Morire nel silenzio del Tara e della molle Tarentum

 

Sul decesso del 38enne di Avellino della scorsa settimana è calato il silenzio gelido che accoglie e accetta tutto quello che non ruota intorno ai soliti show nostrani
pubblicato il 17 Giugno 2021, 22:08
9 mins

Se Antonio Cresta fosse stato un operaio diretto di Acciaierie d’Italia; oppure dell’ex ArcelorMittal Italia; o dell’ex Ilva in Amministrazione Straordinaria, la sua dipartita avrebbe conquistato tutte le prime pagine dei giornali nazionali ed un servizio nei telegiornali delle principali emittenti televisive nazionali e regionali. Se Antonio Cresta fosse morto sotto un altoforno; se il suo incidente mortale fosse avvenuto in acciaieria, o nei parchi minerali, o all’interno del siderurgico; o se fosse caduto in mare con la sua gru al IV sporgente del porto di Taranto, del suo decesso avrebbero parlato tutti i politici locali, regionali e nazionali; dicendo che ‘no, quegli impianti sono sempre più insicuri e vanno fermati‘; se fosse accaduto tutto questo, per Antonio Cresta sarebbero stati immediatamente convocati dei sit-in di protesta e scioperi di 24 ore; e sarebbe stato eletto come nuovo ‘martire‘ sacrificato sull’altare del profitto del siderurgico da tutta la società ‘civile‘ tarantina; stesso destino, anche se in tono decisamente minore, gli sarebbe toccato qualora fosse stato un lavoratore dell’Eni.

Ed invece, per l’appena 38enne Antonio Cresta, tutto questo semplicemente non ci sarà. Perché questo giovane lavoratore, ha avuto la ‘sfortuna‘ di morire sei giorni fa mentre lavorava presso un anonimo cantiere edile, che stava effettuando dei lavori di manutenzione presso il fiume Tara, all’interno del programma di manutenzione idraulica degli argini. Non era tarantino Antonio Cresta ma campano, e lavorava per la società Romano Edilglobal Srl di Castelfranci, un paesino di appena 2mila anime in provincia di Avellino. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, ancora molto parziale, sarebbe stato colpito in pieno da un mezzo meccanico manovrato in quel momento da un altro lavoratore.

(leggi anche https://www.corriereditaranto.it/2020/05/02/manutenzione-e-bonifica-del-fiume-tara-via-libera-alla-gara-dappalto/)

Su tutto questo farà però luce l’inchiesta aperta dalla Procura di Taranto, affidata al pm Francesco Ciardo, che dopo aver disposto il sequestro dell’area, ha dato mandato al Spesal e e Polizia di Stato, l’incarico di effettuare gli accertamenti necessari ed ha fissato per domani l’incarico al medico legale per l’accertamento autoptico. Ci sarebbero già otto indagati a cui è stato recapitato un avviso di garanzia, che consentirà a legali e consulenti di parte di  partecipare anche all’accertamento tecnico irripetibile. L’ipotesi di reato è cooperazione colposa in omicidio colposo, per inosservanza delle norme in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Ciò che desta sconcerto però, è appunto il totale silenzio su quest’ennesima morte sul lavoro. Anche dell’amministrazione comunale che è stazione appaltante ed a cui la Fillea Cgil ha chiesto un incontro immediato per fare il punto della situazione. L’ente finanziatore dei lavori, per un ammontare di 700mila euro è l’Autorità di Bacino Distrettuale, che ha sottoscritto con l’ente civico una Convenzione Operativa il 15 novembre del 2019. Mentre la Determina Dirigenziale con cui sono stati aggiudicati i lavori è la n.749 del 10.07.2020: il contratto d’appalto è stato sottoscritto il 19.11.2020. Oltre al danno, impagabile per una vita così giovane andata perduta, la beffa della fine dei lavori prevista proprio per giugno 2021.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/11/28/manutenzione-straordinaria-e-pulizia-del-fiume-tara/)

Ma tutto questo, evidentemente, non interessa praticamente a nessuno. Perchè la morte di Antonio Cresta non porta con sè alcun ritorno d’immagine. Nessuna notorietà, nessuna visibiltà. Nemmeno l’eventuale processo regalerà momenti di avanspettacolo. Anzi, rischia anche di essere controproducente quando vai a mettere le mani e il naso nel mondo dei tanti cantieri edili (come anche nel settore dei servizi e di tanti altri settori) dove spesso, purtroppo, il rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro è ancora oggi un tema alquanto precario. Cantieri nei quali ogni giorno, in Italia, perdono la vita uomini e donne di ogni età. Dove spesso l’appalto, il subappalto, si perdono in una giungla senza fine, inestricabile anche per chi, tra lavoratori e sindacalisti vorrebbe vederci chiaro, vorrebbe far rispettare le regole, vorrebbe proteggere i lavoratori.

E’ lo stesso amaro destino che è stato riservato a Natalino Albano, operaio della Peyrani Sud deceduto lo scorso 29 aprile presso il IV sporgente di ponente del porto di Taranto, mentre si trovava su una nave dove stava facendo attività di rizzaggio, ovvero stava fissando alcune pale eoliche dell’azienda Vestas. Anche lui risucchiato nel vortice dell’indifferenza più totale.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2021/04/29/2incidente-mortale-al-porto-di-taranto2/)

Ed invece, soprattutto nella nostra realtà, siamo stati capaci, soprattutto negli ultimi anni, di creare nell’immaginario collettivo lavortori di serie A e lavoratori di serie B. Addirittura, da tempo, siamo costretti ad ascoltare, anche a livello politico, discorsi di razzismo territoriale. Principio secondo il quale dovremmo interessarci del futuro lavorativo dei soli tarantini che lavorano ad esempio nella grande industria (perché tutte le altre vertenze minori, dalla ex Cementir alla ex Marcegaglia, dalla ex Miroglio all’ex Taranto Isolaverde, o delle crisi delle aziende minori del porto e del siderugico pochissimo se ne interessano): per tutti gli altri che ci pensassero le relative province o regioni d’appartenza. Come a dire, tanto per fare un esempio, che alla Leonardo di Grottaglie dovrebbero lavorare solo i nativi di Grottaglie. Pazzesco. Da brividi.

Negli ultimi 20 anni il mondo del lavoro è cambiato in peggio. Oltre cento anni e più di battaglie per i diritti dei lavoratori si stanno lentamente perdendo. A causa di un’economia sempre più arida, che ha trasformato milioni di lavoratori in disperati individualisti che si tengono stretto quel poco che hanno per non rischiare di perdere tutto. Il che spesso vuol dire, nella pratica, accettare anche quello che mai si dovrebbe accettare. Perchè poi, quando di mezzo ci si mette la vita con le sue coincidenze, è troppo tardi per tornare indietro.

Qualunque sia il pensiero di ciascuno, è innegabile che ancora oggi il lavoro sia il centro della vita di ogni essere umano. E lì che sempre si torna e da lì che si deve partire per ridisegnare il futuro economico di un territorio o di un’intera nazione. Che poi il lavoro non debba occupare l’intera esistenza di ognuno di noi e che dovrebbe essere una gioia, una passione, una libera scelta e che dovrebbe essercene per tutti in abbondanza e debba avere una retribuzione più che degna, è assunto scontato, ma purtroppo ancora utopistico.

I lavoratori sono tutti uguali. La dignità di ogni singolo lavoratore, in qualunque settore esso operi, è fuori discussione. E va difesa ad ogni costo. Né va barattata con qualche velleiteraia promessa. Ecco perché forse lo sciopero generale a cui stavano pensando i sindicati sino a qualche giorno fa andrebbe proclamato ugualmente. Perchè i lavoratoriuominidonne, sono tutti uguali. E vanno tutti difesi ugualmente. Affinché i tanti Antonio Cresta possano almeno ottenere qui, su questa terra, quellala giustizia sociale che meritavano e meritiamo tutti, nessuno escluso. Ad maiora.

(leggi anche https://www.corriereditaranto.it/2021/06/12/manutenzione-al-fiume-tara-morto-un-operaio/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

3 Commenti a: Morire nel silenzio del Tara e della molle Tarentum

  1. Anna

    Giugno 18th, 2021

    Articolo toccante…anche io non sapevo nulla di questi avvenimenti. Un abbraccio ai familiari e una preghiera per queste anime

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  2. Francesco

    Giugno 18th, 2021

    Grande il giornalista che ha scritto questo articolo, per come l ha scritto e perché ha segnalato all’ opinione pubblica una anomalia della nostra società e, soprattutto, che le persone defunte, di cui si parla nell articolo, vadano in paradiso

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  3. Ciao Lupo

    Giugno 22nd, 2021

    Grazie per le belle parole spese. Antonio era un ragazzo d’oro, un gran lavoratore ed un grande amico. Castelfranci ha perso un grande uomo. Che la sua fine sia d’esempio per tutti, perché nel 2021 non si può ancora morire lavorando e nel silenzio più assoluto…

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