Una cittadina nella giungla degli ospedali Covid

 

Una lettera-denuncia in cui si racconta l'odissea tra protocolli e procedure nelle strutture sanitarie della provincia ionica
pubblicato il 26 Aprile 2021, 18:57
8 mins

La seconda ondata della pandemia da Covid-19 ha colpito profondamente la città di Taranto e la sua provincia. Sino a relegarle il triste prima di provincia con più casi per abitante nelle ultime settimane. Sono tanti gli interrogativi che affollano la mente dei cittadini in merito alla gestione della pandemia, al sistema dei controlli, al tracciamento che è saltato sin dallo scorso autunno, alle tante contraddizioni previste nei protocolli e nell’applicazione degli stessi.

Per questo pubblichiamo con piacere una lettera-denuncia di una cittadina di Taranto, Maria Itala Sacco, che ha deciso di raccontare al corriereditaranto.it la sua esperienza da contagiata e poi da paziente negativizzata in giro per gli ospedali covid della provincia.

Anche io ho contratto il covid-19. Il 23 marzo 2021, il dipartimento di prevenzione dell’ASL di Taranto mi comunicava l’esito positivo al tampone molecolare e disponeva l’isolamento domiciliare. Il successivo 12 aprile veniva confermata la mia positività, in seguito al tampone molecolare di controllo, disposto dallo stesso dipartimento, il quale comunicava che, dal 13 aprile, sarebbe terminato il mio periodo di isolamento.

Qualche giorno dopo chiedo, anche al mio medico curante, di rilasciare la dichiarazione di fine isolamento, poiché necessito di recarmi al pronto soccorso, per una problematica sopravvenuta, non afferente all’infezione da covid. Il 16 aprile mi reco al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Martina Franca.

Agli operatori del triage, tra cui un medico, espongo la mia situazione, quale paziente covid in fine isolamento, ed esibisco la documentazione a supporto. Il medico mi indirizza verso la tenda covid, poiché risulto ancora positiva e potenzialmente contagiosa, nonostante la liberatoria dell’ASL territorialmente competente.

Vengo visitata dal chirurgo nella tenda per il triage covid e, accertata la necessità di un’incisione, mi riferisce che la stessa non può esser eseguita all’interno della stuttura ospedaliera e che, pertanto, mi devo rivolgere a un ospedale covid.

Alle mie rimostranze, essendo in possesso di una dichiarazione di fine isolamento, anzi due, una rilasciata dall’ASL e l’altra dal mio medico curante, mi viene risposto dai sanitari che non possono tener conto di quelle dichiarazioni. Essendo ancora positiva a un tampone molecolare, secondo il loro parere, sarei ancora potenzialmente contagiosa.

Aggiungo che uno dei medici mi redarguisce, dicendo di non rendermi conto dello stato pandemico che si sta vivendo e di contribuire, con il mio comportamento, alla diffusione del virus.

Il giorno seguente, il 17 aprile, mi reco al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Manduria (ospedale covid): anche qui esibisco la documentazione in possesso, che sembra essere ritenuta valida dagli operatori dell’accettazione, e mi viene effettuato un tampone rapido, risultato negativo.

All’arrivo del chirurgo, questi, però, si rifiuta di portarmi al reparto, perché positiva ad un tampone molecolare e, come tale, mi può visitare, ed eventualmente intervenire chirurgicamente, solo presso il reparto Covid. Anche per questo medico, la dichiarazione di fine isolamento, con tampone molecolare positivo pregresso, non ha valenza.

Dopo l’esecuzione dell’incisione di cui necessito, ritorno al mio domicilio e telefono al medico curante, chiedendo quando io possa recarmi nel suo ambulatorio per le medicazioni. Mi viene risposto che avrebbe mandato un’infermiera a casa, perché sarebbe preferibile non andare in studio.

Poiché, ben sei medici, nonostante le dichiarazioni dell’ASL, mi hanno considerata potenzialmente ancora contagiosa, mi chiedo quali restrizioni e libertà si abbiano con una dichiarazione di fine isolamento.

Per fugare i miei dubbi, contatto il servizio di pubblica utilità, al numero 1500, attivato dal Ministro della Salute Roberto Speranza. Il medico che risponde mi conferma che, con il fine isolamento, si è liberi di tornare in società senza alcuna restrizione, continuando però ad usare i presidi, quali mascherina e distanziamento sociale, e di poter essere considerata a tutti gli effetti una persona guarita e non contagiosa.

Dopo questa telefonata il mio disorientamento aumenta: ci sono delle incongruenze che qualcuno dovrebbe chiarire ai cittadini.

Dalle fonti in mio possesso, la dichiarazione di fine isolamento, viene rilasciata per le positività di lungo periodo, ai sensi di quanto previsto dalla circolare emessa il 12 ottobre 2020 dal Ministro della Salute, previo parere del Comitato Tecnico Scientifico dell’11 ottobre 2020, nel quale si accerta che trascorsi 21 giorni dal primo tampone positivo, con assenza di sintomatologia da almeno sette giorni, termina il periodo di isolamento e si può ritornare in società, poiché la carica virale è quasi pari allo zero e non si è più in grado di contagiare.

Le domande che mi pongo sono molteplici: perché ben sei medici sono stati concordi nel ritenermi ancora potenzialmente contagiosa? Trascorsi i giorni di isolamento stabiliti dalla circolare, si può infettare, nonostante si abbia una carica virale molto bassa?

A parere dei sanitari si sarebbe ancora potenzialmente infettivi. Se questo è vero, perché si consente a migliaia di cittadini di poter tornare in società e, quindi, andare al supermercato, dal parrucchiere, dall’estetista, ecc., se c’è anche la ben minima possibilità di contagiare? D’altronde, i sette giorni di assenza di sintomi, requisito essenziale per il rilascio del fine isolamento, non viene accertato da nessun sanitario, poiché il paziente viene seguito e curato al suo domicilio, solo telefonicamente, pertanto l’assenza di sintomi è rimessa al senso civico, etico e morale del cittadino, che in questo periodo di grave crisi, non solo sanitaria ma anche economica, potrebbero essere trascurati.

Altra beffa, in danno dei cittadini, con il rilascio di fine isolamento, l’ASL non effettua più tamponi, pertanto chi ha la necessità di certificare la negatività, deve rivolgersi ad un laboratorio privato, a proprie spese.

E su questo mi permetto una riflessione personale: tante attività pagano il prezzo di questa pandemia, altre, invece, vengono “ingrassate” dallo Stato, il quale si fa sostituire, a spese dei cittadini, da aziende private, per servizi che, invece, dovrebbe erogare gratuitamente, come l’accertarsi della negatività dei pazienti affetti da covid.

Tutto questo succede a Taranto, ignara se altrove i cittadini incontrino le medesime incongruenze e difficoltà”.

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