Tonino Calderone, una “palummedde” per un posto in processione

 

pubblicato il 02 Aprile 2021, 11:22
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Con la promessa da parte del papà di una moneta da cinque lire (“‘a palummedde”) e di una caramella, all’età di cinque anni e mezzo, Tonino Calderone accettò di partecipare al pellegrinaggio dell’Addolorata, nella coppia dei bambini delle “pèsare”. Correva l’anno 1947. Comincia così la storia di questo popolare personaggio dei riti della Settimana Santa. “Mio padre mi seguì passo passo per tutta la processione, fino all’ora del rientro”- racconta con il vocione inconfondibile. “Fu l’anno – evidenzia – in cui Giuseppe Melucci, che aveva una salumeria in vico Zippro, aggiudicatario della ‘troccola’, ingaggiò a sue spese la terza banda”. È difficile stare dietro ai suoi ricordi, che scorrono come un fiume in piena. Nel salone di casa, nello sfondo di alcune foto degli scorci del pendio San Domenico, sono esposte le statuine della processione del Venerdì Santo, che alterna ogni anno con quelle dell’Addolorata. Quando i Misteri giungevano in città vecchia, li attendeva vicino a largo Civitanova, davanti alla farmacia Peluso: “Da questo posto – racconta – osservavo incuriosito scomparire e apparire i candelabri delle statue, quando sul pendio San Domenico si dondolavano agli angoli dei vicoli”.

Calderone, 79 anni, figlio di Teresa Mazzarrisi e di Simone, anche lui confratello, operaio nei Cantieri Tosi e poi in Arsenale, abitava in vico Mezzobusto, vicino a San Domenico, dove risiedevano cinque famiglie. “Da bambino giocavo con i miei coetanei alla livoria, a “manuè zozzò”, alle “mazze” – racconta – Quando ci azzuffavamo, le nostre mamme intervenivano e finiva che litigavano fra di loro. Dopo un po’ noi ci riappacificavamo, ma loro continuavano a tenersi il muso. Ma non durava molto. Per far tornare il sereno, una volta un nostro vicino, Piero Magno, detto ‘Petruzze’, volle riunirci tutti quanti intorno a una grande tavolata allestita con cavalletti e assi di legno nel bel mezzo del vicolo: chi portò il provolone, chi il pane, chi la mortadella e c’era chi provvide a una cassa di ‘sardedde’, acquistata giù alle ‘mura. E tornò iil sereno’”.

Tonino Calderone appartiene alle confraternite del Carmine e dell’Addolorata; in quest’ultima per molti anni ha partecipato come componente delle ‘poste’; solo nel 1980, con Amedeo De Pace e i fratelli Ronzino e Ughetto Papalia, è stato fra le forcelle della Madonna. Da giovane egli era solito partecipare al “picchetto” per i Sette Dolori, il Venerdì di Passione a San Domenico, assieme a Salvatore Bando, Francesco Albano e Giovanni D’Alba. Racconta:“Passavamo alcuni giorni prima in oratorio per scegliere le scarpe della nostra misura da abbinare all’abito di rito. Dopo averle disinfettate con l’alcol, vi passavamo la cromatina; dopo qualche giorno, con strofinacci di lana le rendevamo perfettamente lucide. Ci tenevamo a presentarci alla funzione nel massimo ordine”.

Per quanto riguarda i Misteri, Tonino Calderone riferisce d’aver portato tutte le statue, ad accezione della Sindone. Racconta, a proposito delle sue tante partecipazioni: “Nella ‘gara’del ’65, desideravo portare una delle ‘forcelle’ delle statue in processione. Durante la serata, colsi l’occasione quando, al ripetuto appello del segretario Ciccio Mignogna, nessuno rispose. Mi azzardai a offrire mille lire, cifra insolitamente bassa: nessuno ribattè e così me le aggiudicai”.

Suo unico cruccio, il furto della medaglia d’oro per i cinquant’anni al Carmine: “Me la rubarono mentre ero ricoverato al ‘SS.Annunziata’: al ricordo provo ancora tanto dolore, perché era motivo di orgoglio”.

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