Rinascere a 80 anni

 

Durante la pandemia i femminicidi sono aumentati, come la cronaca conferma, registrando vittime, ma anche inaspettate storie di rinascita
pubblicato il 14 Marzo 2021, 08:08
6 mins

Fino al 2 Marzo, dall’inizio del 2021, tredici donne sono state uccise da un compagno, un marito o un ex. Mentre la pandemia, assieme a quello che consegue dall’effetto delle misure restrittive, hanno favorito la diminuzione di molti reati, compresi gli omicidi, i femminicidi crescono. Nel 2020 (dati Istat), sono infatti tre in più, rispetto all’anno precedente e con un numero complessivo di assassinii in calo, significa che l’incidenza delle donne uccise è superiore.

Una realtà estesa, sommersa, peggiorata dall’emergenza sanitaria. Che ha avuto come effetto rendere più difficile, se non impraticabile, la decisione di denunciare il partner e intraprendere un percorso giudiziario già troppo lungo e a volte penalizzante. Quasi sempre, le donne che subiscono violenza, devono allontanarsi dall’abitazione, stravolgere la propria organizzazione quotidiana e se si aggiunge la mancanza di autonomia economica e un alloggio alternativo, il percorso di uscita da difficile e complicato, diventa impossibile. E se ci sono figli l’iter e la situazione complessiva, peggiorano.

I fatti di cronaca, anche locali, recentissimi, confermano tutto questo. E incredibilmente lo smentiscono, da un lato, perché delle tre storie seguenti, che locali non sono, protagoniste, sono una categoria particolare di donne: hanno 80 anni e sono riuscite a denunciare.

La prima arriva da Firenze, dove una donna di 80 anni ha deciso di denunciare il marito, anch’esso di 80 anni, rivelando 50 anni di violenze domestiche fatta di botte, minacce, insulti, coltelli puntati alla gola. Dalle carte dell’indagine svolta nei giorni del lockdown dalla polizia, emerge, come il fatto di avere due figlie avesse sempre convinto la donna a non denunciare il marito, nonostante tutto. Poi la “sfuriata”, un lancio di oggetti da cucina contro sua moglie, l’ultimo coltello puntato al collo. E finalmente ha chiamato il 113, la donna, confermando che già all’inizio degli anni Settanta voleva separarsi per il comportamento del marito, ma un anno dopo, accettò nuovamente la presenza del marito in casa “per il bene delle figlie”. “Se voglio ti ammazzo”, continuava a ripeterle ancora, nonostante l’età avanzata; minacce documentate da un registratore che ha potuto provare le durissime violenze verbali patite. Un peso troppo difficile da sostenere.

L’altra storia arriva da Alba (Torino). Anche qui, due ottantenni, e sessant’anni di vita coniugale scanditi da ordinarie dosi di violenza psicologica. Lei – una donna del 1940 – ha deciso che per troppo tempo aveva sentito dire che “non valeva niente”, minacciata continuamente di morte, anche lei, spesso, pane e coltello alla gola. “Almeno una volta al mese – ha raccontato al giudice – la percuoteva con schiaffi e in un’occasione anche con un bastone”. Non se ne è mai andata per non lasciare i figli. L’ultima dose di botte, a fine Febbraio, quando lui la colpisce con violenti schiaffi, fino a farla cadere a terra, per poi rialzarla tirandola per i capelli, ancora una volta minacciandola di ucciderla. Ma si è rialzata, col coraggio di dire basta.

Ed è la fotocopia dell’ultima storia in ordine cronologico, che arriva da Asti. Due ottantenni, un matrimonio da incubo (finito) e alle spalle, tutto quello descritto finora, ma in un’altra casa.

Durante il lockdown, – i centri antiviolenza lo denunciano – le donne, soprattutto giovani, hanno avuto meno possibilità di chiedere aiuto, anteponendo la sicurezza dei figli alla propria, sopportando più a lungo le violenze, subendo l’ininterrotto controllo dei partner, nell’impossibilità di non aver accesso ai servizi: scuole, ospedali, consultori: le vie che possono condurre a una salvezza, a volte. Ma quello che emerge, non è imputabile alla pandemia, ma a un approccio di genere sbagliato, che ha solo evidenziato i limiti di un sistema profondamente penalizzante e disuguale.

Le tre storie presentate, da un lato rivestono un carattere eccezionale per l’età delle vittime, e proprio per questo motivo, dall’altro, potrebbero essere d’aiuto a chi oggi ha vent’anni e, chiunque essa sia e ovunque si trovi, può farsi un’idea di che vuol dire una vita persa.

E per non perderla del tutto. Come nell’ultima storia che arriva sotto forma di fatto di cronaca, scompaginando il filo che legava la “buona notizia” a tre ottantenni col dovere di salvarsi. Mentre si chiude questa rubrica, a Napoli, un altro marito si è costituito. Dodici coltellate alla moglie convivente. “Un gesto vile di una brutalità inaudita” ha detto il medico che ha tentato di salvarla. “Ho ucciso mia moglie” ha confessato ai carabinieri. Dopo la “solita” lite. Avevano un bambino di tre anni, che per fortuna dormiva. Ornella Pinto, 40 anni. Non aveva mai denunciato.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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