Il “sugo” della storia

 

L'utilizzo della carne artificiale potrebbe contribuire a risolvere il problema della denutrizione, migliorare l'impatto ambientale e risolvere il tema etico della macellazione di miliardi di animali all'anno, eppure...
pubblicato il 16 Maggio 2021, 08:00
9 mins

In questo lungo anno (e oltre) di pandemia, proprio mentre si inaugurava la rubrica “Good News”, si è cercato di proporre in questo spazio qualcosa che andasse oltre la semplice “buona notizia” nuda e cruda. Ed è stato più o meno così che questo appuntamento settimanale ha assunto una piega inaspettata. Perché cercando soltanto “belle storie” fine a se stesse, come può essere quella di un militare che soccorre un anziano in difficoltà, il risultato sembrava piatto, scontato, quasi banale.

Il racconto di gesti nobili e solidali, sono diventati il mezzo, non solo il fine, per intendere “virtuoso” un gesto, un’azione, un comportamento che messo in pratica può migliorare la vita di più di una o due sole persone. E in questi mesi, settimana dopo settimana, in questo spazio si è cercato di raccontare una serie di storie ed esempi che vanno in questa direzione.

Circa un anno fa, nel pieno del primo lockdown, si scriveva che “trovare in questo periodo una buona notizia è più difficile che recuperare il lievito di birra”. Era vero. L’instabilità, il quadro sociale di colpo scompaginato, il senso di precarietà ci faceva pensare ad una cosa sola: il cibo, le provviste, la dispensa piena. La prospettiva della pancia vuota è la più ancestrale delle paure.

Per questo motivo non è fuori luogo trattare, questa settimana, due temi, collegati tra loro, che presto, come vedremo, “ci affronteranno”: cibo e impatto ambientale.

La storia arriva dalla Francia, dove Nathalie Rolland (foto a destra) ha fondato l’associazione “Agriculture cellulaire France” per promuovere e sostenere l’attività che potrebbe, almeno nelle intenzioni, eliminare o almeno ridimensionare sensibilmente, prima di tutto, il mestiere della sua famiglia, che fanno gli allevatori.
Storia che di per sé è già anomala. È come se le figlie di Mark Zuckerberg, per comunicare, promuovessero l’uso della lettera e del francobollo.

Infatti, stiamo parlando di carne coltivata in laboratorio. Una nuova frontiera per decine di start-up che stanno sorgendo in tutto il mondo. Una sola mucca “donatrice”, sostiene Rolland, potrebbe fornire 175 milioni di hamburger, gli stessi che oggi vengono prodotti uccidendo 440 mila animali. Rolland, ha lavorato nella èquipe del ricercatore olandese Mark Post, il “padre” della prima bistecca in vitro ottenuta nel 2013.

Ma quali sarebbero i vantaggi della carne coltivata in vitro? Il primo, non scontato, sarebbe sull’impatto ambientale. Secondo i calcoli del sito Frontiers in Sustainable Food Systems, la carne bovina prodotta in laboratorio a partire da cellule prelevate da una mucca potrebbe ridurre l’impatto climatico e la superficie destinata all’allevamento fino al 90 per cento, con i rischi per la salute legati agli allevamenti intensivi portati a zero.

Il secondo, assolutamente non trascurabile aspetto, sarebbe quello di rendere possibile mangiare carne con un gusto del tutto simile a quella tradizionale, ma senza l’indigesto, per molti, ingrediente della sofferenza animale. Chi non riesce a rinunciare alle proteine della carne pur avvertendo il problema etico dello sfruttamento e dell’uccisione di milioni di esseri viventi senzienti, potrebbe essere accontentato.

A scanso di equivoci, va detto, la carne coltivata, o carne artificiale, o carne sintetica o carne in vitro, è pronta, esiste già. Non si tratta di un progetto in fase di studio, lo si fa dal 1971 e la tecnologia di cui si serve è sufficientemente matura.

Si ottiene in laboratorio per mano di biotecnologi alimentari, utilizzando una tecnica che consiste nel prelevare cellule muscolari non provenienti da animali macellati – ma estratte da animali vivi tramite biopsia – e nel nutrirle con proteine che alimentano la crescita dei tessuti.

L’ingegneria genetica, per essere ancora più chiari, non c’entra nulla. Il problema è un mix di fattori legati all’etica, allo scetticismo e alle lobby.

Tuttavia, già nel 2018, il dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e la Food and Drug Administration (FDA) aveva annunciato il ruolo di “controllori” della produzione di carne sintetica, con l’obiettivo di promuovere tale prodotto e, allo stesso tempo, di mantenere i più elevati standard di salute pubblica. La carne artificiale doveva arrivare sulle tavole dei consumatori americani già a partire da questo 2020. Ma l’iter è stato arrestato dal Covid.

Ad oggi, è Singapore il primo Paese al mondo ad avere approvato, con una normativa specifica, la vendita di carne coltivata in laboratorio. Normativa prima al mondo in tema di carne artificiale non proveniente da animali macellati.

In Europa, dove l’affermazione della carne ottenuta in vitro sembra più lontana perché permangono molti ostacoli di tipo economico, etico e relativo alle norme. Il primo grande sbarramento proviene dagli allevatori, i quali temono la chiusura delle proprie imprese.

Nonostante questo, in Italia il numero delle imprese biotech è andato aumentando nel corso dell’ultimo decennio, con Lombardia (45,3 per cento), Lazio (22,4 per cento) e Toscana (19 per cento) in vetta alla classifica delle regioni con il più elevato fatturato, come emerge dal rapporto 2020 sulle imprese di biotecnologie in Italia, realizzato grazie alla collaborazione tra Assobiotec, facente parte di Federchimica, ed ENEA – segue la stessa linea Coldiretti, la quale citando un’indagine dell’Istituto Ixè, sottolinea che “tre italiani su quattro (ovvero il 75 per cento) giudicano negativamente l’arrivo sul mercato di carne coltivata in laboratorio”, preoccupati dalle ripercussioni dell’applicazione di queste tecnologie sia dal punto di vista degli impatti sulla salute, sia sotto il profilo etico.

Contraria anche Assocarni – Associazione Nazionale Industria e Commercio Carni e Bestiame – che, riguardo all’apertura degli Stati Uniti alla commercializzazione della carne in vitro, fa notare come gli americani, rispetto agli italiani, abbiano una concezione del cibo differente, intesa come “nutrimento” e non come un “fattore di gusto e di cultura”.

Che è un po’ come non dare una risposta. La questione si dovrebbe affrontare non sulla base di un raffronto, una contrapposizione, fra America e Italia, nutrimento e gusto, natura e cultura.

Il problema concreto è relativo alla domanda di carne su scala mondiale e alle nuove sfide alimentari globali. In base alle stime della FAO, nei prossimi 30 anni, la richiesta di carne potrebbe crescere di più del 50 per cento, passando da 258 milioni di tonnellate nel 2005/2007 a 455 milioni nel 2050, dovendo nutrire 9 miliardi di persone da qui al 2050.

La produzione in laboratorio di carne artificiale potrebbe rispondere alle sfide lanciate da questi numeri, contribuendo anche a risolvere la vergognosa problematica della denutrizione che ancora colpisce precise zone della Terra. Sostituirsi, sotto il profilo etico, alla necessità di macellare miliardi di animali. Contribuire a migliorare l‘impatto sull’ambiente, se si pensa al risparmio di grandi quantità di acqua, di energia utilizzate per nutrire il bestiame e delle significative quantità di gas serra che verrebbero abbattute.

Le alternative a tutto questo, esistono, già. Ma per il momento, stanno solo a Singapore.

Condividi:
Share
Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Un Commento a: Il “sugo” della storia

  1. Piero

    Maggio 17th, 2021

    Se magari in Africa si propagandasse la denatalità invece di demonizzare la contraccezione come fa ancora la chiesa forse non avremmo bisogno di tutto questo cibo. 7 miliardi siamo davero troppi

    Rispondi

Commenta

  • (non verrà pubblicata)