Leggi che “disconnettono” le mafie

 

Il primo bando che assegna i beni dei mafiosi alle associazioni per finalità sociali ha avuto grande successo. Dalla Puglia due casi che rappresentano, testimoniano, un ribaltamento fino a pochi anni fa impensabile, dalla criminalità alla solidarietà
pubblicato il 14 Febbraio 2021, 08:00
8 mins

E’ stato molto interessante incontrare per caso e assistere al primo degli appuntamenti di “Volontari sintonizzati”, trasmissione del Centro di Servizio al Volontariato San Nicola di Bari, nata per dare la parola agli Enti del Terzo Settore e invitarli a testimoniare le loro opere e le loro azioni a favore della cittadinanza.

Qui il web diventa un luogo dove le attività del volontariato possono essere raccolte e conservate nel tempo, nonostante il tempo. Il primo tema che hanno affrontato nel nuovo anno è stato “Beni confiscati alla criminalità organizzata”, nel quale i volontari hanno mostrato come ottenere in concessione un bene confiscato alle mafie per trasformarlo in solidarietà, idee, comunità.

Angelo Santoro

Presentate, le storie di Angelo Santoro, presidente della cooperativa sociale Semi di Vita (nella foto d’apertura), che con “La Fattoria dei primi” a Valenzano ha fatto rifiorire 26 ettari di terreno confiscati alla malavita locale. Un appezzamento di terreno in stato di abbandono da oltre trent’anni su cui erano state riversate tonnellate di rifiuti edili è diventato un pollaio per la produzione di uova biologiche, orto che accoglie varietà locali di ortaggi e frutti, un ettaro di fave, 600 melograni e il pomodoro regina.

Attraverso la partecipazione a bandi pubblici e privati, nazionali e internazionali serviranno dieci anni e un milione di euro per far decollare appieno il progetto di riqualificazione che punta sull’agricoltura sociale. Usare l’agricoltura per ricostruire una comunità, a Valenzano, un paese ad alta densità criminale e dove il comune è stato commissariato per sospette infiltrazioni mafiose.

La Fattoria dei Primi dice Santoro “ha un nome significativo: laddove c’era un luogo degradato, che faceva credere ai cittadini di essere gli ultimi, sorgerà qualcosa che li farà sentire i primi. Creeremo occasioni di incontro, organizzeremo laboratori di agricoltura per bambini, adulti, persone con disabilità”.

Un luogo che sconfigge le diseguaglianze e fa emergere la solidarietà. Una storia che fa il paio con l’esperienza di Davide Carlucci, sindaco del Comune di Acquaviva delle Fonti che ha sottratto una sala giochi alla criminalità organizzata trasformandola in un emporio solidale.

L’Emporio della solidarietà “Le sette ceste”, in collaborazione con i servizi sociali comunali, rappresenta una nuova modalità di sostegno alle famiglie in difficoltà promuovendo un servizio di formazione e assistenza ai bisogni della persona. Un progetto realizzato dalla Caritas Diocesana attraverso i fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa Cattolica e sostenuto dalla collaborazione del Comune di Acquaviva delle Fonti che ha messo a disposizione un bene confiscato alla criminalità.

“Quel bene confiscato era una sala giochi – ha detto il Sindaco della città, Davide Carlucci – Un luogo dove fioriva la solitudine e una delle peggiori forme di schiavitù prodotte dal denaro, la ludopatia, che crea, oltre ad una vera e propria dipendenza, impoverimento e emarginazione”. “Quel posto oggi invece diventa un Emporio nel quale gli indigenti possono trovare non solo un sostegno materiale ma anche la via per uscire dalla loro condizione. È uno degli obiettivi più ambiziosi che si possa generare nell’alleanza tra istituzioni e volontariato cattolico, nell’attesa che il nostro ordinamento sia in condizione di non rendere più necessarie queste strutture sconfiggendo le diseguaglianze”.

Questo in Puglia. Ma è stato generalmente vasto il consenso per il primo bando pubblico che assegna i beni dei mafiosi ad associazioni per finalità sociali. Sono stati infatti 160 i progetti presentati dagli enti e dalle associazioni di volontariato e promozione sociale al bando per l’assegnazione di beni confiscati alle mafie nel primo bando pubblico, indetto dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati (Anbsc), che consente di assegnare direttamente queste proprietà ai soggetti del Terzo settore, che devono utilizzarli per scopi sociali.

Nel bando c’erano oltre mille lotti da assegnare e le associazioni potevano proporre progetti su cinque aree tematiche: sociale, salute e prevenzione, occupazione e ricerca, cultura, sicurezza e legalità. Nonostante il carattere sperimentale, e i casi pugliesi lo dimostrano, ha ottenuto un grande consenso da parte del Terzo settore.

La confisca dei beni alle mafie è una delle forme più efficaci di lotta alla criminalità organizzata perché le ricchezze accumulate illegalmente dai mafiosi, ad esempio con il traffico di droga, possono essere espropriate per diventare proprietà dello Stato. E sono doppiamente temute dai mafiosi perché danno un duro e immediato contraccolpo al potere economico e sul controllo del territorio.

Prevista da alcune leggi statali, la prima fu la legge Rognoni-La Torre del 1982, che introdusse il “reato di associazione a delinquere di stampo mafioso” e la confisca del patrimonio accumulato illegalmente. Del 1996 è invece la legge per il riutilizzo dei beni confiscati per scopi sociali. Per la gestione e la destinazione di questi beni è nata l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alle mafie e alla criminalità organizzata.

Il Codice Antimafia è stato aggiornato nel 2011 e, tra le altre cose, consente l’assegnazione diretta a titolo gratuito di beni confiscati a soggetti del Terzo settore. Prima di allora i beni confiscati alle mafie erano destinati agli enti territoriali che in secondo luogo li assegnavano a enti, associazioni o cooperative. Il bando appena chiuso è la prima applicazione di questa normativa. Nel 2017 c’è stato un nuovo aggiornamento del Codice Antimafia che ha esteso l’applicazione delle confische a nuovi tipi di reati e ha reso più veloce l’adozione di questa misura.

Ad oggi sono più di 35mila i beni immobili e 4.200 le aziende confiscate dal 1982. Più di 900 sono le realtà dell’associazionismo che hanno avuto in assegnazione e gestiscono i beni confiscati. I beni immobili destinati ai Comuni, invece, sono più di 1.000 in tutta Italia.

Durante la pandemia, va detto, le iniziative di solidarietà nei confronti delle persone bisognose hanno avuto un ruolo importante, e molte di queste sono partite dalle realtà che gestiscono beni confiscati alle mafie. Il contributo alla ripresa economica potrebbe essere maggiore se i beni fossero assegnati in tempi rapidi e le politiche sociali diventassero una priorità politica, magari presente nel prossimo Recovery Plan.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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