Il rompiballe

 

Frammenti di chiacchiere, discorsi, vite
pubblicato il 13 Giugno 2021, 08:00
7 mins

Finalmente il mio momento. Sono in fila. Sto per vaccinarmi. Non ho alcuna paura e mi concentro solo sui benefici dei quali potrò godere: tornare a viaggiare, avvicinarmi con meno timore a familiari e amici che non vedo da un anno, abbracciare mia madre (lei si che ha paura), togliere (magari fra quale mese) la mascherina.

Sono ancora l’ultimo di una lunga ma “veloce” fila. Tutto bene fine a quando dietro di me il fastidio si materializza nella forma di una domanda inutile: “Chi è l’ultimo?”. Dietro di me fino a pochi istanti prima, almeno venti metri di vuoto. Ma rispondo: “L’ultimo è lei. Non c’è nessun altro!”.

“No, sai com’è, magari qualcuno si è spostato, si è seduto da un’altra parte, o è andato in bagno. Però che caldo! Avrebbero dovuto montare delle pensiline parasole. Siamo alle solite. Questa è l’organizzazione che abbiamo in Italia. Ma non hanno pensato che potrebbero esserci anziani?!”.

Anche se tentato dal rispondere che gli anziani non c’entrano una mazza perché sono stati già vaccinati, non lo faccio perché so che offrirei un imperdibile assist per parlare ininterrottamente e viste le premesse, sicuramente a vanvera. E taccio. Senza sapere chi ho di fronte. Anzi, alle spalle.

Conscio di aver incontrato il più classico dei tuttologi del nulla cerco di riconcentrarmi sugli affari miei, sul significato di questo momento. E mi aiuta guardare il resto della fila, composta, rispettosa, silenziosa. Ma non è il momento giusto per il tipo alle mie spalle.

“Ma è possibile che non c’è la Protezione Civile? Ma se qualcuno si sente male non c’è l’ambulanza? Mi hanno detto che in Marina (vorrebbe dire all’ex Saram, ora è aeronautica militare ma fa lo stesso, Ndg) funziona tutto alla perfezione. Adesso il sole si fa sentire”.

Un fiume in piena. Di minchiate. Protetto da un cappellino con visiera talmente grande da richiedere un condono edilizio, refrigerato da una borraccia abbastanza capiente da abbeverare un intero clan di scout, tira fuori dal suo zaino inutilmente hi-tech, anche una confezione (magnum ovviamente) di disinfettante per le mani che userà come un orsetto lavatore almeno una decina di volte.

La sua smania di far conoscere al mondo il proprio pensiero è incontenibile. E dato che in me non trova nessuna sponda, mette mano al telefono e chiama presumibilmente a casa per fare un riassunto della sua breve (e fino a quel momento fastidiosa) permanenza nell’hub vaccinale del PalaRicciardi.

Una telefonata che esordisce con un: “Che ti avevo detto? Sto aspettando e non ti dico il sole e la gente che c’è…”. Dall’altra parte, chiunque gli abbia risposto deve conoscerlo davvero bene visto che fa durare la telefonata meno di 10 secondi. “Scusa, scusa, ti chiamo dopo, non sapevo fossi in macchina”, mette giù, dispiaciuto.

E parte il (finto) sondaggio. Saltandomi di netto, chiede a tre persone davanti, se conoscono il tipo di vaccino che gli somministreranno. Nello stupore generale un signore gli fa notare che non si può scegliere nulla. Ma lui cala l’asso. “A me faranno il Johnson”, dice, fra la semi ilarità che ha provocato, e nella quale – evidentemente – ama immergersi. “Quando entro dirò al dottore che a luglio devo andare in vacanza e non posso fare il richiamo. Io lavoro. Non posso prendermi tanti giorni per loro (ma loro chi?)”.

Inutilmente, cerco di sottrarmi all’ascolto di questo discorso idiota e l’unica cosa che mi consola sono i metri guadagnati in questo tempo di attesa. Sono dentro, tra pochi minuti sarà il mio turno.

E si sente un tonfo. Una signora ha perso conoscenza nell’area di attesa dei 15 minuti. Una manna dal cielo per il novello dottor House al quale non gli par vero di poter fare anche una diagnosi: “E’ un colpo di sole. L’avevo detto io”. Come no, il classico colpo di sole che si manifesta all’ombra e al fresco. Ma a lui non sfugge niente, tant’è che la signora dista dal luminare almeno una decina di metri.

Nessuno ormai gli dà più attenzione, ma le sue fastidiose conversazioni telefoniche, tutte abbastanza inutili e ad alta voce, riescono ad attirare l’attenzione del personale interno, preciso, scrupoloso, attento: “Abbassi il volume della suoneria”, “Può spegnere?”, “Può uscire?”. Glielo ripetono più volte, ma sembra proprio non capire.

Per quel che mi riguarda, preferirei essere stroncato seduta stante da una versione fulminante e tutta mia di Covid piuttosto che sentire ancora volta che lui “lo sapeva”, che lui “lo aveva detto”, eccetera.

Manca poco. Il mio turno è arrivato. Tra poco uscirò e il pensiero di non sentire più le sue fesserie mi ha messo quasi di buonumore. “Quattrocentotrentuno”. E’ il mio numero, finalmente. Entro nel box dove mi accoglie una dottoressa premurosa e gentile. Somministra la mia dose. La ringrazio.

Attendo il mio quarto d’ora al termine del quale un’assistente sanitario mi porta un foglio che attesta la prima dose della vaccinazione e con le indicazioni per la somministrazione della seconda. Ma l’incubo non è finito.

“Scusa”. E’ la sua voce. “Sai a chi posso chiedere per farmi spostare il giorno del richiamo? Alla fine non me l’hanno fatto il Johnson e ora sono costretto a prendermi un altro giorno. Io lavoro tantissimo e il mercoledì ancora di più. Sai in che giorno mi hanno dato? Non ci crederai mai, proprio mercoledì….”. Resto impassibile.

Ed è lì che mi porge il foglio della sua prenotazione. Il maledetto
algoritmo che ci ha accoppiato la prima volta stava per farlo ancora. Stessa data, stesso luogo, stessa ora del tipo più noioso del pianeta. “Noooooo, incredibile, proprio mercoledì”, rispondo.

Gli indico con finta premura la postazione alla quale rivolgersi e infine mi raccomando, prima di mollarlo per sempre: “Cambia data, io non posso proprio”.

Allarga le braccia con una smorfia sul viso. Non ha capito, per fortuna. Ma non avevo dubbi.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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