Ex Ilva e bonifiche: Legambiente scrive a Draghi e ministri

 

pubblicato il 07 Luglio 2021, 11:00
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Legambiente torna a intervenire sui problemi di Taranto, ex Ilva e bonifiche in primo luogo, con una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio, ed ai Ministri della Transizione Ecologica, della Salute, dello Sviluppo Economico, del Lavoro e Politiche Sociali e per il Sud e la Coesione Territoriale, firmata dal presidente nazionale Stefano Ciafani, da Ruggero Ronzulli, presidente regionale, e Lunetta Franco, la presidente di Legambiente Taranto.

Ecco il testo integrale della lettera:

Egregio Presidente del Consiglio, egregi Ministri, a valle della sentenza del Consiglio di Stato che ha lasciato in funzione l’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto ci rivolgiamo a Voi per chiedere che il Governo adotti con urgenza alcuni provvedimenti volti a conciliare in concreto, nella cittadina jonica, i temi del diritto alla salute, del diritto al lavoro e della transizione ecologica verso un diverso sviluppo.

Non ripercorreremo qui l’incredibile vicenda della ex Ilva e del decennio che ci separa dalla prima Autorizzazione Integrata Ambientale, quella del 2011, così sbilanciata verso la tutela degli interessi produttivi da sembrare scritta sotto dettatura della famiglia Riva, allora patron della fabbrica: siamo certi che ne abbiate piena contezza. Vogliamo sottolineare solo due elementi recenti:

1) lo stesso Consiglio di Stato, a fronte di 10 anni trascorsi senza che lo Stato sia stato in grado di garantire l’effettuazione degli interventi ritenuti dallo Stato stesso necessari a rendere compatibile l’attività dello stabilimento con la vita degli abitanti di Taranto, ha tenuto comunque a indicare nella sua sentenza ” In primo luogo, che nella città di Taranto vi sia una problematica di carattere sanitario e ambientale, correlata all’attività industriale (anche) dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto, è oramai un fatto che può reputarsi “pacifico”, a fini processuali”

2) Dalla Valutazione del Danno Sanitario effettuata da ARPA Puglia, AReSS Puglia e ASL Taranto nell’ambito del procedimento di riesame della autorizzazione integrata ambientale per lo stabilimento Acciaierie d’Italia, e trasmessa in data 18 maggio u.s. al Ministero della Transizione Ecologica, “avendo a riferimento i livelli emissivi dello stabilimento correlati alla produzione di 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio attualmente autorizzata” ….. emerge “la permanenza di un rischio sanitario residuo non accettabile relativo ad uno scenario di produzione di 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio”

Per questo crediamo necessario ed urgente che il Governo disponga una integrazione della Valutazione del Danno Sanitario succitata, volta ad appurare la produzione annua di acciaio realizzabile in base all’attuale quadro emissivo dal siderurgico di Taranto da parte di impianti oggetto di rilevanti interventi prescritti dall’A.I.A. ancora inattuati, a partire da quelli relativi alle cokerie da cui notoriamente provengono emissioni di sostanze tra le più nocive di quelle prodotte dallo stabilimento.

Nelle more della realizzazione di tale integrazione chiediamo che il Governo, con decretazione d’urgenza, abbatta in via prudenziale del 50% la capacità produttiva massima attribuita agli impianti attualmente in uso, portandola da 6 a 3 milioni di tonnellate annue.

Si tratta di misure a nostro avviso indispensabili per salvaguardare il diritto alla salute dei cittadini di Taranto e per restituire loro una fiducia nello Stato gravemente compromessa da un decennio segnato dalla continua proroga delle scadenze stabilite dalle prescrizioni A.I.A., che la pur giusta e importante decisione di segno inverso recentemente assunta per la batteria 12 delle cokerie non può cancellare.

Riteniamo altresì che qualunque nuovo Piano Industriale posto a base di un processo di decarbonizzazione che porti in tempi ragionevoli – e non biblici – alla fine del ciclo integrale basato sul carbone prevedendo da subito, insieme a forni elettrici, l’avvio della rivoluzione dell’idrogeno verde per la produzione di acciaio, debba essere sottoposto al vaglio di una scrupolosa valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario tale da scongiurare a priori la possibilità di nuovi malati e morti attribuibili ai processi produttivi.

L’altra grande questione su cui sollecitiamo la Vostra attenzione ed interventi che, anche in questo caso con urgenza, segnino una discontinuità con il passato è quello della bonifica dei suoli, della falda e dei fondali marini contaminati da decenni di sversamenti, non solo dell’ex Ilva, con particolare riguardo al Mar Piccolo di Taranto, da un lato, ed alle aree rimaste nelle disponibilità dei Commissari di Ilva in a.s. dall’altro.

Per il Mar Piccolo crediamo significativo riportarvi le parole pronunciate nel gennaio 2004, più di 17 anni fa, da Altero Mattioli, allora Ministro dell’Ambiente, all’indomani del provvedimento con cui venivano stanziati fondi per la sua bonifica “Bonificare una vasta area altamente inquinata. L’obiettivo a medio termine dell’operazione è quello di realizzare le condizioni per il rilancio non solo ambientale ma anche socio-economico dell’area, con una importante ricaduta turistica. L’obiettivo immediato è quello di riportare la qualità dei sedimenti presenti nel sito a valori tali da consentire in piena sicurezza gli attuali usi di molluschicoltura e ittiocoltura”.

Già allora, era prevista la “caratterizzazione e bonifica dei sedimenti su un’area marina antistante la costa meridionale del Primo Seno del Mar Piccolo….una superficie pari a 170 ettari … oggetto di pesante contaminazione da inquinanti di elevata pericolosità”.

Peccato che a quelle parole non siano seguiti i fatti. Dopo anni di silenzio, a gennaio 2013 la bonifica del Mar Piccolo di Taranto è rientrata nelle competenze del primo ”Commissario straordinario per gli interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto” nella persona dell’ingegner Alfio Pini cui – dall’8 luglio 2014- è succeduta la dottoressa Vera Corbelli, fino a giungere dal 2 ottobre 2020 al Prefetto di Taranto, il dottor Demetrio Martino.

Dal gennaio 2013 sono passati più di otto anni, ma la situazione per il Mar Piccolo purtroppo non è cambiata: i sedimenti contaminati continuano a restare al loro posto e la bonifica continua a essere in alto mare. I fondali sono stati interessati sinora solo da lavori di rimozione e smaltimento di materiali di natura antropica (veicoli, pneumatici, ecc…), peraltro ancora da completare. Una delle aree più importanti di Taranto, sia dal punto di vista identitario che per le attività economiche che vi si svolgevano e che vi si potrebbero svolgere, rimane ancora da bonificare.

In questi 8 anni il Mar Piccolo è stato oggetto di nuovi numerosi studi, dopo la decisione della dottoressa Corbelli di considerare insufficiente la relazione prodotta da Arpa Puglia ad aprile del 2014, in cui erano state già indicate alcune linee guida da utilizzare per la bonifica di un ecosistema estremamente complesso che necessita di diverse tipologie di intervento. Una relazione, quella di ARPA Puglia, che seguiva lo studio sul grave stato di contaminazione del Mar Piccolo fatto da ISPRA nel 2010, la mappa sulla distribuzione del PCB nei sedimenti di Mar Piccolo e Mar Grande realizzata nel 2011 dal CNR di Taranto, e la “Relazione tecnica sullo stato di inquinamento da PCB nel SIN Taranto ed in aree limitrofe” prodotta dalla Regione Puglia nel 2011.

Noi crediamo sia giunto il momento di passare dagli studi e dalle analisi ai fatti, utilizzando le risorse già stanziate, ed altre cui si potrebbe attingere attraverso l’utilizzo dei fondi europei del Just Transition Fund, per avviare la bonifica delle aree destinate alla mitilicultura e di quelle in cui sono già previsti importanti interventi territoriali.

Anche per le aree e per le operazioni di bonifica affidate ai Commissari straordinari di Ilva in a.s. c’è estremo bisogno di un cambio di passo, a partire dalla comunicazione al territorio, ai cittadini, di quel poco che è stato fatto finora, degli interventi programmati, dei loro tempi ed esiti attesi: finora questa comunicazione non è avvenuta e i cittadini ignorano quante delle cospicue risorse rivenienti dalla famiglia Riva e destinate alla bonifica siano state già spese, e per fare cosa, quante impegnate, quante ancora in attesa di una destinazione, e con quali ricadute sul territorio e sull’ambiente.

Noi crediamo, infine, che la cornice che può contenere decarbonizzazione, bonifica e transizione ecologica, sostenere lavoratori, PMI, start-up e incubatori nello sviluppo di nuove opportunità economiche, dei green job, diversificare il tessuto produttivo e lasciarsi alle spalle la monocultura dell’acciaio, sia costituita da un Accordo di programma che comprenda Enti locali e forze sociali. Dopo tanti mesi, l’8 luglio, tornerà a riunirsi il tavolo del C.I.S., il Contratto Istituzionale di Sviluppo, di Taranto: ci auguriamo che, oltre a dare una decisa accelerazione ai progetti in cantiere, sia l’occasione per avviare una discussione che porti nelle prossime settimane a dare vita a questo Accordo”.

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