Guerra al continente in più

 

Il mondo è invaso da plastica. Serve produrne meno e rimuovere quella lasciata in giro a tutte le latitudini. Sembra impossibile, ma è l'unica soluzione per non incorrere in danni più gravi. Qualcuno ha già cominciato, con in mente un motto semplice: “ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa per salvare l’ambiente”
pubblicato il 11 Aprile 2021, 08:08
8 mins

A Venezia galleggia un rifiuto ogni 13 metri di acqua. Nel mare Adriatico un pesce su cinque ha ingoiato plastica. E spostandosi fuori dal recinto nazionale, la situazione è anche peggiore se pensiamo che ogni anno, ben 8 milioni di tonnellate di rifiuti invadono le acque dei mari di tutto il mondo. La forza delle correnti crea concentrazioni di spazzatura in zone specifiche che formano “isole di plastica”, accumuli di rifiuti e detriti che si creano e rimangono intrappolati in vortici acquatici. Per molti anni.

Il più famoso è il Pacific Trash Vortex, scoperto nel 1997, grande quanto la Spagna e il Portogallo insieme, visibile anche dallo spazio. Come questa ne esistono, anche se relativamente più piccole, altre sette. Praticamente, tutte insieme, sono un continente in più. Disgregato, non del tutto immateriale, dannoso.
L’ONU ha definito l’inquinamento da plastica il più pericoloso in assoluto. Gli effetti sono in grado di causare effetti irreversibili al pianeta e di conseguenza alla salute dell’uomo. Oltre 150 milioni di tonnellate si trovano già negli oceani e il numero cresce di 10 milioni l’anno, come se un camion pieno di spazzatura venisse svuotato in mare ogni minuto. La stima peggiore di tutte è per il 2050, quando si teme che negli oceani possa esserci più plastica che pesci. E chi pensa che si tratti di una stima a “effetto”, si sbaglia, perché in certe zone del pianeta già accade.
E’ successo recentemente a una squadra di pescatori di granchi della Cornovaglia. Qui, infatti, l’equipaggio del Nimrod TO30 in mare a sud delle isole di Scilly, si è imbattuta in un ammasso di reti di plastica talmente grande che ci sono volute ore per liberare le attrezzature da lavoro.
La responsabilità dell’inquinamento da plastica è collettivo. La produzione è passata da 15 milioni di tonnellate all’anno, nel 1964, a oltre 400 milioni di tonnellate ai giorni d’oggi e in media, solo il 3 per cento viene realmente riciclata. Una piccola parte viene incenerita e tutto il resto finisce nell’ambiente o come abbiamo appena visto, nei mari.
E qui il problema più grande. La plastica si decompone in particelle sempre più piccole e più semplici da ingerire ed entra nella catena alimentare. Oltre il 10 per dei pesci contiene plastica nello stomaco mentre migliaia di tartarughe e uccelli marini muoiono dopo averla ingerita. Addirittura il plancton, alla base della catena alimentare, può mangiare plastica.
L’Università di Newcastle ha rilevato che ogni persona potrebbe ingerire mediamente 5 grammi di plastica a settimana. Particelle plastiche sempre più piccole arrivano all’interno del nostro corpo tramite bevande o cibi danneggiando gravemente la salute. E il pericolo sembra essere quasi ovunque, dall’acqua del rubinetto e quella nelle bottiglie di plastica, per non parlare di sale e birra che risultano essere gli alimenti più contaminati dalle micro-plastiche.

Ed è inquietante quello che nel 2013, studiando al microscopio i rifiuti delle “isole di plastica”, un team di scienziati della Woods Hole Oceanografic Institution, la più grande istituzione privata di ricerca oceanografica del mondo, scoprì. I continenti alla deriva dei quali si parlava prima, sono abitati da microorganismi diversi da quelli che proliferano normalmente in acqua. Ragione per la quale la scienza ha battezzato come “plastisfera” l’ecosistema che si sviluppa sul materiale plastico presente nei mari e negli oceani. Microrganismi potenzialmente dannosi: batteri, alghe e virus. Dagli anni Novanta ad oggi gli studi in questo senso sono andati moltiplicandosi, fino a coniare, riferendosi alle gigantesche isole galleggianti, il termine plastisfera (in analogia con la biosfera) per indicare una nuova nicchia ecologica marina popolata da esseri diversi da quelli che vivono in acqua e che formano un nuovo tipo di “comunità”.
Nella plastisfera, in sostanza, si trovano organismi che non si incontrano normalmente nell’oceano aperto. Nel 2019, mentre si studiavano i batteri trovati sui rifiuti di plastica al largo delle coste dell’Antartide, gli scienziati hanno scoperto che questi batteri erano resistenti agli antibiotici quanto i batteri più resistenti presenti negli ambienti urbani. Il «passaggio digestivo» delle microplastiche attraverso gli animali marini, fornisce un aumento di nutrienti ai patogeni della plastisfera rendendoli più forti.
Il problema (o pericolo) siamo noi, ma noi possiamo essere anche la soluzione. Tra il 2020 e il 2021, gli anni passeranno alla storia come “anni della pandemia”, si può constatare un aumento delle azioni di volontari in tutto il paese per la lotta ad un mondo più green e libero dalla plastica.
Un grande esempio è Plastic Free, un’associazione senza scopo di lucro nata nel 2019, ma già molto attiva su tutto il territorio italiano. Ad oggi, in tutte le regioni sono stati creati gruppi di propaganda per sensibilizzare contro l’uso massivo dei materiali in plastica, specialmente quelli monouso, che oltre ad essere nocivi per l’ambiente creano danni estesi per tutte le specie animali.

Il motto dell’associazione è semplice: ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa per salvare l’ambiente. I cittadini, ed è questa la buona notizia, si avvicinano all’associazione in costante crescita e a oggi sono già centinaia di cittadini volontari, che postano sui social le foto dei rifiuti rimossi dall’ambiente nelle città dove vivono.
L’organizzazione istituisce giornate di raccolta nelle principali città italiane, collabora con centri specializzati nella raccolta di plastica, permette l’adozione virtuale di una tartaruga, uno degli animali che paga le conseguenze più gravi del nostro inquinamento. Ad oggi Plastic Free conta 400 referenti in tutta Italia e quasi 150 milioni di utenti nel mondo e raccoglie sempre più italiani interessati a dare una mano e un aiuto concreto per ripulire la nostra penisola.
Per capire meglio cosa accadrà servono gli scienziati, ma per raccogliere immondizia servono solo braccia. E quelle dei volontari di Plastic Free ad oggi ne hanno raccolta 361230 chili. Un contatore sulla home del sito plasficfreeonlus ne aggiorna la quantità, ricordandoci che siamo solo all’inizio e che hanno bisogno di altre braccia. Ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa per salvare l’ambiente.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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