Non è mai troppo tardi

 

A Pompei un trafugatore, pentendosi, ha restituito dopo cinquanta anni un viso in terracotta che adornava una domus. A Taranto trecento anni non sono bastati a riportare alla luce l'Anfiteatro romano
pubblicato il 07 Febbraio 2021, 08:00
5 mins

Ciò che accade, o in questo caso, ciò che non accade, è la metafora perfetta di come Taranto si lascia raccontare negli ultimi anni. Per esempio, tra i 134 siti di interesse storico e culturale da visitare nella Città dei Due Mari consigliate da Trip Advisor, c’è anche l’Anfiteatro romano, che in effetti non c’è.

Eppure, quello che non c’è, è stato recensito. Lo fece un visitatore proveniente da Lecco, del quale possiamo solo immaginare la delusione mentre, nel dicembre 2018, scrisse: “E’ davvero difficile fare una recensione di un posto che non è visitabile, perché si trova sepolto da tonnellate di terra e cemento armato. Alcuni resti sono stati trovati sotto un palazzo, oggi sede di uffici comunali, il cui cortile è utilizzato come parcheggio”.

La storia che non c’è, si ripete. Soprattutto quando è già successa.

Nella primavera del 1789, il nobile svizzero Carl Ulysses von Salis-Marschlins, economista ed appassionato di antichità, giunto a Taranto al seguito dell’arcivescovo Giuseppe Capecelatro, descrisse dopo alcuni sopralluoghi ciò che vide della città antica e appuntò: “Verso sera visitai il giardino dei monaci Teresiani onde esaminare gli avanzi del classico teatro di Taranto. Un arco basso, pochi gradini ricoperti di rovi (…).” E anche diciotto anni prima, nel 1771, Cataldantonio Carducci vedendo i pochi ruderi visibili nello stesso giardino, commentò: “Dovrebbe bensì scavarsi per osservar dove vadano a finir quegli spezzoni (…)”.

Nel 1881 il primo archeologo tarantino, Luigi Viola, con i suoi scavi nel sito contribuì a riaccendere la speranza di far riemergere il capolavoro architettonico, trovando 17 muraglie della gigantesca struttura dalla quale, la Storia racconta, nel 281 a.C. i tarantini mentre festeggiavano il dio Dioniso, videro dieci triremi romani arrivare di sorpresa, respingendo l’attacco nemico.

In seguito, sono stati fatti altri saggi a cavallo tra il 1961 e il 1963, studi nei quali sono stati messi in luce ulteriori dettagli della struttura e che, certificano e testimoniano, la negazione della bellezza.

Più o meno nulla è cambiato in tre secoli e il sogno di riportare alla luce l’Anfiteatro di Taranto continua a restare tale. L’ultimo rinvenimento nel 2005, poi più nulla fino alla costruzione del parcheggio, nell’ex mercato coperto, la nuova pietra tombale su grotte, muri e gradinate antiche. Lo splendore, come la polvere del tempo e dell’incuria, è stato riposto più volte sotto l’asfalto, ma non dalla memoria, che insieme agli scritti di Appiano, Floro, Dione Cassio, Polibio e Livio, contribuisce a descrivere ancora, una bellezza che possiamo solo immaginare.

La negazione della bellezza è senza dubbio una colpa. Che provoca vergogna e pentimento. Almeno a Pompei, dove un cittadino ha restituito alla Sovrintendenza archeologica del sito, un frammento di “antesissa” che ritrae il volto di una donna in terracotta, un elemento decorativo dei tetti delle “domus” antiche.

Sul biglietto c’è scritto: “Cinquanta anni fa ho asportato da un edificio questo frammento. Me ne vergogno e lo restituisco al proprietario. Scusate”.

Il reperto è stato fotografato insieme al biglietto di scuse e la foto è stata pubblicata la settimana scorsa su Instagram, dal direttore generale ad interim della Soprintendenza, Massimo Osanna, che ha commentato: “A volte ritornano. Per posta, quasi settimanalmente”, per dare a intendere che – per fortuna – molti sono i “pentimenti” dei trafugatori di tesori antichi a cui seguono le restituzioni dei beni rubati.

La negazione della bellezza genera pentimento, anche dopo 50 anni. Ma non ovunque. “Sarebbe molto facile”, commentò von Salis, “ripulire e liberare dai rottami quel posto memorabile, e forse anche lasciare scoperta la parte inferiore del teatro; ma dappoichè è caduto nelle mani dei monaci, è facile prevedere che la cosa non si avvererà giammai”.
Era il 1789 e quei pezzi dell’anfiteatro già si consumavano al sole e dalla salsedine portata dallo scirocco, fra le piante di cappero. E tutto rimane così.

Da tre secoli, la coerenza dell’incongruo non si pente e non si vergogna. Ma per certe cose ci vuole tempo, tre-quattro secoli almeno.

 

Foto di apertura: Taranto, Anfiteatro romano. Scavi del 1963 (da E.Lippolis, ‘Fra Taranto e Roma’, Ed.Scorpione, 1997)

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

2 Commenti a: Non è mai troppo tardi

  1. Lorenzo Barnaba

    Febbraio 7th, 2021

    Giancarlo Cito, quando era sindaco e anche dopo, sottolineò più volte la necessità di riportare alla luce i resti dell’anfiteatro. Purtroppo il buonsenso è di vetro e l’ignoranza di pietra.

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  2. Fra

    Febbraio 11th, 2021

    Altroché cultura ,coltura e ci è pure negata ,che piaga di città ,anche l’acquedotto del Triglio che è in bella vista è lì a fianco ai parchi minerali ,ridotto ad una latrina neanche una lanterna a sottolineare l’importa di un’era che ci ha contraddistinto e che sembra rimasto un ricordo ormai dimenticato oltre che abbandonato. Poveri noi gli spartani ci conficcherebbero le loro lame al cuore senza esitazione !!

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