Quando vince l’assurdo

 

In questi giorni tutti uguali nei quali sembra prevalere lo sconforto e l'incertezza, raccontare le storie dei “Davide” che abbattono i “Golia” restituisce fiducia, infonde forza
pubblicato il 21 Marzo 2021, 08:08
6 mins

Le storie dei “Davide” che abbattono i “Golia”, accadono da ben prima della guerra di Israele contro i Filistei che ne narra la vicenda. E forse anche per il periodo che attraversiamo, per quel bisogno di sentirci alle spalle già tutto, sembra il momento di restituire esempi che ci portano in una zona lontana, nella quale “l’assurdo” diventa “possibile”.

Per esempio. Tredici anni fa, tre agricoltori africani si accorgono che la terra sulla quale coltivano, nei villaggi di Goi e Oruma, in Nigeria, è avvelenata dalle perdite delle condotte petrolifere della Shell, che tra l’altro, ha avvelenato per lo stesso tipo di sversamento i loro allevamenti di pesce nel delta del fiume Niger. E decidono l’impensabile, ovvero, fare causa alla “Royal Dutch Shell”. Il gigante.

Un agricoltore nigeriano

Si rivolgono alla giustizia olandese, dove ha sede la multinazionale e inizialmente, perdono, con la motivazione di non poter chiedere i danni alla casa madre per il comportamento della sussidiaria multinazionale Shell Nigeria. Ma non si arrendono. Vanno avanti. E nel 2021, la Corte d’Appello dell’Aja ribalta la sentenza giudicando il colosso petrolifero Shell responsabile dell’inquinamento da idrocarburi nel delta del fiume Niger, causato dalla sussidiaria Shell Nigeria. In sostanza, la Shell dovrà pagare i danni ai tre agricoltori. E non solo, la sentenza afferma il principio della responsabilità anche nei posti del mondo dove le multinazionali adottano sistemi incontrollati.
Una sentenza che rende giustizia anche in termini di diritti umani, affermando ancora una volta che affamare, privare delle risorse, creare povertà per diventare più ricchi è un crimine che si paga, sempre più spesso e sempre a caro prezzo. Come quello che stabilirà a Maggio il tribunale olandese.

Il verdetto di Shell “supera tutte le aspettative”. “Questa è una notizia fantastica per l’ambiente e per le persone che vivono nei paesi in via di sviluppo”, ha dichiarato il capo dei Paesi Bassi di “Friends of the Earth”, Donald Pols, poiché crea basi legali per “affrontare le multinazionali che fanno loro del male”. “Fino a questa mattina le multinazionali olandesi potevano agire impunemente nei paesi in via di sviluppo. Minacciando i diritti delle persone a piedi e ora questo è cambiato. Da questo momento in poi le multinazionali olandesi saranno ritenute responsabili delle loro attività e delle loro azioni nei paesi in via di sviluppo”.

Qualcosa cambia, non solo quando ci si ribella. Qualcosa cambia, anche dove apparentemente non c’è più niente da salvare, niente di “vivo”, se si eccettua la natura, che ha fagocitato lo scheletro della città di Pripyat (Ucraina). Qui esplose il reattore nucleare di Chernobyl, nel 1986. E oggi è ancora uno dei luoghi più pericolosi al mondo.
Proprio all’esterno della copertura di un reattore nucleare è stato osservato (1991) un tipo di fungo nero (nella foto sotto) che dopo anni di ricerca, si è scoperto assorbe le radiazioni. Una cosa che ha sorpreso gli studiosi. Ma allo stesso tempo incuriosito la comunità scientifica. I ricercatori hanno testato alcuni funghi dopo 10 anni e hanno scoperto una quantità piuttosto elevata di pigmento di melanina, elemento che si trova non solo in questi funghi, ma anche nella pelle umana.
Ora, senza addentrarsi negli studi della scienziata Ekaterina Dadachova sulle “spore fungine melanizzate”, quantomeno ostici, sembra un bel segno, qualcosa che potrebbe tornare utile.

Restituisce fiducia, infonde forza. Per questo motivo, probabilmente, resiste la necessità di una narrazione che vinca la logica, contrasti il prestabilito, si ribelli all’ordinario. E per questo, vale la pena raccontarle, al di là del “dove sono accadute”, perché servono a sentirsi “più di se stessi”.
In Nigeria, sarà un caso, ma dopo la vicenda dei tre agricoltori, la “Royal Dutch Shell” dovrà rispondere anche di altro. Lo ha deciso la Corte suprema di Londra. E questa volta, ad altri 42500 agricoltori e pescatori nigeriani. Sempre per disastro ambientale, sempre nel nel delta del fiume Niger, sempre a causa delle fuoriuscite di greggio.

Lo studio legale che rappresenta le 2 comunità nigeriane, Ogale e Bille, da cui provengono gli oltre 40mila promotori del processo è riuscito a convincere la corte che Shell deve rispondere dei fallimenti ambientali della sua controllata perché la società è registrata a Londra.
“Comunità sempre più impoverite stanno cercando di obbligare potenti attori aziendali a dar conto delle loro azioni e questo processo aumenterà significativamente la loro capacità di farlo”, ha commentato Daniel Leader, l’avvocato che le rappresenta. “La common law del Regno Unito viene utilizzata anche in paesi come Canada, Australia e Nuova Zelanda, quindi questo è un precedente molto utile”.

Le comunità locali di Ogale e Bille accusano il “gigante” di essere responsabile dell’inquinamento ambientale causato dalle protratte fuoriuscite di petrolio sul loro territorio. Inquinamento che tocca anche le fonti di acqua potabile delle due comunità, oltre a danneggiare gli ecosistemi sulle cui risorse si basano le loro attività economiche. Chiedono una bonifica ambientale completa e delle compensazioni.

Sembra una storia già sentita, l’inizio di un racconto “epico” scritto “sotto casa”, che parla di uomini nuovi pronti ad abbattere vecchi giganti.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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