Taranto “gioca”, facciamo il tifo?

 

Diverse generazioni sono venute al mondo già sconfitte, nell'irresponsabile convinzione che nulla potesse cambiare, che nulla si potesse scegliere. Che fosse il lavoro o il destino. Oggi abbiamo qualcosa intorno al quale “stringerci”, se vinciamo, vinciamo tutti insieme
pubblicato il 17 Gennaio 2021, 08:08
9 mins

Chi se l’aspettava? Mentre si era in attesa di capire di che “colore” saremmo diventati e se le scuole avessero riaperto, mentre il diversamente statista di Rignano, alla disperata ricerca di potere e qualcosa da rottamare (che sia la vecchia nomenclatura di centro-sinistra o un governo in carica in piena pandemia, per lui è lo stesso) azzoppava l’esecutivo-Conte, mentre ci si accorgeva che tutto questo stava (piacevolmente) “rubando la scena” ai bollettini e agli epidemiologi da salotto, un’altra notizia nemmeno tanto “locale”, è riuscita ad attirare l’attenzione di molti commentatori, professionisti e non.

“Taranto Capitale italiana della cultura per il 2022”, oramai, è più che una speranza.

L’attenzione sul tema si era riacutizzata qualche giorno fa, dopo le prime reazioni, commenti e analisi sui video-spot girati dai registi Pippo Mezzapesa per Taranto e Giuseppe Pezzulla per la Grecìa salentina e lanciati sui social per sostenerne la candidatura. Racconti con immagini che hanno il pregio di non ricalcare stereotipi incentrati solo sui simboli della tradizione e che hanno cercato e trovato un filo conduttore in due elementi: il mare e la storia. Due macrotemi attorno ai quali si è deciso di pensare la proposta sullo sfondo dello slogan “La cultura cambia il clima”.

Karen Blixen, scrittrice, 1885-1962

“La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime o il mare”. La frase della scrittrice danese Karen Blixen è il filo conduttore dei due corti.

Il video “tarantino” si condensa in 120 secondi che miscela sguardi ed emozioni, passato e futuro. La nuova narrazione della città dei due mari non prevede e non consente di  nascondersi in un filmino di promozione turistica. “Abbiamo cercato di evitare di rifugiarci nella comfort zone di una narrazione patinata, da cartolina – dice Giovanni Sasso, fondatore e direttore creativo di Proforma, l’agenzia che ha ideato lo spot – e abbiamo scelto di raccontare la città in un modo più diretto e sincero. Non ci interessava il vestito sbrilluccicante, abbiamo puntato a far venire fuori l’anima. E Taranto ne ha da vendere”.

Perché Taranto, bisognerà prenderne atto prima o poi, è nel cuore anche di quelli che non sono tarantini e ciò non vuol dire che costoro non possono contribuire a riscrivere una nuova narrazione. Pippo Mezzapesa, regista premiato con il David di Donatello e il Nastro d’Argento, che lo ha diretto, non a caso ha dichiarato: “Sono legatissimo a questa città. Ci ho anche girato alcune scene del mio primo film e un corto (Settanta) che mi sta particolarmente a cuore. Sono stato felice di avere una scusa per tornarci. Per questo spot siamo rimasti in città diversi giorni. Alla fine avevamo girato tanto di quel materiale che il lavoro più grosso, talvolta doloroso, è stato quello di fare selezione. Del resto Taranto è molto più bella e struggente di qualsiasi spot”.

In 120 secondi d’altronde non poteva starci “tutto”. Per questo è apparsa convincente la scelta di produrre qualcosa che potesse andare “oltre la competizione per la capitale della cultura”, non ha nascosto Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto: “Volevamo uno spot che lavorasse su orgoglio e appartenenza, su sacrificio e volontà di rinascita. Un piccolo film che facesse conoscere Taranto al mondo ma anche che aiutasse noi tarantini ad amare ancora di più questa straordinaria terra”.

Costruttivo”, in una parola sola. “La città sta uscendo fuori dal deserto e vuole rimarcare la discontinuità con la monocultura siderurgica” ha ribadito infatti Melucci in occasione della presentazione del dossier sulla candidatura del capoluogo jonico. “Taranto è una città resiliente che sta uscendo dal deserto e vuole marcare la discontinuità con la monocultura siderurgica, diventando laboratorio del Green Deal”.

Non si arretra sui temi ambientali. Ma nemmeno li si nasconde, sminuendoli, nella lotta fratricida che separa chi vuole lavorare, da chi non si vuole ammalare e che invece unisce, da troppi anni, chi crede che la città ormai sia stata abbandonata al proprio destino, condannata al brutto. Condannata anche a quel disfattismo che pensavamo avere nel Dna, a quella predisposizione a rottamare qualsiasi cosa sia nuova, spesso, solo perché nuova. Diverse generazioni sono venute al mondo già sconfitte, nell’irresponsabile convinzione che nulla possa cambiare, che nulla si può scegliere. Che si tratti di lavoro o del destino.

La squadra che ha presentato il dossier

La cultura, invece, cambia il destino, ha rimarcato nella presentazione il sindaco. “A Taranto avevano insegnato che non doveva avere niente a che fare con la bellezza, avevano insegnato che era superflua. Che qui si doveva badare ad altro, bisognava produrre, la bellezza era per altri”. Ma dove “c’era il deserto abbiamo seminato, ora aiutateci a raccogliere i frutti. Se cambia Taranto, che è un paradigma dell’Italia intera, può cambiare il mezzogiorno e l’intera nazione. A cominciare dalla cultura che diventa asse portante del “Patto Verde”, di questa transizione verso il nuovo e verso il giusto nel mondo per il prossimo decennio”.

C’è qualcosa attorno al quale stringersi insieme. Intorno alla volontà di cambiare nella convinzione di non dover necessariamente rinunciare alla propria Storia e nella consapevolezza di poter affrontare sfide difficili, magari nuove, ma non per questo impossibili da realizzare.

Il dossier presentato, nel suo complesso, sembra certificare il movimento che la città ha avviato, basando sulla cultura e negli eventi in progetto i punti di cardine di un cambio di passo. “Sessanta pagine di bellezza”, le ha chiamate il primo cittadino, parlando di centinaia di eventi che abbracciano storia, tradizioni, arte, enogastronomia, natura, declinati secondo il tema del cambiamento. Eventi, festival, mostre e convegni che possono conquistare migliaia di italiani e, si spera, allargare la platea dei soddisfatti anche ai più scettici conterranei.

Ora ci siamo. In pole position, dopo aver sbaragliato altre 28 candidature, ce la vedremo con Ancona, Cerveteri, L’Aquila e Pieve di Soligo, Procida (Napoli), Trapani, Verbania e Volterra (Pisa) e lunedì la Giuria indicata dal Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, indicherà il progetto vincitore.

C’è qualcosa intorno al quale essere tutti d’accordo. E non è più la sola necessità di esserci in questa gara, ma il bisogno di vincerla, arrivando primi e portandola al termine, meglio di come avrebbero fatto gli altri.

E’ il caso di unirsi e incitare, come si fa, insieme, quando gioca la Nazionale, sostenendo anche oggi, per esempio, la candidatura attraverso l’uso degli hashtag ufficiali #taranto2022 e #laculturacambiailclima. Credendoci fino alla fine. Come quando sul 2-0 di una partita si è ancora convinti di pareggiare anche se mancano 10 minuti. Perché si piange per dispiaceri e dolori, ma anche, più raramente, di gioia.

Siamo ancora in tempo.

Per fare il tifo, “responsabile”, “costruttivo”, senza indecisioni o ripensamenti. Non ricorrendo a ragionamenti meschini e a deduzioni da manuale Cencelli. Perché se vinciamo, non vince solo “Melucci” o “Bari” o “Emiliano”, lo facciamo tutti insieme. E questa, sarebbe davvero, una gran bella vittoria.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

2 Commenti a: Taranto “gioca”, facciamo il tifo?

  1. Roberto

    Gennaio 17th, 2021

    Una spruzzata di soldi magari a beneficio di società e manodopera non locale e “vicine” ai reali decisori politici per far digerire meglio all’ opinione pubblica qualche recente ennesimo boccone amaro quali ad esempio la non adozione di decisioni strategiche coraggiose quale la previsione di un vero piano alternativo di bonifiche e riconversione o quanto meno la chiusura dell’area ad caldo ? Intanto qui i bambini e
    non solo continuano a morire ed ammalarsi come sempre… del resto il degrado e l’atmosfera funebre era percepibile anche dal video dello spot commissionato x la candidatura
    Cultura?! Time Is over!!!

    Rispondi
  2. Silvio

    Gennaio 18th, 2021

    Beh! Credo che sia arrivato il momento di remare tutti nella stessa direzione e i primi che devono farlo devono essere proprio i Tarantini.
    Il futuro si crea soltanto sognandolo e se l’uomo è arrivato sulla luna è perché prima lo ha sognato!
    Silvio caforio uno Spartano.

    Rispondi

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