Michela, la favola di Natale

 

E' di Sava la donna nominata Cavaliere per aver denunciato le assurde condizioni di lavoro in un call-center. Abbiamo parlato con lei e ci ha stupito, ancora una volta
pubblicato il 03 Gennaio 2021, 08:00
12 mins

“In questi giorni mi stanno scrivendo, soprattutto donne, racconti di sfruttamento che provengono da Pavia, Reggio Emilia, Como, Verona, Padova, Perugia, Siracusa. Storie che riportano al Medioevo. Tante persone che mi chiedono come possono fare. Ho cercato di passargli i riferimenti di sindacalisti della Cgil che operano nella loro zona. Devono parlare di quello che accade. Su Facebook, chiamando i giornali. Nel mio caso, se non ci fossero state le televisioni e i giornali a raccontare, facendo conoscere, le nostre denunce, forse non sarebbe successo niente”.

Non nasconde lo stupore, Michela Piccione, nominata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, Cavaliere dell’Ordine al Merito per il suo “coraggioso gesto di denuncia delle condizioni di sfruttamento del lavoro giovanile”. Lei, non si è mai lasciata intimorire dalle possibili conseguenze. “Non ho avuto paura di nessuno”. Dice sicura. “Mio padre, in casa, ha una foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con la frase di quest’ultimo: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Me l’ha sempre ripetuta, e io, non ho avuto paura.

Sergio Mattarella

Leggendola in altre interviste ha detto che quello che è successo non è un punto d’arrivo ma un punto di inizio. Ci vuole spiegare?
“Quel giornalista si è stupito”. “Come sarebbe a dire un punto d’inizio? Più di questo…cos’altro puoi fare?”. “Io gli ho risposto che tanto altro si può fare ancora. Oltre a tutto quello che è stato fatto in questi tre anni. Anche per altri, colleghi, lavoratori, che si trovavano mia nella stessa situazione. E tanto abbiamo fatto per far venire fuori e denunciare, le situazioni di altri call-center che operavano in condizioni di sfruttamento”. Tutto questo non finirà con la mia nomina a Cavaliere, bisogna andare avanti.

Quella che ha vissuto consente una rapida immedesimazione, talmente tante sono le storie di sfruttamento in questo campo. Può riassumerla?
A Ottobre del 2017 ho cominciato a lavorare in quel call-center a Taranto. A Dicembre, vedo la busta paga della mia collega di 92 euro. Lei era stata “assunta” a Settembre. Capisci? Ho visto nei suoi occhi delusione, disperazione. Quella busta paga avrebbe dovuto essere almeno di 650 euro. Ci contava perché stava arrivando il Natale. Lei era una di quelle persone che non si assentavano mai. Com’è possibile ritrovarsi 92 euro? A quel punto, diciamo, mi sono messa “in mezzo” e sono andata alla Cgil a denunciare tutto, lì incontrai Andrea Lumino (Slc Cgil di Taranto).

Può descrivere, tornando in “ufficio”, quel luogo di lavoro?
Era un appartamento al piano terra con tre stanze molto piccole. Le finestre dovevano restare sempre chiuse e non c’erano neppure i termosifoni. Un giorno una “responsabile” dell’ufficio, per accendere un interruttore della luce rischiò di bruciarsi, a causa del cattivo stato di manutenzione dell’impianto elettrico. C’è stato anche un caso di pediculosi. Prima di farmi sedere alla postazione che aveva utilizzato la persona che aveva contratto i pidocchi, mi dissero che dovevo pulire la scrivania e gli oggetti da utilizzare (tastiera, cuffie, mouse, sedia), e con le salviettine! Naturalmente quel giorno me ne andai. Un altro giorno, chiesi dei minuti di permesso per prendere una boccata d’aria e mi dissero che dovevo stare attenta perché, anche per pochi minuti, avrebbero potuto scalare ore intere di lavoro. Naturalmente, c’erano anche altri colleghi con la busta paga “alleggerita”. Ma non dicevano niente. Non protestavano.

Torniamo alla Cgil e all’incontro con Lumino.
Dopo averci ascoltate, parlando della busta paga da 92 euro della collega, Lumino fece i conti di quello che aveva percepito la mia collega: 0,33 centesimi all’ora. Fu subito fatta una conferenza stampa. Ma io tornai al lavoro per raccogliere, come un’investigatrice, ulteriori prove. La stampa e i telegiornali cominciarono a parlarne, e quel posto, di conseguenza, non riaprì i battenti. Anche se, provarono – senza riuscirci perché li bloccammo – a richiamare un gruppo di colleghi per convincerli a ritrattare quanto era venuto fuori. La cosa ancora più assurda è che lo stesso datore di lavoro era già stato denunciato per aver stipulato dei contratti di lavoro a 1 euro l’ora.

Dopodiché?
Sono andata a lavorare prima in un altro call-center, poi nelle Poste Italiane per altri tre mesi, poi sono ritornata al call-center e infine ho avuto l’opportunità di lavorare come ausiliaria per tre mesi all’ospedale Giannuzzi di Manduria.

Dopo la nomina a Cavaliere invece, è arrivata finalmente una proposta seria.
Si, dalla Telecom. Mi hanno contattata per comunicarmi di volermi affidare un ruolo professionale a Bari o a Gallipoli. E sono stata sincera. Ho risposto che avendo una bambina di 4 anni, sarà difficile fare 90 chilometri al giorno. Ma mi hanno assicurato che troveremo una soluzione. Dopo le feste, la dirigente con la quale ho parlato, mi aspetta per un colloquio.

Questa vicenda, che parla di trovare la propria dignità nel lavoro e di farlo “a schiena dritta”, non accettando compromessi per paura di perderlo, è una bella storia, anche di altruismo. Credo che spiegare quello che le è successo alla nuove generazioni può essere utile, vuole provarci?
Certo. La mia famiglia, pur non avendo problemi economici, mi ha sempre indirizzato verso il lavoro. E io non ho mai avuto problemi a cambiarli, pur di conservare una certa indipendenza e una mia autonomia. Quando oggi qualcuno mi dice ancora, parlando del call-center chiuso: “Ma perché, se non ti stava bene, non te ne sei andata?”. Io gli rispondo che non l’ho fatto solo per me. Ci sono tante persone, senza alternative, che sono costrette a piegare la testa. Devono portare quei pochi soldi a casa. Non possono farne a meno. E non può essere per sempre così. Bisogna rimettere al centro la dignità del lavoratore. Su un punto non mi smuovo: è il lavoratore a portare avanti un’azienda. Senza le Persone, le aziende, non servono a niente.

Ora è piccola (ha 4 anni e mezzo), ma fra qualche tempo, come spiegherà a sua figlia quanto le è successo?
Le spiegherò che bisogna sempre ribellarsi alle ingiustizie e le dirò semplicemente che la mamma ha avuto un riconoscimento importante da parte dello Stato. Anche se non è stato affatto facile. Ho scritto al Ministro delle politiche agricole e forestali Teresa Bellanova, che non mi ha risposto. Ho scritto alla Consigliera di Parità della Regione Puglia, Anna Grazia Maraschio, che mi ha risposto per dirmi che se ne sarebbe occupata, senza fare altro. Infine, avrei dovuto farlo prima, ho scritto anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che forse, proprio in questo modo ha conosciuto la mia storia.

Lui ha risposto, eccome.
Sì, (ride). Non vedo l’ora che arrivi il telegramma. Poi ci sarà una cerimonia ufficiale a Roma, probabilmente l’8 Marzo, davvero un bel giorno.

Attualmente ha un ruolo attivo nel sindacato?
Mi piacerebbe, ma mi sentirei in colpa nei confronti del mio amico Andrea (Lumino). Mi piacerebbe affiancarlo. Ha fatto tantissimo per me e da quando è cominciata questa storia siamo stati l’uno la spalla dell’altro. Quello che da sindacalista vorrebbe fare è una legge sul caporalato nei call-center. Va detto che quest’estate, nel giro di una settimana, ne sono stati chiusi tre. Si trattava di veri e propri bunker che non garantivano nemmeno (in piena pandemia) i dispositivi igienici e di sicurezza individuali.

Ambienti asettici e volti sorridenti nell’immaginario stereotipato dei call-center

Parlando di lavoro, cos’è che non funziona e quali sono, per lei, le aree di intervento che necessitano di risposte immediate?
Se tutto fosse normale – parliamo del mondo dei call-center – io, lavoratore, con un talento, una capacità – ovvero, vendere – perché devo aspettare, in certi casi anche dieci anni, prima di avere un contratto a tempo indeterminato? Perché non stabilizzarci prima? C’è tutto un discorso da fare anche sui committenti, veri e propri colossi, che non dovrebbero disinteressarsi delle condizioni di lavoro, degli stipendi, che gli operatori ricevono dopo turni massacranti, dalle aziende alle quali affidano le commesse a bassissimo costo. Parliamo di persone che dopo anni di lavoro non possono permettersi nemmeno di avere un prestito, contrarre un mutuo, parliamo dell’impossibilità di avere una pensione. Parliamo dell’impossibilità di programmare il domani. Ho lavorato anche in campagna e nella ristorazione. Agricoltura, turismo e call-center sono i settori che necessitano assolutamente di interventi immediati.

Allora, il prossimo passo è un colloquio di lavoro?
No, attualmente sono in isolamento perché sono risultata positiva al Covid. Il mio prossimo passo è fare un tampone il 4 Gennaio e sperare che sia negativo. Poi farò il colloquio con Telecom, anche se, devo dire la verità, vorrei tanto offrire quel posto ad una mia amica. Ha due figli, un po’ di problemi. Ne ha più bisogno di me.

E l’ultima, inutile domanda resta sul taccuino. “A chi dedica la favola che ci ha regalato?”, volevo chiedere. Eppure mi ha risposto. Un’altra volta: gli Altri. In questo non-Natale che elargisce ancora regali. Michela è il nostro. E forse, non ce lo meritiamo fino in fondo.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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