“Noi capitale della cultura sempre e comunque… a prescindere”

 

Lunga e appassionata lettera aperta al ministro Franceschini di Nello De Gregorio, presidente di Nobilissima Taranto
pubblicato il 22 Gennaio 2021, 11:04
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Taranto è un mito e i miti sono universali e sacri. Li puoi schiaffeggiare, li puoi ferire, come di fatto è il vero e proprio scippo di cui siamo stati vittima nella mattinata del 18 gennaio, li puoi offendere perchè mi sento, ci sentiamo offesi; ma il mito rimane a rappresentare la cattiva coscienza di chi ha pensato di sottrarsi ad un mito così imgombrante come quello di Taranto.
Taranto è un mito ed i miti affascinano le menti sensibili e colte. Perfino nell’Ulisse di Joyce, in assoluto uno dei libri più famosi del Novecento, fa capolino il mito di Taranto. Il mito, i mari, il clima, i tramonti di Taranto furono poesia nel mondo antico da Leonida al raffinato Orazio che lo immortalò nelle sue Odi: “E se la sorte mi allontanerà da Tivoli, me ne andrò al dolce Galeso, tra greggi lanose, ai campi di Taranto spartana Quell’angolo di mondo davvero mi incanta, per il miele delizioso e le olive, verdi da gareggiare con quelle venafre. E poi, che primavere lunghe e miti inverni, mentre Aulone, vino di Bacco, se la ride persino delle vigne falerne”.
Taranto è una città, nonostante tutto anche dopo la devastante occupazione della grande industria pesante, ancora stupenda con quel sole, con quella luce radiante ed insinuante che penetra incontrastata anche nei vicoli più stretti e chiusi della Città Vecchia, con quel mare di raso, con quelle coste lucane e i profili del Pollino così lontane ma che soprattutto nelle fredde e pulite giornate di tramontana di primavera si intravedono così vicine, con il suo Mar Piccolo che Cesare Brandi definì quasi un Mar di Marmara più piccolo, dove sfocia il Galeso. Quel Mar Piccolo che in età romana dovette essere sede di grandi ville e in età medievale di una comunità relativamente grande stando alla presenza di una bellisima basilica del XIII secolo costruita in perfetto stile romanico e per secoli dimenticata occultata all’interno di una grande masseria.
I tarantini, ospitali e dal bonario carattere che sa di un passato davvero “passato”, luce, mare, tepore e scirocco se li godono da sempre, da quando, forse in un pomeriggio di sole sanguinante, i naviganti greci guidati da Falanto stanchi e fiduciosi sentirono che l’oracolo si compiva sullo scoglio angusto che fu la prima Taranto. Già! Quella Taras che François Lenormant ricorderà che “nel momento massimo della potenza e della prosperità di Taranto, ai tempi del governo di Archita, si credette per un istante che l’Italia avesse trovato i suoi signori e che questi non sarebbero stati i romani”. Quella Taras che Archita e Aristosseno fecero diventare in assoluto la culla della musica e che diede i natali a Nikokle, il più grande citaredo del mondo antico a cui gli ateniesi eressero una statua proprio di fianco all’Odeion di Pericle. Quella Taranto da cui partirono Giovanni Paisiello e Mario Costa.
Taranto ha sempre misurato se stessa la propria storia con un metro esigente: mai la quiete rassegnata e incolore del tempo che scorre. Cittadini di una capitale, o nulla. E la città risente di lunghi periodi di fasto e di altrettanti periodi di… nulla.
Al di là della ferita e dell’offesa che ci è stata arrecata, un dato oggi è certo e va sempre più consolidandosi ovvero la consapevolezza, finalmente crescente fra i tarantini, di essere orgogliosi della propria identità storica, culturale ed antropologica, di essere nati nella culla della civiltà occidentale, quando altrove, in altre parti del Bel Paese, scusatemi lo sfogo, portavano la clava e vivevano sulle palafitte.
La stessa forma urbana più recente, il Borgo, sembra inequivocabilmente raccontare questo rincorrersi continuo di monumentalità e di periferia; eleganti scorci di costruito su stile umbertino che ben possono connotarla come una delle capitali meridionale del liberty, sono ancora diffusi anche dopo il saccheggio dell’edilizia di sostituzione degli anni Sessanta e Settanta. Così per la Città vecchia, l’acropoli aperta sul mare dalle postierle che immettevano nell’area del principale porto di età arcaica. Un sito che dalle sue viscere fino ai più elevati sopralzi conseguenti alla nascita della città turrita appare nella lettura dei suoi parmenti murari leggibile nella sua stratificazione millenaria. Fatto questo quasi unico al mondo. Fino a qualche decennio fa esclusa dalle pulsioni vitali della comunità, l’isola si proponeva quasi esclusivamente come luogo indifferenziato della memoria, brandello storico cui appuntare un velleitario e mai troppo documentato “prestigioso passato” storicamente riconoscibile per poche emergenze, molte impenetrabili facciate, e tanti privati ricordi familiari. Poi un percorso fatto di alti e bassi, dal piano di recupero, premiato in occasione dell’anno europeo del patrimonio architettonico del 1975 con i pregevoli interventi di risanamento di via Cava e di una parte della struttura insediativa a casbah e, successivamente nella ristrutturazione di numerosi palazzi nobiliari di carparo nella parte alta dell’isola, belli ma non ampollosi e ridondanti che spesso chiudono in un abbraccio aristocratico ma non soffocante i quartierini arabeggianti fatti di stradine, viuzze, corti, archi, cubicola. Un percorso che oggi finalmente, dopo alcuni decenni di stati, l’attuale amministrazione ha inteso riprendere e reimpostare con interessanti interventi strutturali di completamento della ristrutturazione e del risanamento e rigenerazione urbana nell’ottica soprattutto di un forte recupero di residenzialità contro l’ipotesi o l’errore di musealizzare il centro storico.
L’impianto urbano, a partire dalle prime frequentazioni dell’età del ferro appare addirittura non definito ed esplorato in quasi tutte le sue fasi. Si pensi alle recenti scoperte di una vastissima rete di ambienti sotterranei, alcuni dei quali recanti i segni delle prime cave di età greca fino ai grandi depositi ed impianti produttivi medievali con affaccio a mare L’acropoli e la fase magnogreca con le due poderose colonne doriche che ricordano un tempio eretto alle origini della storia antica e i resti sotto San Domenico Maggiore di un altro grande tempio a guardia e per accogliere i naviganti che entravano nella città; poi dappertutto lungo l’attuale via Duomo resti di colonna utilizzati come paracarro innanzi ai palazzi nobiliari settecenteschi. Il possente e maestoso Castello Aragonese, che proprio negli ultimi decenni ha svelato le sue precedenti fasi: prima che aragonese fu maniero svevo e poi angioino e ancora prima kastron bizantino.
La recente scoperta della facies medievale dell’isola che si riteneva scomparsa nel nulla. Gli scavi condotti alcuni anni fa in cattedrale hanno certamente definito strati, epoche, giustapposizioni di stili diversi e svelato quanta parte di sè la società tarantina abbia inteso lasciare nella più antica cattedrale di Puglia, nell’edificio simbolo della sua cultura, del proprio credo religioso e della speranza umana. La Città vecchia post-classica risulta leggibile nella struttura muraria della basilica con grande eloquenza: vi si coglie finalmente una fase paleocristiana; trovano maggiore precisione storica gli interventi bizantini e via via le successive frequentazioni, come quella normanna, la quattrocentesca e la barocco-rococò (brutto capitolo di una pessima manomissione almeno riguardo al portale). E in cattedrale a stupire tutti, con la straordinaria sintesi cromatica dei marmi mischi che anticipa ogni concetto d’arte informale. Lì il popolo ha saputo ancora una volta trasformare in ricchezza molte storiche povertà: tutti i marmi del Cappellone, tra il Seicento ed il Settecento giacevano infatti trascurati ed abbandonati fra i vicoli, come cippi da catena per i cani da masseria, o ammassati nelle vigne ad oriente. Ma ridivennero colore e stupore, specie allorquando furono arricchite ed impreziosite dalle magistrali opere del più grande scultore italiano dopo Michelangelo, Giuseppe Sammartino, memoria ed icona di una città che fu pur sempre almeno due volte nella sua plurimillenaria storia capitale.
Taranto antica riscoperta apre il grembo e svela i segni profondi del passato: i suoi frantoi millenari dove ancora si produceva l’olio con le tecniche raccontateci da Catone nel ‘De Agricoltura’, le sue catacombe sotto palazzo Delli Ponti e le vicine basilichette sotterranee, in cui ancora struscia lamentosa la liturgia dei canti bizantini; il grande monastero di San Francesco, il principale edificio angioino a balcone sul Mar Piccolo dove un giorno i fraticelli di Assisi, nella loro chiesa, grande come quella di Assisi, lodavano il “mi Signore” per così tante bellezze; i grandi monasteri del Seicento e Settecento, dalle alte inaccessibili muraglie le cui mura conservano ancora oggi l’unica memoria delle struggenti preghiere delle monachelle di Santa Chiara sempre vigili e premurose preso la ruota degli esposti, dei figli della “colpa” o forse più della povertà; le numerosissime chiese dove rito greco e latino convissero pacificamente in un grande afflato, prima ancora che religioso, culturale e sociale.
San Domenico, già San Pietro Imperiale, si erge maestosa sul versante occidentale dell’isola, alta sul mare come il sole al tramonto, scruta il Mar Grande, quello forestiero, e rammenta che i Catapani imperiali appena giunti da Bisanzio in città si chinavano davanti ai monaci di Basilio il grande, veri sovrani di quella chiesa sorta sul più grande tempio greco, la prima architettura sacra di Taras antica. Ad occidente l’cropoli, ad oriente la neapolis dei greci, il Borgo nuovo.
Di questa città, che fu la più grande del mondo antico allora conosciuto, molto è conservato nel Museo Archeologico Nazionale, da qualche anno tornato splendidamente attrezzato; altrettanto è andato disperso a causa del saccheggio dei tombaroli, moltissimo è nei più grandi musei del mondo dal Louvre al British Museum, a Copenaghen a Berlino (dove la dea in trono è uno dei principali vanti di quel museo).

Ad esaltare, con gli effetti speciali che nei musei moderni hanno sostituito le vecchie teche, l’intero e variegato patrimonio museale, i magnifico ori con i loro linguaggi diversi: sfacciato a volte, pudico altre, rutilante e minaccioso altre ancora. Ma sempre, e per sempre, gli “Ori di Taranto” sono e saranno il diadema di una grande capitale antica. Pochi musei al mondo possono vantare una collezione di autentici tesori, come il Museo Nazionale di Taranto. Le vetrine della sala ad essi conservata sono piene di argenti, ori, gemme incastonate in monili, portagioie, diademi braccialetti, anelli, orecchini, colliers, da suggestionare anche il più distaccato visitatore. Il pregio dei materiali usati e la squisita fattura di questi gioielli trasporta il visitatore in un mondo di affascinante femminilità e suggerisce l’idea che tale raffinatezza doveva esere la logica conseguenza del buon gusto e dell’ambizione, ma anche di solide condizioni economiche. Entrare nella sala, lasciarsi abbagliare dallo sfolgorìo dell’oro, osservare attentamente la quantità e qualità del materiale esposto, produce le più svariate sollecitazioni della mente. La contemplazione della sfilata dei diademi, veramente eccezionale, riporta alla memoria l’appellativo che Giovenale attribuiva a Taranto quando ricordando il fasto e la mollezza dei costumi ellenistici, che dalle principali città della Magna Grecia erano venuti a Roma, la chiamava coronatum Tarentum: Taranto delle corone. E che dire dei meravigliosi resti dell’Atleta di Taranto, più volte vincitore ad Olimpia. Resti che hanno affascinato oltre due milioni di visitatori nel padiglione Italia alle Olimpiadi cinesi. Nè meno esaltanti appaiono le tombe a camera riemerse da una necropoli grande quanto l’intera città, perchè la necropoli era parte integrante della città a testimonianza del fortissimo rapporto intercorrente nella cultura greca con i defunti. In quella decina di tombe di età arcaica, ellenistica e romana, valorizzate ed aperte al pubblico, c’è quanto di meglio l’architettura di origine greca ha saputo produrre. Ma sono ancora diverse decine le tombe scoperte e studiate coperte sul ciglio delle strade e negli scantinati dei palazzi che attendono di essere aperte e rese fruibili al pubblico. Insomma ci sono tutte le condizioni per far decollare un vero e proprio percorso, organizzato su modello pompeiano.
Con l’arrivo dei bizantini intorno all’anno Mille la grande neapolis viene abbandonata rifugiandosi nell’isola, o meglio sull’istmo perchè allora non c’era ancora il canale navigabile. Solo intorno al XIV-XV secolo, e grazie ad alcune fondazioni religiose, sembrò rinascere un certo interesse per quella parte della città ridotta ormai ad una landa. Sino all’Unità d’Italia, il paesaggio orientale è scandito dunque solo da chiese rurali, cinque conventi e da alcune ville patrizie che già alla fine del Seicento anticipano in qualche caso il poi diffuso gusto arcadico che, specie nel regno di Napoli, fu vera e propria passione cui si indirizzò il patriziato terriero e latifondista. Poi a partire dagli ultimi decenni del regno delle due Sucilie, la municipalità tarantina aveva sollecitato il governo a voler permettere l’espansione del nucleo urbano al di fuori della Città Vecchia, oltre il ponte di porta Lecce e verso oriente. Dopo l’Unità d’Italia, su progetto dell’architetto Davide Conversano la città per farne simbolo e metafora però si protese nel Borgo mentre pochi anni più tardi sarebbe stato tagliato il fosso con l’organizzazione del canale navigabile e il ponte di ferro. Lo spazio urbano del Borgo è ancora oggi ben scandito, nonostante l’aninima edilizia di sostituzione, da edifici di ottimo livello che reinterpretano momenti dell’edilizia rinascimentale, neoclassica e liberty, come si nota soprattutto in via D’Aquino, via Di Palma, corso Umberto, via Pitagora. Quinta di chiusura del Borgo, al termine di via Di Palma, si pone la facciata dell’Arsenale militare, disegnata alla fine dell’800. Un’area che si appresta a breve a rinascere dopo decenni di marginalizzazione attraverso radicali interventi che prevedono la nascita di alcune funzioni direzionali pubbliche, servizi sociali, ma soprattutto spazi di grande arricchimento culturale.
Al di là, proprio dove comincia l’immensa periferia la Concattedrale di Giò Ponti. In quella forma leggera la “vela” ricamata sostituisce le cupole dell’architettura datata e scontata, ma inconsapevolmente, questa autentica novità strutturale si gusta anche per un sapore antico e popolare: tutte le masserie e le chiesette che erano al Borgo, e che sono ancora in campagna, avevano il campaniletto a vela che l’anima di Ponti ricesella per farne simbolo e metafora della città tutta: il tremolare della marina questa volta si coglie in cielo, richiamato dalle vibrazioni dell’azzurro che entra ed esce tra gli esagoni gotici di quella vela. Questa in sintesi è Taranto alla faccia di chi il 18 gennaio ha fatto finta di non conoscerla e l’ha offesa.

Carmine De Gregorio

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