Infodemia, l’origine del caos

 

Nell’ultimo anno la fiducia degli italiani nei confronti della stampa si è sensibilmente ridotta. Il giornalismo ha avuto le sue responsabilità nel creare l’infodemia da Covid-19? La risposta potrebbe essere adottare nuove e più adeguate regole deontologiche che consentano di informare in modo meno ansiogeno
pubblicato il 25 Aprile 2021, 08:05
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Già nel 2017, in uno studio del Reuters Institute Digital Report, il 47 per cento degli intervistati dichiarava di non informarsi più perché le notizie hanno un effetto negativo sul loro umore. Un concetto affermato sei anni prima, nel 2011, dall’associazione EuroDAP, specializzata nei disturbi da attacchi di panico che in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, stimò che le notizie negative generano un costo di 200 euro pro-capite per il Servizio Sanitario Nazionale, necessari per curarne le patologie.

Ancora, nel 2017, nello stesso periodo, un sondaggio fatto dagli studenti dell’Università degli Studi dell’Insubria sulla credibilità delle diverse professioni in Italia, stabilì che la professione di giornalista è meno credibile di quella del parrucchiere. Quella del blogger, ultima in classifica, risultò più bassa a quella di una badante, in penultima posizione. Il 55 per cento dello stesso campione di intervistati sostenne che l’informazione non coinvolge più come prima perché spettacolarizza ogni cosa pur di avere attenzione.

“Inquietante”, verrebbe da scrivere dopo queste premesse, se non fosse che proprio questo linguaggio contribuisce a generare nei lettori/ascoltatori, un clima ansiogeno. La causa? Si chiama “infodemia”, il neologismo entrato ufficialmente nella lingua italiana nel 2020 e indica la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Nell’ultimo anno, sempre secondo il Digital news report del Reuters Institute, la fiducia degli italiani nei confronti della stampa si è sensibilmente ridotta. Dal 40 per cento del 2019 si è passati al 29 per cento del 2020. Un dato che fotografa una situazione “preoccupante” (termine un po’ meno infodemico) nel nostro Paese. Un anno nel quale la stampa ha avuto il difficile compito di porsi come tramite tra le istituzioni sanitarie e i cittadini.

E tutto questo ci porta dritti a una domanda: il giornalismo ha avuto le sue responsabilità nel creare l’infodemia da Covid-19?

Secondo Massimo Biondi e Angela Iannitelli autori del report, la pandemia sta avendo tre effetti sulla salute mentale degli italiani. Oltre a quelli legati alla preoccupazione di ammalarsi e alle restrizioni imposte dal governo, la terza voce che minaccia l’integrità mentale dei cittadini è legata agli organi di informazione. La messa in circolazione di articoli con dati e punti di vista spesso contraddittori tra loro crea confusione nei lettori, favorendo la sfiducia nell’informazione.

Secondo Eurodap i mass media sono i primi responsabili di attacchi di panico e depressione. Il secondo effetto preoccupante è il rifiuto verso l’informazione. In sostanza, per non essere “maltrattati” dalle notizie si sceglie di non informarsi più. E quest’effetto di impotenza verso l’informazione condurrebbe a un netto rifiuto e a una disistima nei confronti dei giornalisti.

La risposta – secondo Biondi e Iannitelli – , non è al di fuori del giornalismo, ma nel giornalismo stesso, evitando di cavalcare l’emergenza, scatenando un eccesso di notizie spesso infondate che minano la salute pubblica. “Per evitarle – dicono – avrebbero dovuto prima di tutto essere obiettivi, senza diffondere opinioni come se fossero fatti. Evitare il sensazionalismo, verificare le fonti poi, laddove possibile, cercare di diffondere una narrazione più costruttiva”.

La loro ricerca si è tradotta nella formazione di un Tg come un antidoto all’informazione esistente. Un’opzione in più per spostare il focus della nostra attenzione, guardando anche alle cose belle che ci circondano. “Di sicuro la pandemia e la relativa infodemia in cui siamo piombati ci ha offerto il contesto per realizzare il nostro progetto, che era nelle nostre teste da tanto tempo, stufi delle “cattive” notizie da cui siamo sommersi”.

La chiave, quindi, non è solo concentrarsi sulle notizie positive, ma trovare un modo diverso di fare informazione. Un cambio di prospettiva che non riguarda solo il giornalismo, che dovrebbe adottare una logica meno catastrofista e più costruttiva, ma anche il lettore, che dovrebbe imparare a tutelarsi.

Sullo sfondo di questa logica la visione di giornalismo costruttivo prevede di concentrarsi più sulle soluzioni che sui problemi, spostando il punto di vista. Non solo “cosa” raccontare ma “come” farlo, usando un’altra prospettiva e un’altra narrazione, che possa risultare utile al lettore. Anche se, senza una corretta educazione all’informazione, essere preda di fake news è un pericolo concreto. Nel mondo iperconnesso in cui ci troviamo, pensare di “sfuggire” alla mole di informazioni che ci vengono offerte dai media è impossibile.

Questo il contesto, il problema e la soluzione, che chiama giornalista e lettore a un un unico esercizio intellettuale per uscire dal baratro delle cattive notizie. Tutelarsi, reclamare il diritto a un’informazione consapevole da parte della stampa, adottare nuove e più adeguate regole deontologiche che consentano di informare i cittadini in modo più corretto e meno ansiogeno. A favore di un giornalismo più costruttivo e più utile.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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