato alle emissioni in atmosfera relative allo stabilimento, per gli inquinanti valutati (Benzene, Naftalene, Benzo(a)pirene, Arsenico, Cadmio, Cromo VI, Nichel, Piombo, Diossine, PCB) e per entrambi i sotto-scenari emissivi considerati (relativi alle elaborazioni statistiche cd. ‘UCL95’ e ‘KM Mean’), mostra un valore di rischio compreso nel range 1×10‐6-1×10‐4 (uno su un milione – uno su diecimila), per il quale l’US-EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti) indica l’esigenza di valutare in modo discrezionale l’opportunità di interventi di contenimento.

Tale risultato non cambia con l’introduzione della valutazione del naftalene da fonti diffuse, rispetto alle valutazioni condotte nella prima fase preliminare per la valutazione del rischio cancerogeno (di cui al rapporto trasmesso a dicembre 2019).

Il rischio inalatorio non cancerogeno per le per sostanze considerate (Arsenico, Benzo(a)pirene, Benzene, Cadmio, Cromo VI, Diossine, Mercurio, Naftalene, Nichel, Selenio), stimato con approccio tossicologico, è risultato inferiore a 1 per tutti gli organi bersaglio considerati.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2016/02/22/linee-guida-viias-approvate-il-caso-taranto-e-la-vds-di-arpa-puglia-del-2012-ma-servono-studi-nuovi/)

La valutazione dell’impatto sanitario delle emissioni di frazioni fini di particolato, PM10 e PM2,5, stimato attraverso l’approccio della valutazione sull’impatto della salute (Health Impact Assessment), ha consentito di valutare i decessi attribuibili alle ricadute delle polveri nello scenario emissivo in studio. Il numero dei decessi attribuibili al contributo aggiuntivo di PM2,5 e di PM10 dell’impianto siderurgico AMI di Taranto appare in diminuzione se confrontato con gli scenari emissivi analizzati nel precedente studio VIIAS.

Ai fini della valutazione dell’accettabilità del rischio, è stata adottata la stima del rischio cumulativo a vita incrementale per tumore del polmone associato all’esposizione a PM2,5 e PM10 in relazione allo scenario attualmente autorizzato.

I risultati mostrano nel quartiere Tamburi, prossimo allo stabilimento siderurgico, rischi superiori alla soglia di accettabilità fissata a 1×10-4 per entrambi gli inquinanti oggetto di studio; nell’intera area in studio i rischi stimati sono comunque superiori a 1×10-5, ovvero all’interno dell’intervallo (1×10‐4 – 1×10‐6), range per il quale US-EPA indica l’esigenza di valutare in modo discrezionale l’opportunità di interventi di contenimento.

Si osserva pertanto – come già nella precedente esperienza condotta nel 2019 – una convergenza dei risultati dei due approcci, tossicologico ed epidemiologico, che portano, per l’intera area, a raccomandare l’adozione di ulteriori misure finalizzate al contenimento dell’esposizione agli inquinanti considerati. 

Attraverso l’approccio epidemiologico è risultato possibile restringere la valutazione anche a livello sub-comunale, considerando l’esposizione della popolazione residente nel quartiere più vicino all’area industriale e tenendo conto del profilo di salute specifico, attraverso i tassi di mortalità di background: i risultati della valutazione dell’impatto sanitario all’esposizione a PM10 e PM2,5 nell’area del quartiere Tamburi indicano che è indispensabile procedere ad una riduzione dell’esposizione della popolazione residente per ricondurre il rischio all’interno di una soglia accettabile.

(leggi l’articolo sugli ultimi dati del Registro Tumori https://www.corriereditaranto.it/2021/02/16/22222registro-tumori-taranto-trend-in-lieve-dimunizione/)

Le percentuali di riduzione di pm10 e pm2,5

Al fine di fornire indicazioni circa il livello di contenimento delle polveri sono state effettuate analisi con l’obiettivo di individuare il valore soglia di esposizione ponderata della popolazione al di sotto del quale si determina un impatto sanitario in termini di rischio cumulativo a vita incrementale inferiore alla soglia di accettabilità.

Con riferimento al PM2,5, il rischio diventerebbe accettabile se la concentrazione media annuale di PWE (esposizione ponderata della popolazione) del PM2,5 fosse pari a 0,4 μg/m3, corrispondente ad una riduzione percentuale delle PWE (esposizione ponderata della popolazione), nel quartiere Tamburi, pari al 48%.

Nel caso del PM10 sono stati identificati due valori di PWE (esposizione ponderata della popolazione) ottenuti applicando il rischio relativo dello studio di Chen e Hoek e il rischio relativo dello studio di coorte condotto a Taranto nel 2016. In merito all’applicazione dei RR (rischio relativo) di Chen e Hoek, il valore soglia dovrebbe essere pari al massimo a 0,59 μg/m3, ovvero essere corrispondente ad una riduzione del 64%; se si considera il RR (rischio relativo) ottenuto dallo studio di coorte, la riduzione dovrebbe essere del 42%, corrispondente a un valore della PWE (esposizione ponderata della popolazione) pari a 0,93 μg/m3. 

Attraverso un’analisi di source apportionment (ripartizione della fonte) sono state individuate le sorgenti di particolato, al fine di orientare gli interventi di ulteriore contenimento delle emissioni, da cui emerge che il contributo delle emissioni diffuse dell’area a caldo è prevalente rispetto a quello della movimentazione.

(rileggi l’articolo sull’utimo rapporto Sentieri https://www.corriereditaranto.it/2019/06/06/2sentieri-taranto-conferma-eccesso-mortalita/)

Le indicazioni della relazione

La relazione in questione è uno step intermedio nel procedimento di riesame AIA, non essendosi conclusa la valutazione riferita allo scenario a 8 mln ton/anno di acciaio, sulla base della quale sarà possibile formulare proposte analitiche in ordine alla eventuale modifica delle condizioni di esercizio autorizzate. 

Allo stato, considerando uno scenario ante-operam, le indicazioni che è possibile proporre riguardano almeno il non procrastinabile completamento di tutti gli interventi di ambientalizzazione finalizzati a ridurre le emissioni di polveri. 

La valutazione del danno sanitario “ante operam” corrispondente al quadro emissivo relativo alla produzione attualmente autorizzata dal DPCM 29.09.2017 e pari a 6 milioni di tonnellate annue di acciaio, ha configurato criticità relativamente alle emissioni di polveri fini e all’impatto che queste possono avere nel quartiere Tamburi di Taranto (limitrofo allo stabilimento in esame).

Inoltre gli Enti scriventi ritengono percorribile una istruttoria di riesame dell’AIA che preveda la riduzione dell’impatto di dette polveri del 48% di PM2,5 e del 64% di PM10, già in questa fase, rispetto allo scenario ante-operam presentato, attraverso prescrizioni che intervengano sulle sorgenti individuate. 

Il rapido completamento di tutti gli interventi di ambientalizzazione, che riguardano anche le emissioni di polveri, già previsti da diversi anni dai decreti autorizzativi succedutisi, unitamente ad una azione focalizzata sulle emissioni diffuse dell’area a caldo dello stabilimento potrebbe fornire un contributo rilevante i fini della riduzione dell’impatto delle polveri. 

In particolare si pone l’attenzione sui ritardi rispetto alle scadenze inizialmente previste nell’attuazione delle prescrizioni del DPCM che possono impattare significativamente sulle emissioni di polveri.

Infine, relativamente alla fase di valutazione del danno sanitario “post operam”, corrispondente al quadro emissivo relativo alla produzione di 8 milioni di tonnellate annue di acciaio, produzione autorizzata a valle della conclusione di tutti gli interventi ambientali previsti dal DPCM del 2017, si attende specifico avvio dell’istruttoria da parte del Ministero, evidenziando sin da ora che da quanto emerge da una preliminare disamina della documentazione fornita dal Gestore per lo scenario post operam, i livelli emissivi delle polveri (in questo caso solo PTS, da cui deriveranno PM10 e PM2.5) sembrano essere in aumento rispetto allo scenario ante-operam, per cui, a maggior ragione, è necessario prendere in esame una riduzione delle polveri al fine di ricondurre il rischio in profili di accettabilità.

(leggi l’articolo sulla spiegazione dell’ISS sulle malformazioni infantili https://www.corriereditaranto.it/2019/06/06/studio-sentieri-i-chiarimenti-delliss-su-eccessi-patologie-e-malformazioni/)

 

Le nostre conclusioni

Tutto ciò detto, la prima notizia, quella sulla quale la politica è chiamata a decidere, è che la scienza ancora una volta ci dice che esiste un “danno sanitario minimo non accettabile” in alcune circostanze, ma sopratutto, cosa che nessuno ha avuto il coraggio di dichiarare, che ne esiste uno accettabile. Ed è su quest’ultimo che va fatta la scelta. E’ su quest’ultimo che vanno tarate tutte le decisioni. E’ su quest’ultimo che si decide il futuro. Qualsivoglia piano industriale ed ambientale, o progetto di qualunque tipologia impiantistica, deve avere questo dato come base di studio.

Il rischio sanitario minimo accettabile è circoscritto in pochi numeri, ovvero 1×10-4: che significa che non si deve ammalare a causa delle emissioni del siderurgico, più di un cittadino ogni diecimila abitanti. Da questo dato bisogna partire. Attualmente, il rischio seppur di poco supera questo dato. 

Le indicazioni sono chiare: effettuare per tempo tutti gli interventi previsti dal Piano Ambientale 2017. Perché lo studio, è specificato decine di volte, è ‘ante operam’, ovvero prima che le prescrizioni siano state attuate. Certamente però, la politica dovrebbe anche qui intervenire, ripristinando ciò che nel 2013 venne impedito per decreto (come ricorda il prof. Giorgio Assennato e l’ex ministro alla Salute Balduzzi): ovvero consentire anche una valutazione del danno sanitario post operam, anno dopo anno, per essere scientificamente certi che le tecnologie in uso siano compatibili con l’ambiente e la salute. 

Ovviamente è pacifico che se si dovesse implementare il ciclo integrale del siderurgico con forni elettrici, riducendo le attività degli impianti dell’area a caldo più inquinanti (in particolar modo cokerie e agglomerato), l’obiettivo sarebbe assolutamente alla portata. Ancor di più con l’eventuale uso futuristico dell’idrogeno

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/04/20/bonifiche-ex-ilva-la-falda-resta-un-problema2/)

Detto ciò, qualora la politica, invece di parlare del nulla, dichiarasse senza fronzoli che non voglia accettare il ‘rischio sanitario minimo accettabile’, che lo dica chiaramente. Ma questo, implicitamente, dovrà valere per qualunque attività: perché dato per assodato che in scienza non esiste il rischio zero, così come nella vita di tutti i giorni, il rischio non bisognerà accettarlo dall’Eni o dall’Hydrochemical, dalle discariche, dagli impianti come cementifici o sansifici, da una serie infinita di metodi nel settore dell’agroalimentare, dalle macchine alle moto ai mezzi pubblici di città, alle caldaie ed altro ancora. Cioè bisognerebbe applicare lo stesso metro a qualunque attività se alla base di ogni ragionamento si vuol mettere la salvaguardia dell’ambiente e della salute. 

Questo significherebbe rivoluzionare del tutto il nostro modo di stare al mondo. E nel mondo. Soprattutto, vorremmo dire a chi oggi discetta di questi argomenti, che il modo di stare al mondo e nel mondo, è cambiato ad inizio 1800 con la seconda rivoluzione industriale: quella nella quale ancora siamo immersi, nonostante ci si sia inventati il 3.0, il 4.0 e menate simili. E’ lì, in quel preciso momento di passaggio storico, che il genere umano ha scelto una nuova esistenza. E’ lì che si è scelto di sacrificare il pianeta terra alle nostre esigenze. E’ lì che ci si è trasformati nella oramai famosa società dei consumi indotti (chiamati appunto così perché la maggior parte dei quali non necessari alla nostra sopravvivenza). Il fatto che ciò sia avvenuto per imposizione delle maggiori economie mondiali a scapito di oltre la metà del mondo (trasformando il colonialismo del 1500 nell’imperialismo del 1800) è un’analisi storico-economica giustissima, ma che lascia il tempo che trova. Perché è profondamente ipocrita chiedere la chiusura di determinate attività industriali, quando ognuno di noi nella sua vita usufruisce ancora oggi dei beni da quelle attività prodotti. E quando ognuno di noi, di fatto, non ha alcuna intenzione a rinunciarvi.

Oggi, nel 2021, ci sarebbe la possibilità di cambiare rotta, applicando le migliori tecnologie in ogni ambito, producendo un continuo decremento dell’impatto delle nostre attività sul pianeta. E’ la così detta transizione che durerà diversi decenni, non pochi anni. Ma all’interno di quello che sarà inevitabilmente un processo storico-sociale-scientifico che farà storia e cambierà la storia, da tempo si è perso di vista l’elemento centrale di tutto questo discorso: l’uomo. E il suo lavoro. Come si perse nel 1800. Solo che lì lo si iniziò a sfruttare senza alcun ritegno. E servirono oltre 100 anni di lotte, di morti, per ottenere i diritti di cui oggi godiamo, spesso inconsapevolmente. Oggi, duecento anni dopo, stiamo commettendo lo stesso errore, ma al contrario. Per provare a riparare i danni compiuti in due secoli di industrializzazione tagliamo di netto, a parole o realmente e senza alcun rispetto e lungimiranza, decine di migliaia di posti di lavoro ogni giorno. Distruggendo esistenze personali ed intere famiglie. Tutto questo non può chiamarsi futuro. Né progresso o sviluppo. Meno che mai transizione ecologica.

E’ tra la logica della scienza e la logica della ragione, che va trovato il giusto mezzo. Il punto di equilibrio. E’ un compito improbo, certo. Ma è quello che compete a chi ricopre ruoli di gestione del potere. A chi ha in mano le sorti di decine di migliaia, milioni, miliardi di persone. Per fare tutto questo serve una classe dirigente seria, non illuminata. Servono persone competenti, coraggiose, oneste mentalmente e moralmente. Questo bisogna fare. Avere il coraggio di uscire dal proprio guscio, dal proprio isolamento. Nonostante la quotidiana grancassa mediatica dei social. Nonostante ogni giorni a decine, in qualunque ruolo, discettano, sentenziano, sproloquiano. Serve la forza dell’ostinazione. Serve resistere alla barbarie. Sempre. Abbiamo i mezzi per farlo. Solo così, forse, ci salveremo. Tutti, nessuno escluso. Ad maiora.

leggi tutti gli articoli sull’Osservatorio Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=osservatorio+ilva&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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