La ASL: «Ecco cos’è accaduto al “Moscati”»

 

Conferenza stampa per chiarire le vicende riportate sui giornali. E per un promemoria: siamo ancora in una situazione di grave emergenza.
pubblicato il 09 Dicembre 2020, 19:06
8 mins

«Non immaginavo che in questa seconda ondata dovessi ricordare a tutti noi e a tutti voi che siamo in emergenza sanitaria oramai dal 31 gennaio scorso, in piena pandemia mondiale – stiamo parlando di una situazione emergenziale di quelle catastrofiche rispetto all’ondata della primavera scorsa, con numeri molto impressionanti – per cui è stato necessario riorganizzare o comunque attivare numerosi altri posti letto per far fronte alle esigenze di salute dei pazienti, e ricordare che questo è un virus nuovo, che circola molto più velocemente rispetto all’ondata della primavera scorsa».

Giovanni Battista Buccoliero

Inizia così, duramente, senza convenevoli, la conferenza stampa convocata dalla ASL di Taranto presso il Padiglione Vinci. Il dottor Giovanni Battista Buccoliero, direttore del Reparto di Malattie Infettive e Tropicali del “Moscati”, prende la parola per chiarire i termini della questione: non stiamo vivendo un’esperienza normale. Quella di cui stiamo parlando non è ordinaria amministrazione. Di più: sebbene a chi è distratto e superficiale possa non sembrare, la situazione è anche ben più grave che in primavera. Soprattutto qui, in una terra ionica inspiegabilmente risparmiata dalla prima ondata ma ora drammaticamente investita dalla seconda. Tutto questo, tuonano all’unisono i medici, non può essere dimenticato quando ci si approccia a valutazioni ed opinioni su quanto accade nelle corsie dei nostri ospedali.

Da eroi a delinquenti

«Siamo stati definiti “eroi” nella prima fase, eroi che hanno fatto tantissimo. No, non eravamo eroi, era gente che stava lì a lavorare, a curare persone, a salvare persone perché di questa malattia in forme severe si tende a morire. Ma non siamo adesso né ladri né delinquenti o come qualcuno possa definirci in maniera diversa. È gente che lavora, ripeto, dall’infermiere all’operatore socio-sanitario al pulitore, che rischia la propria vita costantemente e continuamente, e quindi assolutamente mi sembra del tutto ingeneroso tutto questo attacco mediatico senza ricordare che siamo in piena pandemia e stato emergenziale».

Una malattia per cui non c’è cura

Il riferimento è, ovviamente, al caso esploso sulle pagine de “la Repubblica”, alla denuncia della famiglia di una vittima del Covid che avrebbe subito maltrattamenti in punto di morte da parte del personale sanitario. Per rispondere alle accuse che da più parti si sono levate, la ASL dà la parola ai medici. Oltre al dott. Buccoliero anche il dott. D’Alagni (direttore di Pneumologia al Moscati) e il dott. Cacciapaglia (Direttore del reparto di Rianimazione). Tutti ricordano una verità che dà fastidio e che spesso facciamo finta di non vedere: che il Covid è ancora senza cura. Tutte le terapie sperimentate nella prima fase, scandiscono con rammarico i primari, sono risultate fallimentari o addirittura dannose. Ora si stanno sperimentando nuovi protocolli, ma nessuno è ancora sufficientemente verificato da dare certezza di guarigione. «L’unica cura è questa» scandisce D’Alagni indicandosi la mascherina.

«Un’irrispettosità mai vista in tutta l’Italia»

Mario Giosué Balzanelli

Ma il più veemente di tutti è senza dubbio il dott. Mario Balzanelli, direttore della centrale operativa del 118. Balzanelli, che è anche Presidente Nazionale della Società Italiana Sistema 118, scandisce le misure adottate durante l’emergenza. «A Taranto non abbiamo visto le file di autoambulanze come in tutto il resto d’Italia», rivendica, grazie ad una migliore gestione degli spazi («strutture campali, container, palazzetti dello sport, chiese»). Rivendica le prassi adottate, a partire dalle due emogasanalisi al giorno per paziente («La saturazione non basta»). Rivendica i numeri dei pazienti finiti in carico al 118 in gestione emergenziale, 16 morti per lo 0,01% di mortalità. «Parliamo con i dati, che sono schiaccianti sulla qualità alta di ASL Taranto. Noi abbiamo preso a cuore ogni paziente e non permettiamo a nessuno di essere dileggiati, di essere vilipesi, di essere offesi, di essere bistrattati, di essere messi in una condizione becera, irrazionale e soprattutto immeritata sul piano etico e deontologico, di dileggio a livello nazionale». La voce di Balzanelli si strozza per il nervosismo. «Non si è mai vista in tutta l’Italia una irrispettosità totalmente sconnessa con i fatti reali, totalmente scoordinata rispetto al riscontro del reale». Racconta di pazienti che per ben tre volte hanno rifiutato il ricovero, anche in punto di morte, perché evidentemente non ritenevano sarebbero stati al sicuro in mano ai medici della ASL. «Rappresentano l’espressione di questa irrispettosità da parte dei familiari, di cui esprimo doglianza. E si estende anche a taluni rappresentanti di forze sindacali, che documentano, per quello che dicono, di non conoscere profondamente nulla della realtà della medicina di emergenza, di vivere una realtà virtuale e di essere assimilabili, per le conclusioni a cui giungono, a dei terrapiattisti».

«Una mascherina d’ossigeno avrebbe potuto salvarlo»

L’attenzione, tuttavia, viene catalizzata soprattutto dall’intervento del dott. Angelo Cefalo. Medico del 118, era lui a pronunciare la fatidica frase «Tra dieci minuti muori» finita poi sui giornali. Il dott. Cefalo presenta alla stampa la sua ricostruzione di ciò che è accaduto quel giorno.

Il paziente in questione (con un quadro clinico già pesantemente compromesso da una cardiopatia seria, insufficienza renale, diabete, una broncopneumatia cronica ostruttiva) si toglie la mascherina d’ossigeno ad alti flussi. Gli allarmi sul monitor che controlla i parametri vitali attirano l’attenzione del dott. Cefalo, che con qualche difficoltà convince il paziente ad effettuare l’emogas per valutare se la situazione si sia aggravata al punto da dover ricorrere al casco CPAP. Effettuato l’esame, però, il paziente rifiuta in ogni modo di indossare la mascherina che gli potrebbe salvare la vita. Arriva, allora, la telefonata della figlia. Il dott. Cefalo le parla per invitarla a convincere il padre ad indossare il dispositivo. A dialogo terminato, però, la chiamata resta aperta ed è allora che viene pronunciata la frase incriminata. «Dovevo spaventarlo per convincerlo di quanto stava rischiando» rivendica il medico. «Dieci minuti non significa che noi abbiamo un contatore preciso».

La fine della storia è purtroppo nota. La mascherina non viene indossata e il paziente muore dopo circa due ore.

Alla conferenza interviene, per apporre la propria firma sulle dichiarazioni, anche il Direttore Generale della ASL Stefano Rossi, che coglie l’occasione anche per esprimersi sulle denunce di furti negli ospedali. Furti su cui si sta indagando ma che, suggerisce il DG, potrebbero avere una soluzione estremamente semplice. Gli oggetti, infatti, potrebbero trovarsi fra i numerosissimi effetti personali mai ritirati che pressoché ogni reparto ha in custodia (e di cui in conferenza stampa è stata presentata una carrellata di foto). Chiunque volesse richiederli può rivolgersi all’Ufficio Relazioni Pubbliche della ASL.

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