Mafie: più deboli, più affamate

 

Il numero complessivo delle associazioni criminali scende, ma la Pandemia le ha rinvigorite perché hanno saputo sfruttare il malessere diffuso e generale. Strategie di contrasto? Mettere mano ai loro patrimoni e ricordare i vecchi slogan: “reagire”, “rompere il silenzio”, “testimoniare”
pubblicato il 28 Febbraio 2021, 08:08
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La mafia non è mai in emergenza, ma semmai la sfrutta a suo vantaggio. Il rapporto pubblicato dalla Dia (Direzione investigativa antimafia) sul primo semestre 2020 ha certificato che il Covid, abbastanza prevedibilmente, ha in qualche modo cambiato le mafie. E che le chiusure, le restrizioni, piccoli negozianti e ristoratori lasciati senza risarcimenti o con il “ristoro”, a causa di debiti, tasse, affitti e utenze da pagare, hanno generato situazioni drammatiche che hanno ingolosito la criminalità organizzata.

Eppure, nell’arco di dieci anni, le associazioni a delinquere e di stampo mafioso sono calate. Un fenomeno delicato e complesso, quello relativo alla criminalità organizzata. Lo stesso Istat afferma quanto sia difficoltoso svolgere analisi specifiche e dettagliate di approfondimento. Lo ha fatto però con l’indagine: “Delitti, imputati e vittime dei reati”, dove si registra, negli ultimi anni, un calo significativo di quelle associazioni riconosciute come stabili e che operano secondo uno schema gerarchico nel perseguire un obiettivo comune. In base agli ultimi dati, infatti, le associazioni a delinquere e di stampo mafioso sono passate da 128 nel 2010 a 93 nel 2018.

Di certo è un fenomeno che si adatta ai tempi e significa, allo stesso tempo, che non tutta la criminalità organizzata ha le stesse finalità e lo stesso “modus operandi”. I fenomeni si differenziano tra loro e subiscono trasformazioni. Col cambiare del tessuto sociale, come l’avvento della tecnologia e del digitale, cambiano anche gli assetti organizzativi.

Ad accomunare le diverse organizzazioni criminali è l’approccio mentale, che ne definisce le personalità. Stanley Milgram, psicologo sociale, spiega questo atteggiamento nel concetto di “obbedienza all’autorità”, affermando che ciò che sta alla base dei diversi gruppi criminali è la sensazione di sentirsi legittimati nelle proprie azioni da una figura autorevole, rinunciando alla propria responsabilità diretta. Autorità e leadership sono due pilastri che spiegano perché le associazioni di stampo mafioso, continuano a perdurare nel tempo. Attraverso il senso di “appartenenza al sistema”.

Ricercatori, docenti, giornalisti, volontari, politici, che da anni sostengono la lotta alla criminalità, hanno permesso che si sviluppasse una maggiore attenzione al fenomeno. “Bisogna reagire”, “rompere il silenzio”, “testimoniare”, su queste parole chiave si concretizzò una nuova coscienza contro le organizzazioni mafiose e i poteri occulti. Un processo culminato nei maxi processi dei giudici Falcone e Borsellino (nella foto) dai quali comincia il declino della criminalità organizzata.

Ma veniamo ad oggi. Una relazione a cura del laboratorio Cross di Milano, un centro di ricerca di riferimento per la criminalità organizzata, evidenzia come le strategie di contrasto alla mafia siano differenti a seconda della collocazione geografica. In Lombardia, le iniziative hanno molta più autonomia e operano indipendenti rispetto alle amministrazioni locali, mentre in Emilia Romagna, esiste una collaborazione più inclusiva con le istituzioni, con eventi a tema in biblioteche e scuole. In Calabria è invece più “locale”, con una sentita adesione della Chiesa Cattolica e delle associazioni studentesche.

Oggi, il fronte dell’antimafia è sostenuto da strutture centrali, come forze dell’ordine e magistratura, in simultaneità a strutture più istituzionali. L’Università degli Studi di Milano è sensibilmente all’avanguardia con otto corsi universitari, tre laboratori permanenti, un Dottorato di ricerca in “Studi sulla criminalità organizzata” – l’unico in Italia e uno dei pochissimi in Europa – e la “Rivista di studi e ricerche sulla criminalità organizzata”.

La giustizia, ha dovuto modellarsi per scovare le misure di contrasto più efficienti a secondo del fenomeno e del tempo. Come se l’accresciuta collaborazione tra i vari organi abbia portato a un livello di conoscenza del fenomeno incomparabile rispetto alle generazioni precedenti. I giovani oggi posseggono gli strumenti culturali per capire e analizzare i sistemi criminali. Ed è in questa direzione che l’impegno deve proseguire.

Proseguire, ma facendo attenzione. Perché la sofferenza del tessuto economico, aggravato dalle chiusure per la pandemia, – dicevamo – è diventata occasione di business per le mafie che, nel primo semestre del 2020, hanno visto un’impennata degli affari. Il report annuale della Dia dice che, seppur decimate, ‘Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra hanno acquisito pezzi o rilevando in aziende in crisi in tutta Italia, mentre, nel caso di relazioni con le Pubbliche amministrazioni, sono entrate a ribasso negli appalti. Un quadro inquietante quello disegnato nella relazione semestrale (gennaio – giugno 2020) della Direzione investigativa antimafia che, rispetto al primo semestre del 2019, segnala un netto aumento di riciclaggio di denaro, il trasferimento fraudolento di valori e l’usura, vero sintomo di un’imprenditoria alla ricerca di liquidità.

“E’ la riprova che il lockdown, – si legge nel documento investigativo inviato al Parlamento – se da un lato ha provocato una contrazione delle attività criminali di primo livello (associazione mafiosa), necessariamente condizionata da una minore mobilità sul territorio, dall’altro ha rappresentato l’ennesima occasione per le consorterie criminali di sfruttare la situazione per espandersi nei circuiti dell’economia legale e negli apparati della Pubblica amministrazione”. Le amministrazioni pubbliche infatti sono un bersaglio almeno quanto il privato.

Nel Mezzogiorno riciclaggio e trasferimento di valori sono calati, ma i magistrati mettono in guardia: “E’ importante mantenere alta l’attenzione e vigilare su dinamiche e iniziative apparentemente filantropiche o assistenziali sul territorio”. Un altro modo per entrare in una economia in crisi di liquidità a causa delle restrizioni imposte dal Governo, a seguito della pandemia. Al netto di questo, come al Nord e al Centro, anche al Sud si sono ridotti i reati di estorsione, rapina e ricettazione, mentre è aumentato il contrabbando. L’usura, resta una costante.

Le organizzazioni criminali si sono fatte “impresa”, investono soldi sporchi in imprese pulite o deviano il mercato intercettando il dipendente pubblico corruttibile, permeandosi, fino a rendere invisibile il confine tra attività illecita ed economia di territorio.

Bisogna, evidenziano i report, adottare strategie di contrasto. Cominciando a non trascurare la necessità, lo dicono i magistrati, di un maggiore controllo nel privato. Perché, se in ambito pubblico esistono numerosi protocolli antimafia, “nel caso di rapporti tra privati, invece, rimarcano i giudici, la normativa antimafia nulla prevede”. La strada è attaccare il capitale finanziario, l’arma silenziosa, con cui le mafie riescono in breve tempo a trasformare il disagio economico in presidi di illegalità.

 

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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