‘Ambiente Svenduto’ e la città che spera

 

I 75 anni della nostra Repubblica ci inducono a riflessioni su quanto è accaduto nella nostra Taranto
pubblicato il 02 Giugno 2021, 12:14
8 mins

La Repubblica Italiana taglia il traguardo dei 75 anni. Non è poco, per un Paese che si è unito territorialmente soltanto nella metà dell’800, o poco più, e che è passato attraverso il regno sabaudo, una dittatura e due conflitti mondiali. Storia che ci riguarda da vicino, seppur sbarcati nel terzo millennio propendiamo a guardare nel futuro cercando, aggiungiamo: troppo spesso, di disperdere il passato.
Oggi celebriamo la Repubblica. Ma possiamo affermare di celebrare contemporaneamente la democrazia? La riflessione ci sta, inutile girarci intorno: il nostro è sì un sistema democratico, sancito da una delle Costituzioni migliori al mondo, non ci sono dubbi. Spesso ci chiediamo, però: i dettami della nostra Costituzione sono rispettati in pieno oppure siamo ancora lontani dal traguardo scritto a fuoco da quell’Assemblea costituente che la scrisse?
Ecco quanto contrastanti, a volte, sono le opinioni tra l’essere cittadini di una Repubblica come la nostra e allo stesso tempo persone incastrate in una democrazia spesso sbeffeggiata, presa a pugni, manipolata a seconda del momento e dei personaggi che la guidano.
Certo, il discorso è vasto e lungo e non è questo il luogo per discuterne. Ognuno può pensarla come vuole dunque, perchè proprio come sancisce la nostra Costituzione all’art.21 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
I valori della nostra Repubblica, e quindi della nostra Costituzione, sono alti e assoluti, chiariamolo subito. E la nostra democrazia ne deve conservare lo spirito. Eppure…
Eppure, spesso litighiamo con quanto accade, con la realtà che viviamo, con le difficoltà che ci portiamo appresso. E sacramentiamo contro lo Stato, i politici, le Istituzioni a vario titolo. A volte, con concetti di verità poco confutabili.
Ed è ciò che respiriamo nella nostra città, nella nostra terra. No, non corriamo il rischio di qualunquismo e/o provincialismo. Qui si vive da decenni un paradosso, anzi un braccio di ferro che coinvolge tutti e non trova mai una soluzione: il diritto al lavoro contro quello della salute. Perchè fintanto che qualcuno non riuscirà a spiegare con i fatti cosa vuol dire “coniugare lavoro e salute” – slogan usato e abusato – inutile aggrapparsi al nulla: la contrapposizione c’è, esiste e nessuno può negarlo.
Ma siamo in democrazia, ci dicono. Certo, è vero: ma vale per questa terra? Perchè l’altro ieri s’è consumato il primo atto del processo sul disastro ambientale di Taranto scaturito dopo il blitz ordinato dalla Procura della Repubblica nel luglio 2012 che portò dietro le sbarre non solo i ‘padroni dell’acciaio’ ma anche politici e comprimari. Un primo atto che ha dichiarato la colpevolezza dei Riva, di alcuni politici e altre figure coinvolte a vario titolo. Un atto che acclara un fatto: a Taranto si è prodotto acciaio in nome del profitto sacrificando tutto e tutti. Un deliquere sistematico, al quale hanno preso parte non solo registi e sceneggiatori ma anche attori protagonisti e comparse. Tradotto: una cupola che s’è avvalsa di tante complicità.
Siamo al primo grado di giustizia ed è ovvio attendere i vari percorsi di essa affinchè si possa scrivere il finale. Ma è indubbio che, in parole povere, c’è già la certificazione di un disastro ambientale consumato e voluto a danno di un territorio visibilmente martoriato. E ferito talvolta a morte.
Basta? E cosa c’entrano la Repubblica, la Costituzione, di conseguenza la nostra democrazia? Intanto perchè in ogni caso proprio perchè siamo in un Paese democratico, tanto l’inchiesta quanto il processo si sono svolti: già questo è garanzia indiscutibile.
Si è processato il passato (forse non tutto, secondo noi), si giungerà alla conclusione giudicandolo in via definitiva. E servirà per scrivere la Storia – se non completa – di una vicenda tragica, complicata, difficile da dimenticare. Una Storia che, fossimo in un Paese che del passato facesse tesoro, diventerebbe fondamenta per scrivere il futuro. E invece, la nostra democrazia – per quanto consolidata – vuole che si scrivano leggi costituzionalmente pro-acciaio privilegiando il diritto al lavoro emarginando quello alla salute, rinviando a data da destinarsi quella che tutti chiamano ‘ambientalizzazione’ (ma esiste o anche questo è uno slogan come invece noi crediamo?) di una fabbrica che spesso perde pezzi e s’arruginisce giorno dopo giorno, sbuffando comunque veleni.
Non dimentichiamo che dal 2012 a oggi nessun Governo della nostra Repubblica è riuscito a risolvere il conflitto di cui sopra. Semmai, lo ha complicato ed è inutile star qui a ricordarne i passaggi. Perchè quei camini fumano ancora, perchè Taranto e questa terra intravedono poco del futuro sognato, desiderato, agognato. Siamo in democrazia, è vero. E la democrazia è fatta dagli uomini che pensano, agiscono, si recano alle urne per eleggere gli organi dello Stato: ma, di grazia, quante volte pur partecipando ci siamo sentiti defraudati, raggirati, presi in giro? Quante volte ci siamo fidati di bandiere e poi la delusione ha prevalso sulla speranza? Spesso ci sentiamo pedina di un ‘Matrix’, di una realtà virtuale, dove le parole che condividiamo con chi chiamiamo a rappresentarci diventano mucchietti di sabbia nelle nostre mani. E imprechiamo contro una democrazia che ci sembra regime.
Ecco, forse noi da queste parti ci sentiamo solo pedine da ammaliare. Proprio come nelle terre in cui le mafie imperano, dove le fragilità sono pane quotidiano, l’ambiente infetto è quello che si respira. Dove lo Stato latita colpevolmente.
Del resto, questa pandemia ne è l’esempio più alto: pur comprendendo le conseguenze di un’emergenza mai affrontata nella storia (al netto delle guerre mondiali), è venuta fuori tutta la gracilità del sistema sanitario (ma non solo) soltanto in parte irrobustito per non cadere del tutto. Saprà la nostra Repubblica, la nostra democrazia, ripartire senza lasciare indietro nessuno?
E qui, cosa accadrà? Intanto, la vicenda ex-Ilva – al netto di ‘Ambiente Svenduto’ – è lungi dall’essere risolta: si discute perennemente su cosa fare ma nessuno ha il coraggio di decidere, qualunque sia la scelta. Nel frattempo, la città tenta in qualche modo di disegnarsi un futuro quantomeno alternativo: si sono persi diversi anni, è in corso qualche cambiamento ma è ancora poco per percepirne l’orizzonte.
Dunque, celebriamo l’anniversario della nostra Repubblica, facciamolo con convinzione. Perchè per quanto sgangherata possa apparirci, siamo qui ad amarla e contestarla allo stesso tempo, e ci è permesso perchè c’è una democrazia che regge pur scricchiolando spesso.
Sperando però che un giorno Taranto possa davvero ammirare i suoi tramonti ineguagliabili finalmente puliti dai veleni. E consapevole soprattutto che la qualità della vita dipende anche da se stessa, dalla capacità di custodire i tesori senza arrendersi. Perchè partecipare è sale per la democrazia. Sempre.

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Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

Un Commento a: ‘Ambiente Svenduto’ e la città che spera

  1. Piero

    Giugno 2nd, 2021

    Il rischio grossissimo è che se esci dai giochi, cioè chiusura dura e pura immediata dell’area a caldo non si vedrà u euro della transizione ecologica perchè le bonifiche non sono previste dal fondo europeo, e ti ritroveresti in una situazione tipo Bagnoli con gli operai a casa e i fondi per idrogeno ecc. invece tutti alle imprese del nord.

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