Melucci: «Università autonoma non è campanilismo»

 

Lunga intervista con il Sindaco di Taranto per parlare di autonomia universitaria. «Stiamo elaborando uno specifico accordo di programma con il Governo». E sulla Città Vecchia: «Entro fine inverno le prime gru».
pubblicato il 13 Dicembre 2020, 13:00
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Ritorna dopo alcune settimane di pausa la nostra rubrica “Parliamo di… Università”, un ciclo di interviste nato per rimettere al centro dell’attenzione il tema della formazione universitaria, e in particolare il progetto di un Ateneo tarantino autonomo (clicca qui per leggere o ascoltare tutte le precedenti interviste). In questa quattordicesima puntata ai nostri microfoni abbiamo il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci. Con il primo cittadino proviamo a descrivere la Taranto del futuro, le sedi universitarie che nasceranno e a fissare alcune scadenze indicative (che nel testo vedrete evidenziate in arancio) per il via agli interventi di risanamento che caratterizzeranno i prossimi anni di vita della città.


ASCOLTA L’INTERVISTA COMPLETA


Sindaco, è il 12 ottobre quando a Taranto viene in visita il Presidente del Consiglio Conte, accompagnato da numerosi Ministri, per sancire ufficialmente una serie di passaggi importanti per la vita della comunità cittadina; in mattinata viene posata la prima pietra del “San Cataldo”, poi viene inaugurata la Scuola di Medicina; nel pomeriggio ci si sposta in Prefettura per la firma di alcuni accordi. In questa occasione lei, il Presidente della Provincia Gugliotti e il Presidente della Camera di Commercio Sportelli consegnate al Presidente Conte un “Manifesto per l’Università degli Studi di Taranto”. Cos’è questo documento, che cosa ci dice e che tipo di riscontro avete avuto dal Governo nazionale?

Intanto intendiamoci, quando vediamo queste giornate di grande fermento istituzionale dobbiamo immaginare che sono dei momenti in cui si sugella un’attività amministrativa, tavoli tecnici. Sono un punto di arrivo di un grande lavoro, non nascono per caso. L’interlocuzione col Governo, con i ministeri competenti, rispetto alla possibilità prima di un rafforzamento del Polo Universitario locale, poi di una traiettoria tendente attraverso un accordo di programma minimo triennale, con delle risorse pubbliche specifiche e un piano didattico specifico, all’autonomia del polo universitario ionico, era un tema che è stato trattato nei mesi precedenti e che trova un momento di rilancio in quella giornata che voi ricordavate. Quella che è la strategia intorno a un’attività del genere credo che ormai sia chiara a tutti. Noi non siamo interessati per campanilismo o semplicemente per ricaduta diretta economica a una crescita dell’indotto universitario nel capoluogo ionico. Crediamo, e lo stiamo già facendo da alcuni anni a questa parte, che il ruolo da protagonista che può giocare il mondo della ricerca, dell’Università, rispetto a questa visione di transizione di Taranto, che proietta la città al 2030 con un nuovo modello di sviluppo, un modello che sia sostenibile, alternativo…

Il 2030, ricordiamo, è la scadenza dell’Agenda ONU per lo Sviluppo Sostenibile…

E non è un caso che nel nostro piano di transizione Ecosistema Taranto tutte le iniziative sono misurate sull’impatto rispetto ai goal dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite che in questa città si può ottenere. È chiaro che se il player “Università” viene inteso come un protagonista di questa transizione, uno che accompagni i processi amministrativi, istituzionali ed economici, non si può fare altro che lavorare per il rafforzamento e l’autonomia di quella presenza, che può diventare fucina di nuova classe dirigente per questo territorio. Peraltro, è un percorso che, come dicevo, noi abbiamo iniziato sin dal nostro insediamento. Nei primissimi mesi del 2018, ricorderete, abbiamo siglato una convenzione specifica bilaterale Comune-Università degli Studi “Aldo Moro” con un milione e mezzo di risorse, le prime vere risorse di un certo impatto che il Comune da solo ha versato al Polo Universitario Jonico, con una clausola specifica che era quella di implementare il Corso di Studi in Medicina, che ritenevamo essenziale anche in termini psicologici, di impatto con la comunità, per ragionare di questa traiettoria verso l’autonomia. Quindi questa relazione forte con l’Università esiste, esiste sul nostro piano di transizione e non può che condurre al termine di un accordo di programma con il Ministero competente e, come vi dicevo, all’autonomia.

Il corso di Medicina che lei citava, e che avevamo ricordato poc’anzi, è forse il primo traguardo concreto e ben visibile di questo tentativo di ampliare la presenza universitaria sul territorio ionico e, verosimilmente, di condurla all’autonomia. Nelle precedenti interviste abbiamo molto discusso con i vari ospiti su quali dovessero essere i punti cardine su cui fondare l’offerta formativa di una futura Università di Taranto. Lei si è già espresso – tra l’altro anche sulle colonne del nostro giornale in un’intervista al nostro direttore – per un’offerta formativa che non sia un duplicato di altri corsi già presenti in Regione. Ecco, le vorrei chiedere di essere un po’ più preciso su questo e dirci secondo lei quali potrebbero essere alcuni perni essenziali di un’Università di Taranto.

Vedete, i cittadini devono sapere che il meccanismo ministeriale con il quale si provvede alle risorse finanziarie per un anno accademico al sistema universitario regionale, ha dei meccanismi ben precisi. Intanto, non esiste una competizione tra città della Puglia o tra atenei della Puglia, perché il piano di risorse aumenta in proporzione al numero degli iscritti e al numero dell’offerta che si propone a livello di sistema regionale di impostare. Noi oggi abbiamo migliaia di giovani tarantini che studiano fuori della Regione. L’obiettivo è quello di attrarre o di evitare l’emorragia di questa platea di giovani, che diventano un numero positivo per le risorse del sistema regionale nel suo complesso. È chiaro che, poi, sotto questa considerazione, avviene quella della ipotetica competizione stretta con gli atenei di Bari, Lecce, Foggia. La competizione si evita, e si può lavorare in maniera armonica con gli altri atenei, se si punta sulla specializzazione, dove specializzazione significa sicuramente, come dicevate voi, non duplicare per motivi di banale campanile i corsi di studio che magari offre già “Aldo Moro” piuttosto che “Unisalento”. Noi intendiamo per specializzazione in senso più ampio anche la capacità di un sistema territoriale di intercettare quei filoni produttivi, quelle aree di sviluppo che sono non solo più innovative, e quindi più sostenibili nel quadro di quella transizione, ma che sono anche più radicate nelle aspirazioni di quella comunità. Faccio un esempio banale: noi non abbiamo bisogno di un corso generico di Economia Aziendale, ancorché già presente, ma giusto per banalizzare; abbiamo bisogno, invece, di puntare sull’economia del turismo, sull’economia marittima, l’economia della logistica. Ecco, allora andare verso la specializzazione significa offrire ai nostri giovani la possibilità di investire qui il loro futuro, come dicevo di diventare nuova classe dirigente, in settori che stanno in quella programmazione non solo dell’ente civico, ma di tutte le istituzioni, che punta a questa transizione di Taranto. Se riusciamo a fare questo e portiamo a casa l’accordo di programma che stiamo elaborando col Governo, io credo che al termine del percorso non soltanto tutto il sistema regionale nel suo complesso avrà maggiori risorse, avremo raggiunto l’obiettivo di trattenere o far rientrare qui tanti cervelli, tanti giovani, e avremo in qualche maniera seminato qualcosa di utile per la diversificazione produttiva che stiamo inseguendo in ogni azione amministrativa.

Ai nostri microfoni il Rettore del Politecnico di Bari, il prof. Francesco Cupertino, ci aveva anticipato una cosa che poi si è concretizzata qualche settimana dopo, e cioè un sopralluogo insieme ad alcuni esponenti dell’amministrazione comunale in Città Vecchia per cercare nuove sedi universitarie che il Politecnico ha intenzione di impiantare in città. C’è qualche novità su questo fronte di cui ci può dare notizia?

Intanto questa è la testimonianza che ciò che stiamo facendo intanto mira al rafforzamento dell’offerta universitaria. Questo perché l’accordo di programma che andremo in qualche maniera a definire nasce, per sua natura, su una piattaforma di relazioni inter-ateneo, quindi non è mirata a escludere nessuno, tantomeno le competenze tecnico-scientifiche che, per esempio, il Politecnico, che ha già una presenza pluridecennale sul territorio, ha. Ed è evidente che oltre a quella convenzione che citavo prima del 2018 con l’Università degli Studi stiamo mirando ad un’analoga convenzione col Politecnico, per trattenere quelle competenze, aumentare quella presenza in città e possibilmente anche lì, come abbiamo fatto per Medicina, introdurre dei filoni didattici nuovi. I sopralluoghi ci sono stati, siamo molto contenti che ci sia questo interesse rinnovato del Politecnico e presumiamo che dalla seconda metà del 2021 una parte importante delle attività del Politecnico possa stabilirsi nel centro storico, nel centro città che chiaramente è il principale motore di questa trasformazione anche urbanistica, non soltanto culturale ed economica.

Tra l’altro la Città Vecchia è forse uno dei più grandi emblemi delle potenzialità dell’Università, perché tutti noi abbiamo visto com’è cambiata via Duomo e le zone circostanti dal momento in cui si è insediata la Facoltà di Giurisprudenza nell’ex-Convento di San Francesco, e moltissimi dei nostri intervistati hanno posto uno stretto legame fra queste due realtà. Quindi io a questo punto la domanda fatidica devo fargliela: quando vedremo le prime gru in Città Vecchia?

Noi abbiamo ormai completato tutti gli iter amministrativi con il Ministero, anche progettuali, sono stati due anni di lavoro intensissimo. Come raccontavamo prima, le giornate in cui si siglano gli accordi sono il punto di arrivo. Voi pensate che sul CIS abbiamo dovuto definire e chiudere 86 percorsi istruttori, credo qualcosa del genere, in termini di tavoli tecnici, per addivenire all’utilizzo dei fondi della Delibera CIPE del 2018, che stanziava il grosso delle somme per la Città Vecchia. Ormai siamo pronti, come sapete stanno partendo già i rilievi, Invitalia ha pubblicato i primi bandi di gara. È presumibile pensare, incrociando le dita rispetto al freno della pandemia e a quello che a volte comporta sui cantieri e sull’attività degli uffici tecnici del Comune, che prima della fine dell’inverno, quindi nei primissimi mesi del 2021, le gru inizieranno a muoversi, devo dire non solo sull’Isola Madre, ma anche sui Tamburi, perché di pari passo sta viaggiando anche, come sapete, quel grande accordo di programma che ridefinirà completamente l’immagine, la mobilità e la qualità della vita del quartiere Tamburi.

Abbiamo avuto tra l’altro proprio qualche giorno fa in Consiglio Comunale l’approvazione del progetto per la Foresta Urbana, con i vincoli preordinati all’esproprio. Lei ha giustamente menzionato il CIS, e noi ogni qual volta ci troviamo a parlarne ricordiamo sempre che si tratta di un Tavolo Istituzionale che gestisce fondi per circa un miliardo di euro. Eppure sembra che in grossa parte della cittadinanza, non voglio dire la maggioranza, regni una certa disillusione, un certo sconforto, quasi come se… “Sì, quei soldi stanno là ma tanto non li vedremo mai”. Cosa può voler dire, invece, questa opportunità che abbiamo per le mani e che ci stiamo giocando in questi mesi?

I tarantini hanno ragione ad essere a volte sfiduciati, perché noi veniamo da un deserto di proposte progettuali, di annunci, di scadimento anche dell’attività politica lungo quasi vent’anni. Adesso, negli ultimi due anni, noi abbiamo invertito la rotta, stiamo cambiando passo e chiaramente serve il tempo per far maturare certi progetti. Faccio l’esempio delle BRT, sono un appalto da 200 milioni che richiederà due-tre anni di lavoro per essere concretizzato. Partiremo, penso, dalla fine del 2021.

Per cui sono stati stanziati specifici fondi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Assolutamente, è tutta un’attività del Comune con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e il Ministro De Micheli, quindi questo esula anche un po’ dal CIS. È l’ultimo miglio, non dobbiamo perdere la speranza in questo momento, però rispetto al passato c’è una novità: non stiamo rimodulando risorse, non stiamo presentando nuovi progetti faraonici; stiamo completando le cose che abbiamo fatto maturare in questi anni, e quei soldi adesso sono in Gazzetta Ufficiale. È una bella differenza tra annunciare un investimento e andare in un progetto esecutivo come quello di Città Vecchia, dei Tamburi o delle BRT o quello che succederà da gennaio in avanti con i Giochi del Mediterraneo. Insomma, dopo vent’anni di ritardo da tutti i punti di vista non si può pretendere che in due anni cambi tutto. Quello che abbiamo fatto in due anni è stato seminare questa inversione di tendenza, da qui ai prossimi mesi voi cantieri ne avete già visti tanti. Fatemi ricordare il Fusco, la Biblioteca Acclavio, il Campo Scuola, credo che l’estate prossima consegneremo i Baraccamenti Cattolica. Ci sono tutta una serie di cantieri che già sono partiti, stanno andando avanti, il MuDIT, Casa Paisiello. È evidente che da qui in avanti ogni mese avremo nuove iniziative, nuovi cantieri. Man mano che questi si renderanno visibili io penso che la gente recupererà un po’ il senso di fiducia. Poi starà anche ai privati, fatemi dire, agganciare questa trasformazione, perché il pubblico ha la responsabilità di invertire un processo, di facilitare delle azioni, di dare una traiettoria allo sviluppo del territorio, poi servono gli investimenti privati. Faccio un esempio su tutti: noi stiamo in qualche maniera, come sapete, organizzando anche grandi eventi importanti, culturali, sportivi, per questa città, che la stanno riposizionando anche in termini di immagine a livello nazionale e internazionale. Se poi non abbiamo posti letto il turista che verrà qui in qualche maniera una parte della ricaduta economica finirà per farla altrove, quindi adesso bisogna in qualche maniera accompagnare anche i processi privati di investimento per agganciare questa trasformazione.

E a proposito di canalizzare i processi privati di investimento, e con questo ritorniamo sul discorso universitario, un altro tema che è venuto fuori nelle precedenti interviste è che alle volte le sedi universitarie tarantine, che già ci sono e sono anche numerose, per il fatto di essere molto sparse sul territorio non solo non danno l’idea di una città universitaria, ma frenano anche quei processi di indotto dal punto di vista di ricettività e tutte le attività collegate. Nell’insediare nuovi corsi bisognerà tenere d’occhio l’idea di avere questi corsi più concentrati in alcune zone della città e che cosa si sta facendo in questa direzione?

In effetti la concentrazione sta già avvenendo, perché se il Politecnico riposiziona alcune attività sul centro storico e Medicina decidiamo di farla nel Borgo piuttosto che altrove, anche a costo di grandi sacrifici, c’è già questa idea della concentrazione. Però fatemi dire che è un falso problema, perché la gran parte delle istituzioni universitarie più importanti del nostro Paese hanno questo sistema di campus diffuso. Noi non siamo gli Stati Uniti, dove grandi investimenti privati realizzano grandi campus concentrati. È chiaro che quello è l’ideale, e noi non escludiamo, da qui ai prossimi anni, se dovesse realizzarsi l’autonomia del polo universitario ionico, di realizzare anche un campus più concentrato in una zona adeguata della città, ma non può essere un alibi. Come per tutti gli altri cantieri e le altre attività che stiamo programmando in questi ultimi due anni, la scelta è: “Abbiamo perso troppo tempo; proviamo ad essere pratici e a chiudere velocemente operazioni di grande impatto sulla cultura, l’economia e l’assetto anche della nostra comunità o continuiamo a programmare grandi cose, progetti faraonici che richiedono lo sviluppo di vent’anni, probabilmente, per essere portati a termine?” Noi abbiamo preferito e continuiamo a preferire la prima opzione. Anche perché, ripeto, l’idea del campus diffuso, se ben congegnata, se ben organizzata – ed è uno dei motivi per cui nasce il PUMS e la BRT, per intenderci – non è un freno allo sviluppo e all’attrattività di un polo universitario. Ripeto, il che non esclude che da qui ai prossimi anni, vivaddio se l’operazione autonomia funziona talmente bene, ci interrogheremo anche sulla possibilità di un campus, magari nella parte orientale della città. Avevamo provato a mettere un po’ ordine in quei comparti urbanistici, la politica come sapete ha fatto altre scelte. Verificheremo la disponibilità di altre aree.

Lei ha menzionato il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile e il Piano Urbanistico Generale su cui si sta lavorando. C’è un importante lavoro di pianificazione che è uno dei principali assi su cui si muove l’azione dell’amministrazione comunale. Ovviamente è necessario che ci sia continuità, poi, rispetto agli impegni che in questi piani vengono sanciti. Lei ha citato appunto le BRT; quali sono gli altri punti su cui si sta già cercando di rendere concreti questi piani, per far sì che non restino sulla carta, per il discorso disillusione di cui dicevamo prima?

Ormai siamo a livello molto maturo. Il PUMS è in progettazione, come sapete, proprio la linea fisica, il piano esecutivo, quindi nella seconda metà del 2021 parte. Per il Piano Urbanistico Generale è stato affidato adesso l’incarico dopo quarant’anni per la sua redazione, e in due anni abbiamo già chiuso il DPP, il Documento Preliminare, con una grande partecipazione cittadina, ed è un documento, io lo voglio raccontare, che in altre città importanti, anche della Puglia, ha richiesto cinque anni di lavoro; noi l’abbiamo chiuso in due anni. Anche questo dovrebbe dare la portata della decisione con cui l’amministrazione si muove. Stiamo facendo la partecipazione anche per il Piano delle Coste, che a fine anno viene definitivamente trasmesso in Regione per la sua approvazione, e finirà per cambiare, per esempio, tutto il sistema delle concessioni, della mitilicoltura, per fare, come sta già avvenendo, emergere dal sommerso un’intera filiera. Sono tutte attività che hanno un impatto concreto sulla vita dei cittadini. Ovviamente si sviluppano nell’arco di alcuni anni, ma in molti casi ci mancava questa strumentazione amministrativa da decenni. Come dire, non dovremmo preoccuparci adesso del mese in più o il mese in meno che si impiega per raggiungere l’obiettivo. Fatemi anche dire che in molti casi sono strumenti obbligatori per aver accesso ai finanziamenti regionali e comunitari. Io ricordo che quando mi sono insediato, nel 2017, recuperando un po’ di statistiche dell’ente mi sono reso conto che il primo nostro anno noi abbiamo catturato fondo comunitari per quasi tre volte quelli che questo ente, questa città aveva messo in programmazione nel precedente settennato, perché mancava la strumentazione amministrativa, che è propedeutica alla partecipazione ai bandi. Non è un caso che oggi riusciamo facilmente ad intercettare tanti milioni e a comprare tanti bus come quelli che arrivano nuovi, ibridi, di ultima generazione, perché abbiamo il PUMS, perché abbiamo una serie di strumenti che prima mancavano. Quindi io guarderei veramente con molta positività e concretezza a quello che sta avvenendo, grazie anche a questa programmazione.

Nelle ultime sedute di Consiglio Comunale sono apparse alcune crepe, alcuni piccoli distinguo nella maggioranza che sostiene la sua Giunta. Ci sono state alcune interlocuzioni, lei stesso ha convocato a colloquio in maniera formale i rappresentanti delle varie componenti della maggioranza. Qual è lo stato di salute di questa maggioranza in questo momento in cui si è, sostanzialmente, a metà del guado?

Tutte le realtà del mondo hanno sempre un po’ di fibrillazioni, specie quando si fa tanta attività. Poi questa è una città complicata, con tante sfide importanti, dal siderurgico alla sanità, ai trasporti. Io credo che sia un fattore di salute che ci sia anche un po’ di dialettica politica, che i gruppi non siano appiattiti su battaglie di scadente qualità. Ci vuole la pazienza di ascoltare e raccordare tutti. Devo dire che un po’ di scossone dopo le Regionali ce lo aspettavamo anche, qualche aspirazione mancata, qualche assestamento rispetto alla traiettoria politica dei singoli consiglieri, però se la devo dire tutta, io non posso che ringraziare la mia maggioranza, che intanto continua a crescere, quindi al di là delle fibrillazioni estemporanee delle sedute di Consiglio formalmente si consolida, aumenta, intorno ad un programma che non viene messo in discussione, quindi io devo ringraziare i consiglieri perché al netto della legittima dialettica politica, sul piano amministrativo a questa città non fanno mancare mai un passaggio, mai una questione di bilancio, mai un aspetto delicato. Dopodiché se si pretende che il Consiglio non si possa esprimere, non possa avere un minimo di dialettica, no, questo no. Dobbiamo essere anche noi un attimino razionali e riproporzionare a volte il senso delle polemiche dell’attività consiliare. Che ci sia un po’ di politica è una cosa buona. Che la politica sia collegata e asservita all’amministrazione è una cosa nuova di questa città, è una cosa secondo me positiva. Prima, forse, per tanto tempo, come voi ricordavate, ci si fermava alla polemica e poi non si facevano i piani di cui parlavamo prima. Oggi, che ci sia un po’ di polemica ma si fanno i piani direi che è già un salto di qualità della nostra comunità.

Chi ha seguito questo ciclo di interviste sa che abbiamo concluso con tutti con la stessa domanda, e cioè “Come si immagina Taranto nel 2026”, che è la scadenza simbolo dei Giochi del Mediterraneo. A lei, però, in virtù del ruolo che ricopre, io non posso chiedere come se la immagina, io devo chiederle come sarà Taranto nel 2026.

Noi siamo assolutamente sicuri di come sarà, perché quando i cittadini hanno scelto il sindaco Melucci nel 2017 hanno fatto una scelta precisa sul programma, e noi a meno di due anni dal termine del nostro mandato credo che abbiamo realizzato quasi l’80%/90% di quel programma, quindi siamo molto tranquilli e molto contenti, e sono sicuro che tutto quello che abbiamo messo in campo darà i suoi frutti. Io mi immagino al 2026 una città finalmente moderna, devo dire che mi aspetto e spero, stiamo lavorando perché anche tante lacerazioni sociali siano colmate. Spero che per quella data avremo trovato il bandolo della matassa anche per la grande industria. Mi aspetto sicuramente una città più consapevole, con più giovani che investono, con imprese che diversificano, e una città con una reputazione tutta nuova a livello nazionale e internazionale. Queste cose stanno già avvenendo, ma sono sicuro che nel 2026 saranno completamente realizzate.


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