Liaison: Virus e Foreste

 

Il mondo sta entrando nell'era delle pandemie. Lo affermano 26 scienziati provenienti da tutto il mondo nel rapporto pubblicato sul sito della Commissione Europea in occasione del Global Health Summit e rilanciato dall'Iss. Gli sforzi di oggi per affrontare il Covid-19 - avvertono gli esperti - dovrebbero includere investimenti e misure di risposta che abbiano il maggior potenziale possibile per un miglioramento sostenibile della prevenzione, inclusi gli investimenti in risorse umane e nella loro formazione, della preparazione e della risposta alle minacce globali per la salute. Ma basterà?
pubblicato il 23 Maggio 2021, 08:00
8 mins

La pandemia ha mostrato che dobbiamo superare i confini se vogliamo affrontare le sfide dei nostri tempi”. Lo ha detto venerdì il presidente del Consiglio Mario Draghi (foto in basso), in chiusura del Global Health Summit di Roma, il vertice sul tema della salute a cui hanno partecipato i principali leader del pianeta.
Bisogna partire da questo punto, tenendo separato solo il contesto nel quale sono state fatte alcune osservazioni di non poco conto su questo aspetto. Sempre Draghi, durante il discorso per la fiducia in Senato, puntò su un discorso estremamente “green”: “Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livello dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. (…) Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all’uomo”.

Cambiamento climatico e perdita di biodiversità, in altre parole, hanno contribuito in modo decisivo alla diffusione dei virus e delle pandemie. Un nesso che prevale su altri fattori apparentemente più (politicamente) cogenti: scambi globali, flussi di persone in crescita, aumento della densità urbana.

L’essenza di un discorso che è stato rilanciato sulle colonne del Financial Times dopo uno studio della compagnia assicurativa Zurich. I numeri, sostiene la società elvetica, dicono chiaramente che tra il 1980 e il 2013 ci sono state circa 12mila epidemie che hanno colpito 44 milioni di persone nel mondo. La responsabilità? La distruzione dell’ambiente e in particolare la deforestazione che, secondo Zurich, sarebbe collegata al 31 per cento delle epidemie registrate negli ultimi due decenni. Tra queste spiccano i casi dei virus Ebola, Zika e Nipah.

“La deforestazione – spiega la società svizzera – spinge gli animali selvatici fuori dai loro habitat naturali e più vicini alle popolazioni umane, creando una maggiore opportunità per la diffusione delle malattie zoonotiche nell’uomo”. Una denuncia che sposa in pieno le conclusioni di una ricerca coordinata dal dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin dell’Università La Sapienza di Roma. L’analisi dei ricercatori italiani, in particolare, si concentra sulle analogie riscontrate tra l’attuale pandemia di Covid-19 e altri virus caratterizzati da analoghe forme di insorgenza come Sars, Zika e MERS.

In sintesi estrema: “Circa il 70 per cento delle malattie infettive emergenti, scrivono i ricercatori e quasi tutte le pandemie recenti, hanno origine negli animali e la loro emergenza deriva da complesse interazioni tra animali selvatici e/o domestici e umani”. Relazioni legate a scelte sbagliate capaci di favorire la diffusione dei virus. A cominciare dall’alta densità di popolazione e dai livelli insostenibili di caccia e traffico di animali selvatici, fino alla devastazione di habitat naturali e allo sviluppo degli allevamenti intensivi.

Secondo l’analisi della compagnia, il cambiamento climatico sarebbe stato il principale responsabile della diffusione del virus Zika e di altre patologie virali come la malaria e la dengue.

“Lo spostamento di grandi gruppi in nuove aree, spesso in cattive condizioni, aumenta la vulnerabilità delle popolazioni sfollate di fronte a minacce biologiche come il morbillo, la malaria, le malattie diarroiche e le infezioni respiratorie acute”.
Ovvio che, nel corso degli anni, l’impatto delle epidemie è stato contrastato dalla disponibilità di risorse sanitarie e dal progresso della medicina (diffusione di vaccini, antivirali e antibiotici), ma c’è un ma. Lo sviluppo insostenibile con tutte le sue conseguenze finisce a sua volta per impattare sulle risorse stesse a disposizione dei sistemi sanitari. L’attacco alla biodiversità, in altre parole, è un attacco alla cure disponibili.
Cerchiamo, con lo studio Zurich, di spiegare. “Lo sviluppo di farmaci di successo non riguarda sempre la biologia sintetica avanzata, ma ha anche un legame con le soluzioni basate sulla natura”. Oggi la ricerca medica coinvolge complessivamente dalle 50mila alle 70mila specie di piante raccolte e analizzate dai ricercatori. Vale a dire che il 50 per cento circa dei farmaci moderni è stato sviluppato a partire da prodotti naturali, farmaci “a rischio” perché “minacciati dalla perdita di biodiversità”.

Eppure, una buona notizia c’è. Nonostante i fenomeni di deforestazione e disboscamento, che tra il 2001 e il 2019, hanno annientato circa 386 milioni di ettari di copertura arborea, uno studio del WWF, dimostra come le foreste abbiano ampie capacità di rigenerazione spontanea e di colonizzazione di spazi abbandonati. Negli ultimi 20 anni, infatti, si sono spontaneamente rigenerate foreste per un totale di 25 miliardi di nuovi alberi, e per una misura totale di 589mila chilometri quadrati, grazie alle misure di tutela e di protezione del territorio che favoriscono la riproduzione indisturbata degli ecosistemi. Solo per dare un’idea, in 20 anni la natura è riuscita a riappropriarsi di un territorio grande quanto la penisola iberica, ricolonizzandolo con 25 miliardi di nuovi alberi, dei quali, solo una piccola parte è dovuta alla piantumazioni umane. Lo studio portato avanti da WWF, BirdLife International e Wildlife Conservation Society, sottolinea infatti che si tratta per la maggior parte nuove foreste nate dalla rigenerazione naturale, lasciando semplicemente gli ecosistemi liberi di espandersi.

E’ accaduto in Europa (Balcani e Scandinavia), in Mongolia, dove negli ultimi vent’anni si sono rigenerati oltre un milione di ettari di nuovi boschi, poi Siberia, Brasile e Canada. In termini di assorbimento di anidride carbonica, sempre per dare un’idea, queste nuove foreste hanno la capacità di assorbirne 5,9 giga tonnellate, una quantità maggiore rispetto alle emissioni annuali degli Stati Uniti.

La foresta come simbolo di rinascita. Anche in Australia, dove, dopo i terribili incendi che l’hanno devastata tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo, provocando la morte di milioni di animali e sottraendo spazio a migliaia di animali salvati dalla furia delle fiamme, stanno iniziando finalmente ad essere reintrodotti nella normalità dei loro habitat.

E’ così le foreste di eucalipto scampate agli incendi ricominciano a raccontare storie, simboli, di ripartenza e speranza. Tornano i koala, dimezzati dai roghi, ma tornati a casa nelle stesse aree bruciate dove le condizioni sono migliorate a tal punto da consentire a questi animali di sostentarsi da soli. Vedere questi animali che hanno lottato per mesi per sopravvivere, tornare in libertà è un simbolo di speranza per tutto il mondo. Un gran bel messaggio. Dice che la foresta è vita, speranza, cura.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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