‘Ambiente Svenduto’, la reazione dei sindacati

 

pubblicato il 31 Maggio 2021, 17:18
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CGIL-FIOM CGIL: “Si è finalmente concluso oggi il processo ‘Ambiente Svenduto’ a carico dei manager Ilva e protagonisti della politica dinanzi alla Corte di Assise di Taranto. La Fiom Cgil e la Cgil di Taranto, costituite parte civile a tutela dell’interesse collettivo, quindi personalmente come associazioni, ma anche a tutela dei diritti individuali, giacchè hanno rappresentato con gli avvocati Massimiliano Del Vecchio e Simone Sabattini quasi cinquecento lavoratori nel processo, esprimono innanzitutto il più vivo apprezzamento per il lavoro svolto dai magistrati, che hanno condotto con ineguagliabile impegno e solerzia la escussione dei numerosissimi testimoni addotti dalle parti, pervenendo a condanne rigorose degli imputati. Il sindacato confederale della CGIL ha ritenuto di costituirsi parte civile nel processo ‘Ambiente svenduto’ anche per un dovere di rappresentanza rispetto a coloro che sono le prime vittime di un atteggiamento industriale nefasto, come dimostrato dalla sentenza di primo grado del Tribunale di Taranto. Con la consapevolezza e la determinazione di rappresentare le istanze di chi lavora dentro la fabbrica e che ha il sacrosanto diritto di vivere in un ambiente lavorativo salubre e sicuro nel pieno rispetto della Costituzione italiana e della legislazione sul lavoro vigente. La Fiom Cgil e la Cgil, attraverso il lavoro degli avvocati Massimiliano Del Vecchio e Simone Sabbatini, hanno sostenuto, con positivo riscontro delle loro ragioni, in linea con la migliore giurisprudenza, che in tutte le ipotesi in cui si verifica la morte di un lavoratore per colpa del datore di lavoro si realizza un “danno immediato e diretto” sofferto dal sindacato concretizzatosi nella lesione del prestigio e della credibilità dello stesso, derivante dalla vanificazione del perseguimento e della realizzazione dei fini istituzionali propri di tale organismo collettivo, quali la tutela della salute e dell’integrità psico-fisica dei lavoratori e che gli stessi lavoratori, a titolo individuale, patiscono un danno risarcibile anche per il solo timore ingenerato dalla paura di ammalarsi. La Fiom e la Cgil, dunque, continuano a garantire con i loro avvocati i presidi di tutela giudiziaria della salute di lavoratori e cittadini. Ora serve che la politica assuma su di se la responsabilità di atti consequenziali rispetto a questa storica sentenza e che finalmente si possa ridiscutere di ambiente e lavoro eliminando questa immorale scelta”, commentano il segretario della CGIL di Taranto, Paolo Peluso e il segretario della FIOM CGIL Taranto, Giuseppe Romano.

FIM CISL: “La sentenza ‘Ambiente Svenduto’ di primo grado emessa oggi dalla Corte di Assise del tribunale di Taranto, individua precise responsabilità legate al disastro ambientale e alla dolosa mancanza di tutele sanitarie per i cittadini e per chi ha lavorato nel polo siderurgico della città. Si tratta di una pagina negativa del modo di fare industria che ha contrastato non solo con il bene comune e gli interessi della collettività, ma addirittura con il rispetto delle norme sanitarie e di legge. Crediamo come sindacato che a maggior ragione oggi serva ricostruire nella trasparenza un patto nuovo tra azienda, lavoro e città, che abbia la priorità di rendere completamente sostenibili sul piano ambientale e sanitario le produzioni e finalizzi a tale obiettivo ogni investimento pubblico e privato. A tal fine vediamo con forte preoccupazione la confisca degli impianti disposta dalla magistratura. Le colpe del passato non devono ricadere sul futuro di Acciaierie d’Italia e del lavoro del polo siderurgico. Come Fim Cisl lanciamo un ulteriore forte allarme: tenere tante “spade di Damocle” sulla testa del polo siderurgico non aiuta a risolvere i nodi critici da cui passa la necessità di produrre “acciaio verde” nel prossimo futuro, non ci arrendiamo al fatto che lavoro e ambiente possono coesistere e avere un futuro anche a Taranto” l’opinione congiunta del segretario generale Roberto Benaglia e del segretario nazionale Valerio D’Alò.

UILM: “Questa sentenza con pesanti condanne penali deve rappresentare la fine di un’epoca, fatta di inquinamento, di conflitto tra salute e lavoro, tra cittadini e lavoratori. Deve essere quindi l’inizio di una nuova fase con una forte accelerazione della transizione ecologica e una produzione ecosostenibile che riporti un equilibrio tra fabbrica e città. Oggi è stato stabilito, ancora una volta, che uno stabilimento così grande e importante per l’intero Paese non può essere lasciato in mani private senza alcun controllo da parte dello Stato che, al contrario, deve garantire contemporaneamente il rispetto della salute e il lavoro. Dopo questa sentenza lo Stato è di fronte ad un’unica strada: investimenti corposi, anche grazie ai fondi europei, per anticipare i tempi della transizione ecologica del più grande sito siderurgico europeo, verso una produzione ecosostenibile, abbattendo le emissioni delle fonti inquinanti, salvaguardando l’ambiente, l’occupazione e un asset strategico per il nostro Paese. Non è più rimandabile un intervento diretto dello Stato nel controllo della maggioranza di Acciaierie d’Italia. Per questo chiediamo al Governo di indicare una direzione chiara, di dirci come immagina il futuro del sito e della città di Taranto, quali progetti concreti vuole mettere in campo e con quali tempistiche. Da Taranto dipende anche il futuro di tutti gli altri stabilimenti del Gruppo. Dopo nove anni dal sequestro degli impianti, è arrivato il momento delle scelte definitive da parte dello Stato. Non è più il tempo di rimandare decisioni che da troppi anni i lavoratori e i cittadini di Taranto attendono”, dichiara il segretario generale nazionale Rocco Palombella.

UGL: “La sentenza della Corte d’Assise di Taranto chiude un’epoca disastrosa non solo per la Puglia ma per l’intera e storica manovalanza che ha reso grande, partendo proprio da Taranto, la filiera Italiana dell’acciaio. Adesso il passato deve essere superato, ripartendo subito e facendo tesoro degli sbagli commessi dai privati ai danni di migliaia di famiglie che hanno pagato a caro prezzo il disastro ambientale. Di conseguenza, non è più procrastinabile l’ingresso di Invitalia al 60% nel CdA della nuova azienda ‘Acciaieria d’Italia’ e dei manager che rappresentano lo Stato, senza attendere la data del giugno 2022. Solo il Governo può imprimere un’accelerazione al piano di rilancio, anche con un cronoprogramma, facendo rispettare ad Arcelor Mittal tutti gli impegni assunti sia nel rispetto della dignità dei lavoratori sia dei cittadini di Taranto. A tutt’oggi questo importante adempimento non è stato portato a termine, in attesa della presentazione del bilancio da parte di Arcelor Mittal. L’acciaio è strategico dal punto di vista economico e industriale, senza dimenticare che, attraverso il PNRR, dovrà necessariamente essere prodotto nel rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini. Vanno superate le contrapposizioni tra lavoro e salute, velocizzando la transazione ecologica degli impianti” afferma il segretario nazionale Metalmeccanici Antonio Spera.

USB: “Ad essere condannato è stato un sistema economico-politico che ha barattato la salute e l’ambiente con il profitto. Pesanti condanne soprattutto per i Riva e per i vertici dello stabilimento siderurgico. La sentenza del Tribunale di Taranto rappresenta un momento di straordinaria importanza perché condanna un metodo tutt’altro che virtuoso  utilizzato da chi ha gestito in passato la più grande acciaieria d’Europa e dalla politica che non ha saputo imporsi. I giudici intervengono per colmare lacune della politica e riparare i danni fatti dalla stessa, che mai come in questa circostanza, ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Da qui deve ripartire il Governo, interpretando e leggendo la sentenza odierna  soprattutto attraverso il grande bisogno di cambiamento della città di Taranto. Oggi non possiamo che prendere esempio dal passato per evitare di fare gli stessi errori che puntualmente ricadrebbero sulla pelle dei cittadini, dei lavoratori e delle relative famiglie.  Il lavoro e l’impresa vanno intesi mettendo al primo posto la persona e la  vita stessa. Per questo motivo il Governo è chiamato a invertire immediatamente la rotta e a prendere finalmente in considerazione la piattaforma stilata dall’ USB che va nella chiara direzione della riconversione economica del territorio attraverso un accordo di programma. Taranto vuole voltare pagina”, le parole di Franco Rizzo, coordinatore provinciale.

COBAS: “L’odierna sentenza, con le relative condanne, del processo ‘Ambiente Svenduto’ danno finalmente anche consistenza giuridica a quanto i cittadini ed i lavoratori di Taranto denunciavano da tempo immemorabile sui devastanti effetti ambientali che l’ex Ilva ha provocato (e continua a provocare) in questo territorio e per i suoi abitanti. Dalla sentenza si evince quanto fosse (ed ancora è a parere della scrivente) radicato il sistema di potere che ha coperto attraverso corruttele, leggi ad hoc, e tutto il pensabile e l’impensabile e che coinvolto a vario titolo rappresentanti politici anche con cariche Istituzionali, prelati, funzionario della digos, tecnico della Procura e quanti altri. Però, affermiamo che questa sentenza non può e non deve bastare, perché, ad esempio nonostante preveda la confisca degli impianti, la stessa potrà avvenire solo quando e se la sentenza diverrà definitiva da parte della Cassazione. Dunque la produzione continuerà (con i relativi devastanti effetti) in quanto al momento resta attivo il sequestro ma con facoltà d’uso, dato che, come confermato dalla Corte Costituzionale nel 2012, per legge quell’impianto è considerato per legge strategico per l’economia, in pieno spregio delle morti, delle malattie, che i cittadini ed i lavoratori subiscono e dell’inquinamento delle falde, dei terreni, del mare. Ciò dimostra che una sentenza non basta a cambiare radicalmente lo status quo che prosegue. Non a caso, e per esempio, tutti sanno quanti provvedimenti governativi siano stati emessi pur di salvare il profitto a danni del territorio. Però questo blocco di potere politico e tetragono fu messo in discussione il famoso 2 agosto del 2012, quando cittadini e lavoratori entrarono nella piazza di fim-fiom-uilm per smascherare il loro asservimento ai Riva in spregio ed in danno del territorio, dei cittadini e degli stessi lavoratori con una parola d’ordine molto semplice: chiusura dell’Ilva ed i suoi lavoratori diretti ed indiretti da reimpiegare nelle bonifiche! Dal quel momento Taranto e l’Ilva divenne un caso nazionale e le proteste si moltiplicarono e questo mise in crisi quel sistema di potere, che nel tempo ha ripreso le redini in mano. Dunque noi, che di quel movimento abbiamo fatto parte orgogliosamente ed unico sindacato che ha sposato subito senza se e senza ma, la parola d’ordine della chiusura e del reimpiego dei lavoratori nelle bonifiche, pur apprezzando tale sentenza, afferma che se per questo territorio va costruita, per il futuro, una economia scevra dal profitto, dalle fonti inquinanti e rispettosa delle vocazioni territoriali, dovrà riprendere il protagonismo dal basso dei cittadini e dei lavoratori! Per questi motivi si fa appello a tutte le strutture ed alle singole ed ai singoli che non vogliono mediazione alcuna su quella parola d’ordine, di coordinarci per ricostruire un movimento dal basso: questa è l’unica base per sparigliare le carte e contrastare le politiche governative e per costruire un futuro diverso per questo territorio!”, il commento di Salvatore Stasi.

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