Deposito nucleare: anche Taranto tra aree idonee

 

E' l'area a nord di Laterza al confine con la Basilicata. Sono 67 i luoghi potenzialmente idonei in Italia, i migliori in Piemonte. Servirà lungo iter consultazione
pubblicato il 05 Gennaio 2021, 18:30
20 mins

Il ministero dell’Ambiente e il ministero dello Sviluppo Economico hanno impiegato ben cinque anni, per rilasciare il nulla osta alla Sogin (Società Gestione degli Impianti Nucleari) per la pubblicazione della CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, il progetto preliminare e tutti i documenti correlati alla realizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e del Parco Tecnologico, che di fatto dovrebbe scrivere la parola fine sui rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività.

Cerchiamo di fare subito chiarezza: si tratta di una mappa provvisoria sulla quale sono state indicate le aree giudicate potenzialmente più idonee ad ospitare questo tipo di rifiuti: non è stata presa nessuna decisione definitiva, seguirà un lungo iter di consultazione, passeranno ancora mesi se non anni. Una precisazione dovuta al lettore a fronte del fatto che, come avevamo previsto anni addietro, è subito partita la classica ondata di disinformazione a chi la spara più grossa, a cominciare dai rappresentanti politici dei vari territori interessati, che in realtà dovrebbero conoscere ciò di cui parlano. Ma ancora una volta siamo costretti a constatare come la demagogia abbia corrotto del tutto la classe politica, che sguazza in un mare di ignoranza ed incompetenza.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/08/04/rifiuti-radioattivi-prosegue-attesa-per-il-deposito-nazionale-2/)

Un problema che attende una soluzione da decenni

Sono decenni che l’Italia pianifica la realizzazione di un deposito nazionale temporaneo ad alta sicurezza in cui riunire i materiali radioattivi meno pericolosi che l’Italia continua a produrre ogni anno (per i materiali più pericolosi è molto probabile che si ricorrerà ad un deposito sotterraneo consortile fra più Paesi europei).

Nel febbraio 2003, durante il governo Berlusconi 2, il colonnello Carlo Jean, presidente della SO.G.I.N. (2002-2006), venne nominato Commissario Delegato per la messa in sicurezza dei materiali nucleari, carica che ha ricoperto fine al dicembre 2006. Fu lui ad avviare la procedura per costruire un deposito sotterraneo, definitivo, geologico per rifiuti ad altissima radioattività la cui collocazione venne individuata nel sottosuolo salino della piana di Metaponto, in provincia di Matera, presso il comune di Scanzano Ionico, località Terzo Cavone. Come si ricorderà vi fu una sollevazione popolare per diverse settimane, una protesta (che precedette le più recenti in Val di Susa per la Tav e nel Salento per il gasdotto Tap) che spinse il governo di allora e molti altri ad accantonare il progetto di un deposito nazionale.

Passarono altri sette anni: il 15 febbraio del 2010 venne emanato il Decreto legislativo n. 31 “Disciplina dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché benefici economici, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99”, che stabiliva l’avvio della procedura per la localizzazione, costruzione ed esercizio del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e Parco Tecnologico. In quel decreto, gli articoli 25, 26 e 27 individuavano la Sogin come il soggetto responsabile della localizzazione, realizzazione e dell’esercizio del Deposito Nazionale destinato allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi e del Parco Tecnologico. 

Passano altri quattro anni e nel 2014 vengono resi noti i 28 criteri previsti nella Guida Tecnica n. 29 dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) elaborati sulla base degli standard dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), che definiva una proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico, proponendone contestualmente un ordine di idoneità sulla base di caratteristiche tecniche e socio-ambientali delle suddette aree, nonché un progetto preliminare per la realizzazione del Parco stesso. 

I criteri dell’ISPRA parlavano di luoghi poco abitati, con una sismicità modesta, senza la presenza vulcani né rischi di possibili frane e alluvioni. Non a quote troppo elevate (non oltre i 700 metri sul livello del mare) o su pendenze eccessive. Né troppo vicine al mare. Non adiacenti ad autostrade e ferrovie, ma abbastanza vicine alle stesse per poter essere raggiunte dai carichi di materiale da stoccarvi.

Ma tra le maglie dei criteri, in particolare uno, il numero 11, rischia di ridurre al lumicino la possibilità di scelta finale: ovvero si consiglia di “valutare con attenzione le zone con produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico“. Che in Italia sono praticamente ovunque.

Il 2 gennaio 2015 la Sogin consegnò la Cnapi in via ufficiale: ma subito dopo la questione scomparve dai radar. In anni e governi diversi sono stati tanti i ministri che ne annunciavano l’imminente pubblicazione senza però mai compiere il passo decisivo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2018/04/16/cnapi-ispra-deposita-relazione-dove-finiranno-i-rifiuti-nucleari/)

Che cos’è il Deposito Nazionale?

Sarà un’infrastruttura ambientale di superficie che permetterà di sistemare definitivamente in sicurezza i rifiuti radioattivi, oggi stoccati all’interno di decine di depositi temporanei presenti nel Paese, prodotti dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti nucleari e dalle quotidiane attività di medicina nucleare, industria e ricerca.

Il Deposito Nazionale sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva.

Insieme al Deposito Nazionale verrà realizzato il Parco Tecnologico, centro di ricerca applicata e di formazione nel campo del decommissioning nucleare, della gestione dei rifiuti radioattivi e della radioprotezione, oltre che della salvaguardia ambientale. Il Parco Tecnologico rappresenterà una reale integrazione con il sistema economico e di ricerca, contribuendo ulteriormente allo sviluppo sostenibile del territorio nel quale sorgerà.

Il Deposito Nazionale secondo il progetto iniziale sarà integrato con il territorio, anche dal punto di vista paesaggistico. Infatti, una volta completato il riempimento, sarà ricoperto da una collina artificiale, realizzata con materiali impermeabili, che costituirà un’ulteriore protezione, prevenendo anche eventuali infiltrazioni d’acqua. Tale copertura dovrebbe armonizzare anche visivamente il Deposito con l’ambiente circostante, mediante un manto erboso.

Il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico sarà costruito all’interno di un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al Deposito e 40 al Parco Tecnologico.

Quali caratteristiche tecniche avrà?

Il Deposito Nazionale sarà costituito da una struttura con barriere ingegneristiche e barriere naturali poste in serie per il contenimento della radioattività, progettata sulla base delle migliori esperienze internazionali e secondo gli standard IAEA (International Atomic Energy Agency) e dell’ente di controllo ISIN (ex ISPRA). Le barriere ingegneristiche di protezione saranno realizzate con specifici conglomerati cementizi armati, garantiti per confinare la radioattività dei rifiuti per il tempo necessario al suo decadimento a livelli paragonabili agli intervalli di variazione della radioattività ambientale.

Nel dettaglio, all’interno di 90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle, verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con i rifiuti radioattivi già condizionati, detti manufatti. Nelle celle verranno sistemati definitivamente circa 78.000 metri cubi di rifiuti a molto bassa e bassa attività. Una volta completato il riempimento, le celle saranno ricoperte da una collina artificiale di materiali inerti e impermeabili, che rappresenterà un’ulteriore protezione e permetterà un’armonizzazione dell’infrastruttura con l’ambiente circostante.

In un’apposita area del deposito, sarà realizzato un complesso di edifici idoneo allo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività, che resteranno temporaneamente al Deposito, per poi essere sistemati definitivamente in un deposito geologico.

Le barriere ingegneristiche del Deposito Nazionale e le caratteristiche del sito dove sarà realizzato garantiranno l’isolamento dei rifiuti radioattivi dall’ambiente per oltre 300 anni, fino al loro decadimento a livelli tali da risultare trascurabili per la salute dell’uomo e l’ambiente.

Quali le aree individuate

Sono ben 67 luoghi potenzialmente idonei (che non sono tutti equivalenti tra di essi ma presentano differenti gradi di priorità a seconda delle caratteristiche). E sono il risultato di un complesso processo di selezione su scala nazionale svolto da Sogin in conformità ai criteri di localizzazione stabiliti dall’Isin (l’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, ovvero l’ex Dipartimento Nucleare dell’ISPRA), che ha permesso di scartare le aree che non soddisfacevano determinati requisiti di sicurezza per l’uomo e l’ambiente. Ai criteri di esclusione sono seguiti quelli di approfondimento, attraverso indagini e valutazioni specifiche sulle aree risultate non escluse.

La mappa del deposito da costruire, serviranno 1,5 miliardi di euro, contiene diversi colori: verde smeraldo (punteggio più alto), verde pisello (buono), celeste (isole) e giallo (zone possibili ma meno adeguate). Dovrà contenere rifiuti situati in oltre venti diverse zone in Italia.

Ne emerge una mappa di 23 zone verdi: due aree sono state selezionate in provincia di Torino, 6 nella provincia di Alessandria, un’area a Siena e una a Grosseto. Molto interessata la provincia di Viterbo con 7 aree idonee; la zona a cavallo tra le Murge e la provincia di Matera è molto coinvolta:  un territorio in provincia di Bari, due vaste aree tra Bari e Matera, una nella provincia di Matera e altre due zone ampie fra Matera e Taranto.

Delle 23 aree verdi 11 hanno un gradimento meno alto di color verde pisello, ma 12 hanno avuto votazioni più alte e colore verde smeraldo:  due aree in provincia di Torino, 5 a Viterbo e 5 in provincia di Alessandria, dove 2 di queste hanno conseguito pieni voti con lode.

Nella prima selezione di 67 aree idonee erano entrate, ma hanno una votazione molto bassa celeste o gialla, anche alcune zone in provincia di Potenza e nelle due grandi isole Sicilia (in provincia di CaltanissettaTrapani Palermo) e la Sardegna (4 aree idonee in provincia di Oristano e 10 nella provincia del Sulcis, tutte sulle ondulazioni che circondano il Campidano). La Sardegna non è ricompresa nella Cnapi.

Quali i rifiuti da stoccare

Come detto, il deposito sarà destinato solo allo “smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività” (secondo quanto previsto dal d.lgs. 31 del 2010).

Si tratta di reagenti farmaceutici, mezzi radiodiagnostici degli ospedali e terapie nucleari, radiografie industriali, guanti e le tute dei tecnici ospedalieri, controlli micrometrici di spessore delle laminazioni siderurgiche, il torio luminescente dei vecchi quadranti degli orologi. Ci sono anche i parafulmini e i rilevatori di fumo che lampeggiano sul soffitto di cabine di nave e camere d’albergo contengono americio radioattivo. In totale circa 78 mila metri cubi di rifiuti la cui radioattività decade a valori trascurabili nell’arco di 300 anni – 50mila dei quali arrivano dagli impianti nucleari italiani in via di smantellamento, e altri 28mila arrivano dall’attività di ricerca scientifica, dalla medicina nucleare (dalle lastre in su) e dall’industria. Sul totale di 78mila metri cubi circa 33mila sono già stati prodotti, mentre i restanti si stima verranno prodotti nei prossimi 50 anni.

Inoltre, secondo il progetto inziiale, il Deposito dovrà essere operativo entro il 2025, termine entro il quale l’Italia dovrà riprendersi i rifiuti stoccati in Francia: 235 tonnellate di combustibile nucleare utilizzato negli impianti nucleari italiani, di cui 64 elementi di combustibile presenti ancora oggi nel deposito Avogadro di Saluggia (Vc) della Deposito Avogadro spa. Spedizione che secondo gli accordi sottoscritti negli anni passati, sarebbe dovuta terminare entro il 2015. Ma il combustibile da inviare all’estero, quello non ancora processato e che dopo il trattamento diventa rifiuto radioattivo, è presente anche in altri siti: ci sono 1,7 tonnellate all’Itrec di Rotondella (Matera) e 0,7 tonnellate presso il centro di ricerca di Ispra (Varese). 

Il lungo iter di consultazione 

La pubblicazione della Cnapi di fatto dà l’avvio alla fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all’esito della quale si terrà, nell’arco dei quattro mesi successivi, il seminario nazionale. Sarà questo l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere.

In base alle osservazioni e alla discussione nel Seminario Nazionale, Sogin aggiornerà nuovamente la Cnapi, che verrà nuovamente sottoposta ai pareri del Ministero dello Sviluppo Economico, dell’ente di controllo Isin, del Ministero dell’Ambiente e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. In base a questi pareri, il Ministero dello Sviluppo Economico convaliderà la versione definitiva della Carta, ovvero la Cnai, la Carta Nazionale delle Aree Idonee. La Cnai sarà il risultato dell’aggiornamento della Cnapi sulla base dei contributi emersi durante la consultazione pubblica.

Secondo quanto dichiarato dal ministero dell’Ambiente “sarà una procedura fortemente partecipata e trasparente, condotta coinvolgendo gli amministratori e i cittadini tutti, e al termine della quale potranno pervenire le candidature dei comuni“.

Come detto il deposito nazionale delle scorie nucleari dovrebbe iniziare a funzionare a partire dal 2025, mentre l’avvio dei lavori è previsto per il 2021. Questo è quello che prevedeva la legge del 2010, che prevedva che dalla pubblicazione della Cnapi dovessero passare 44 mesi per arrivare all’inizio della costruzione del sito. Il dibattito pubblico dovrebbe iniziare quanto prima, per rientrare nei tempi dettati dal cronoprogramma.

La strategia alternativa del ‘brown field’

C’è poi la possibilità che si scelga di seguire la strada indicata dalla così detta strategia del ‘brown field’, ovvero latrasformazione degli attuali siti in depositi di sé stessi, rispetto alla realizzazione di quello nazionale. Ciò significherebbe che le scorie resterebbero dove sono, ossia nelle quattro ex centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano (Caserta) e negli impianti del combustibile di Saluggia (Vercelli), Bosco Marengo (Alessandria), Casaccia (Roma) e Rotondella (Matera).

Certamente nella discussione con i territori, peserà non poco il fattore economico. Già oggi sono diversi i comuni italiani che ottengono ristori in virtù del fatto che ospitano le scorie delle vecchie centrali nucleari spente, dei reattori dismessi, delle istallazioni di materiali radioattivi. 

La ripartizione dei fondi viene decisa ogni anno dal CIPE (il Comitato interministeriale di programmazione economica) che in questi giorni ha cambiato anche nome in CIPESS (perché è stata aggiunta la dicitura oramai di moda dello sviluppo sostenibile). Che proprio sotto Natale ha esaminato gli ultimi dati del censimento dell’ispettorato sulla sicurezza nucleare Isin ed ha approvato le delibere di ripartizione delle compensazioni atomiche per gli anni 2018 e 2019, per una settantina di comuni aventi diritto: 29,59 milioni tra l’annualità 2018 (14.978.103 euro) e il 2019 (14.620.313 euro).

Le variazioni dipendono dalle quantità dei rifiuti nucleari che varia con il tempo (come detto una parte della radioattività decade nel tempoe) ma anche con gli spostamenti dei materiali contaminati e con i processi di ritrattamento.

Intanto, i ritardi accumulati nella pubblicazione della Cnapi hanno portato la Corte di giustizia Ue, l’11 luglio 2019, ad accogliere il ricorso della Commissione europea contro l’Italia. Si tratta della procedura di infrazione aperta ad aprile 2016 dalla Commissione contro Italia, Austria e Croazia, che avevano trasmesso solo le bozze dei loro programmi, e non quelli definitivi, entro il termine previsto del 23 agosto 2015, indicato dalla direttiva 2011/70/Euratom del 2011. In seguito al parere motivato inviato dall’Italia a Bruxelles, la Commissione aveva fissato un nuovo termine a luglio 2017, anche questo disatteso. Da qui la decisione della Corte, che però non ha previsto sanzioni economiche. Cosa che però potrebbe accadere presto, in caso la Commissione europea deferisse ancora l’Italia.

Staremo a vedere adesso come procederà il tutto. 

(leggi gli articoli sulla CNAPI https://www.corriereditaranto.it/?s=cnapi&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

2 Commenti a: Deposito nucleare: anche Taranto tra aree idonee

  1. raff sorre

    Gennaio 5th, 2021

    sai la novità! sono decenni che sono stoccati bidoni con materiale radioattivo presso la cemerad a statte. per di più sono in condizioni miserevoli e in un sito ove chiunque può entrarci

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  2. Fra

    Gennaio 6th, 2021

    Ci mancano anche queste scorie oltre quelle che già gelosamente custodiamo dalla lontana catastrofe di Cernobyl ,e se aggiungiamo lo schifo che accumuliamo siamo sicuri di sbarcare alla 104^ posizione della hit parade d’Italia , che scandalo ,avete voluto Emilio e questi saranno gli eventi che ci contraddistingueranno . Li accettiamo se in cambio ci aprire l’aeroporto ,non vogliamo altre scorie « sicure « senza un giusto indennizzo ,sveglia !!!

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