Ex Ilva, storia infinita. E un futuro al buio

 

A pochi giorni dall'accordo tra lo Stato ed ArcelorMittal, ancora una volta regna la massima confusione sotto il cielo di Taranto
pubblicato il 08 Dicembre 2020, 11:24
27 mins

Alla fine la storia è la stessa di sempre. Si dimentica velocemente il passato, ciò che si è detto, fatto o promesso. Si cambia quotidianamente il presente in maniera camelontica a seconda dell’interesse del momento. Si descrive un futuro immaginifico che nemmeno nelle migliori favole per bambini. E il gioco è fatto. Del resto, in una società dove quasi nessuno legge e approfondisce, dove molti si avvicinano ai problemi del presente ignorando del tutto il passato, dove la conoscenza, la competenza, la serietà sembrano essere diventate chimere di un’epoca trapassata, il caos e il pressapochismo regnano sovrani. Finanche nella discussione di temi complessi, che meriterebbero ben altro approccio e ben altri protagonisti.

Non staremo dunque qui a ripetere, ancora una volta, l’infinita storia della vicenda dell’ex Ilva. Chi scrive ne racconta le vicissitudini da oltre 15 anni, tra oneri e onori. Cercheremo invece in questo articolo, che promettiamo stendere nella migliore essenzialità possibile, di mettere dei semplici paletti chiarificatori, un attimo prima dell’ennesimo psicodramma collettivo sul futuro del siderurgico tarantino a cui assisteremo nei prossimi giorni. Al quale ovviamente non parteciperemo.

Come uno Stato è riuscito a fare gli interessi del privato e del profitto

In attesa di conoscere nel dettaglio l’accordo che sigleranno lo Stato, tramite la società Invitalia e la multinazionale ArcerloMittal, in questi ultimi 12 mesi abbiamo più volte sottolineato la vacuità dei progetti dell’attuale governo. Se anche la più grande multinazionale al mondo nella produzione dell’acciaio, ha prospettato ancora una volta lo scorso giugno nell’ultima proposta di piano industriale, un tetto massimo di 6 milioni di tonnellate d’acciaio come obiettivo da raggiungere non prima del 2025, appare chiaro che gli 8 milioni promessi dal governo entro lo stesso termine temporale si manifesta come una semplice promessa politico/economico/sociale, niente di più.

Per non parlare poi del fatto sul come andare a realizzare tale produzione. Il ciclo ibrido, il misto combinato tra forni elettrici (non è ancora chiaro se si tratterà di un singolo forno ad arco elettrico oppure un paio) e ciclo integrale con l’utilizzo del carbone ed innesto del preridotto (bisognerà costruire un impianto che lo produrrà proprio qui a Taranto), convince assai poco. Lo abbiamo ripetuto tantissime volte: senza l’assicurazione di costi ben al di sotto di quelli attualmente sul mercato di energia e gas, l’investimento non regge e non reggerà. C’è da scommetterci quindi, che nella partita entreranno anche Enel, Snam ed Eni. Con ognuna di queste società che inevitabilmente cercherà di trarre quanti più benefici possibili da un’operazione del genere. E con le acciaierie del nord che ringrazieranno in quanto è stato già abbondantemente chiarito che il preridotto che sarà realizzato a Taranto, servirà anche ad alimentare i siti industriali dell’oltre Po.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/04/23/ex-ilva-minambiente-ok-scenario-emissivo-a-6-milioni/)

Certo è che, e qui bisogna davvero fare una standing ovation all’attuale governo, quello che la politica nazionale è stata capace di fare negli ultimi due anni non ha precedenti. L’accordo firmato nel settembre 2018 impegnava ArcelorMittal ad un piano di investimenti di oltre 4 miliardi di euro. Ed alla piena realizzazione del Piano Ambientale entro il 2023. Bisognava semplicemente seguire passo dopo passo l’attuazione di tali impegni ed intervenire ogni qual volta vi fosse stato un ritardo sul piano industriale e ambientale, chiederne conto, ed eventualmente concedere o meno proroghe.

Ed invece si è pensato bene di minare dalle fondamenta quell’accordo, sabotandolo dopo pochi mesi. Cancellando l’esimente penale che era parte sostanziale in seno all’attuazione del piano ambientale, per meri capricci politici di chi in qualche modo doveva pur dimostrare la sua esistenza in Parlamento ed al Senato una volta resosi conto di non poter realizzare nemmeno l’1% di quanto promesso per anni nelle piazze pubbliche e virtuali del Paese. L’Addendum sottoscritto sempre nel settembre 2018, prevedeva il disimpegno della multinazionale se fosse venuta meno anche solo una delle leggi su cui quell’accordo si fondava. Del resto, se il governo era così sicuro di avere ragione sulla disputa legale scoppiata un anno fa, sarebbe dovuto andare sino in fondo nella causa aperta presso il tribunale di Milano e far valere le sue ragioni. Ed invece è stato fatto esattamente l’opposto.

Come non bastasse, si è piazzata un’altra mina sulla quale quell’accordo è saltato: la questione ambientale. Aprendo l’istruttoria sul riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), che è tutt’ora in corso, con l’obiettivo di andare a verificare la congruità del Piano Ambientale del 2017 ed una sua eventuale implementazione e restrizione. Il che in soldoni significa due cose: la prima è che il privato, ovvero ArcelorMittal, si è trovato nella duplice condizione di dover dare da un lato attuazione al Piano suddetto e dall’altro ad attendere la conclusione del riesame per sapere se e come cambiare in corso d’opera gli eventuali nuovi interventi prescrittivi su alcune aree del siderurgico. La seconda è che pochi mesi dopo aver firmato un Addendum a quel Piano, lo Stato ha avviato un’operazione per indagare, approfondire ed eventualmente cambiare quello stesso documento.

E così, la sintesi di tutto questo qual è stata? Che adesso si andrà a firmare un accordo dove la maggior parte degli investimenti da effettuare sino al 2025 saranno a carico dello Stato e non più del privato. Il voler trovare a tutti i costi un accordo con ArcelorMittal, l’esultare di fronte alla scelta del privato di restare almeno sino al giugno 2022, rappresenta il più grande fallimento di politica industriale che questo governo poteva realizzare. Ed è francamente imbarazzante che di tutto ciò non ne risponderà nessuno. Anzi, i vari ministri (in primis Patuanelli allo Sviluppo economico quello che minacciava di trascinare ArcelorMittal in tribunale) e il premier Conte (che i qualità di ‘avvocato del popolo‘ un anno fa parlava di ‘causa del secolo‘) difendono con orgoglio quanto realizzato tanto da presentarlo come uno dei maggiori dossier risolti dall’attuale esecutivo. Difficile trovare aggettivi per descrivere tutto ciò.

(leggi tutti gli articoli su ArcelorMittal https://www.corriereditaranto.it/?s=arcelormittal&submit=Go)

La chimera dell’Accordo di Programma

Se la politica nazionale non brilla, quella locale fa altrettanto, se non peggio. Domani stata convocata dalla Regione Puglia una riunione per la “Costituzione del Tavolo per la sottoscrizione dell’Accordo di Programma per la bonifica pubblica, il risanamento ambientale, la riconversione e lo sviluppo del polo siderurgico di Taranto”.

A prescindere dagli obiettivi chimerici contraddittori (si va dalla chiusura dell’area a caldo con sostituzione di produzione ‘carbon free‘, al mantenimento di tutti i posti di lavoro, implementata da una non chiara operazione di bonifica), quel Tavolo e l’eventuale Accordo non avranno alcuna valenza normativa. Perchè l’Accordo di Programma per essere operativo ha bisogno dell’avallo e dell’appoggio e finanche della firma dei ministeri competenti, che invece tra pochi giorni firmeranno un accordo che andrà in tutt’altra direzione.

Per non parlare del fatto che tale riunione è stata convocata dal governatore Emiliano per ‘accontentare‘ i quattro consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle (che lo hanno pubblicamente dichiarato in una nota ufficiale), di fatto oramai organici alla maggioranza che sostiene Emiliano in Consiglio Regionale, operazione politica che ha di fatto segnato la dissoluzione del Movimento in Puglia. E d’altronde non poteva essere altrimenti. Emiliano si è infatti ben guardato negli ultimi mesi, specie in campagna elettorale, di parlare di Ilva. Ed ora, dopo essere da mesi diventato un fedele alleato del premier Conte a cui più volte ha assicurato fedeltà assoluta, avendo all’interno dell’esecutivo un ministro a lui vicinissimo come Francesco Boccia (era assessore al Comune di Bari ai tempi di Emiliano sindaco del capoluogo) con delega proprio agli Affari Regionali, si guarderà bene dal mettere i bastoni tra le ruote al governo nell’operazione Ilva. Spererà tutt’alpiù di ottenere quanto più possibile sia sul versante ambientale (rivendicando l’utilizzo del preridotto e dei forni elettrici come parte del suo progetto di decarbonizzazione) che su quello industriale (la partita sui tre posti nel futuro Cda dell’azienda che nascerà e che spettano alla parte pubblica potrebbe riservare delle sorprese).

(leggi tutti gli articoli sulle bonifiche https://www.corriereditaranto.it/?s=bonifiche+&submit=Go)

Chi invece spinge sul piede dell’acceleratore affinché l’imminente accordo sia fermato e ridiscusso è il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. Che ha chiamato alla sollevazione tutti i sindaci della Provincia, le associazioni datoriali della città, tutte le associazioni ambientaliste e non cittadine. Obiettivo far sì che il Comune e la Provincia abbiano voce in capitolo sulle future scelte riguardanti il siderurgico. Richiesta in parte comprensibile se non fosse che per sedersi come uditori a certi tavoli (le scelte industriali su un sito strategico per la nazione per legge non competono né ad un Comune né ad una Regione), bisogna possedere una credibilità che ci si è giocati nel corso degli anni. Perché se in appena due anni si passa dall’appoggiare l’accordo del 2018 (si ricordi che Melucci incontrò personalmente l’ex ministro Calenda a Taranto e sostenne i sindacati in quelle settimane cruciali) alla richiesta di chiusura dell’area a caldo con tanto di tesi che promuovono la cacciata di ArcelorMittal (appoggiata in toto da Emiliano sino a pochi mesi fa), qualcosa non torna. O forse non ha funzionato.

Per non parlare poi di questo ‘Accordo di Programma’ che viene sbandierato, da anni e da più soggetti, come la panacea di tutti i mali. Prendendo ad esempio e a modello quanto accaduto a Genova e Trieste. Idea che peraltro viene pubblicamente rimarcata da anni da gran parte delle associazioni ambientaliste della città. Al che la domanda sorge spontanea: ma qualcuno si è mai preso la briga di andarsi a leggere quei due Accordi? A noi pare di no. In caso contrario, qualcosa ancora non torna.

(leggi tutti gli articoli sul Piano Ambientale https://www.corriereditaranto.it/?s=piano+ambientale+&submit=Go)

A Genova l’Accordo di Programma del 2005 (la cui prima stesura del 1998 rimase del tutto inattuata) portò allo spegnimento dell’unico altoforno ivi presente (non quattro, né cinque come a Taranto). Che fu possibile perché al gruppo Riva non conveniva mantenere in attività un sito identico seppur decisamente minore rispetto a quello di Taranto, ma soprattutto perché al gruppo lombardo, oltre alla concessione dell’area portuale pari a 50 anni si ‘donarono’ ben 50 milioni di euro. Certo, vi furono le proteste di una parte della città per motivi sanitari del tutto legittime visto che l’altoforno si affacciava quasi nelle case dei cittadini. Vi furono le inchieste della magistratura ed indagini chimiche ed epidemiologiche. Ma l’accordo fu tutto economico/politico. E fu possibile anche per l’esiguità dei numeri occupazionali in ballo: appena 2mila lavoratori in tutto (non i 10mila di Taranto). La maggior parte dei quali, ben 1600, è rimasta a lavorare a freddo l’acciaio prodotto a caldo a Taranto (che tra l’altro dal 2006 registrò un andamento alquanto altalenante dettato come sempre dalle classiche oscillazioni del mercato dell’acciaio). Ancora oggi è così: appena 300 i lavoratori destinati ai lavori socialmente utili. La maggior parte dei quali mai utilizzati, anzi, spesso richiamati in azienda. Tutti i lavoratori comunque sono blindati da quell’Accordo di programma. E non intendono minimamente rinunciare a quel lavoro, visto che di alternative non ne hanno mai viste. Per non parlare delle bonifiche previste: basta andare sul sito Società per Cornigliano per seguire l’intero iter storico delle attività, molte delle quali devono ancora partire. A 15 anni da quell’accordo e su un’area che non è nemmeno un decimo di quella tarantina. Che non prevedono l’utilizzo dei lavoratori per suddette operazioni.

A Trieste la vicenda è molto simile. L’Accordo di Programma sottoscritto lo scorso giugno (la prima stesura avvenne nel 2012, la seconda nel 2014) ha anche qui come assunto di base la collocazione della maggioranza dei lavoratori nella lavorazione a freddo dell’acciaio (che continuerà ad essere prodotto a caldo dal gruppo Arvedi, co-proprietario del siderurgico triestino). Anche qui la chiusura dell’area a caldo è consistita nello spegnere l’unico altoforno presente (né 4, né 5). Anche qui per motivi sia sanitari (se possibile gli impianti erano ancora più vicini alle prime case rispetto a Genova, anche qui con le legittime proteste della popolazione e dati sanitari/ambientali oggettivi), che economico/politici. Le aree saranno smantellate, dismesse, bonificate e reindustrializzate. Attraverso la costituzione di una nuova società. Anche qui parliamo di numeri occupazionali lontani anni luce rispetto a Taranto: parliamo in totale di 601 lavoratori (non i diecimila di Taranto), di cui 417 resteranno a  lavorare nell’area a freddo (compreso la centrale elettrica e l’area logistica). Appena 50 di loro saranno impegnati per lo smantellamento e la bonifica delle aree di competenza del gruppo Arvedi. All’appello mancano circa 180 lavoratori che sono rimasti fuori dall’Accordo di Programma, i quali saranno destinati a percorsi di riqualificazione professionale con l’impegno delle istituzioni di trovar loro una nuova ricollocazione.

(leggi tutti gli articoli sull’Osservatorio Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=osservatorio+ilva+&submit=Go)

Ora. Basta possedere queste semplici nozioni per comprendere come uno schema del genere a Taranto sia del tutto inapplicabile. Chiedere la chiusura dell’area a caldo, significa senza troppe giri di parole almeno 5mila lavoratori senza alcuna certezza sul proprio futuro occupazionale. Forse, a fronte di due o più forni elettrici in sostituzione di cokerie, altiforni, area agglomerato ed acciaierie, se ne salverebbero duemila. Forse. Ammesso e non concesso che, come detto, sia realmente realizzabile un impianto del genere. Lo stesso Patuanelli, del resto, ha candidamente ammesso che per fare acciaio a Taranto servirà ancora il carbone. Dunque, questi lavoratori dove andrebbero? A rimpinguare gli impianti dell’area a freddo che già oggi contano oltre 2mila lavoratori la maggior parte dei quali da anni fermi? E per lavorare l’acciaio prodotto da chi?

Per non parlare dell’idea di impegnare i lavoratori dell’ex Ilva nelle operazioni della futura bonifica. Chi scrive, già il 1 maggio 2013 in occasione del primo dibattito del Primo Maggio organizzato dal Comitato Lavoratori Cittadini Liberi e Pensanti affermò pubblicamente l’inconsistenza di tale operazione. Tutti sanno perfettamente che qualora venisse mai finanziato un imponente operazione di bonifica del siderurgico tarantino (attendiamo da anni di capire con quali risorse economiche e in che tempi ciò dovrebbe avvenire), i bandi di gara saranno vinti da società nazionali ed internazionali specializzate nel settore (come tra l’altro sta già avvenendo adesso). Ed anche qualora venga previsto in ogni singolo bando l’inserimento della clausola sociale, quanto mai potrà essere la percentuale obbligatoria della stessa, visto che a valle bisognerebbe prevedere una formazione professionale degli attuali lavoratori che andrebbe finanziata con svariati milioni di euro? Un esempio lo abbiamo già adesso: dei 1600 lavoratori confluiti in Ilva in AS, che almeno sino al 2023 dovevano essere impiegati nelle bonifiche delle aree così dette escluse rimaste in capo ai commissari straordinari, appena qualche decina ha iniziato i corsi di formazione. E sempre poche unità sta venendo impiegato, ma per attività alquanto dequalificanti (chiedere ai lavoratori o ai sindacati per averne contezza) e non certo per attività dignitose.

(leggi tutti gli articoli sul’ISPRA https://www.corriereditaranto.it/?s=Ispra&submit=Go)

Anche un nuovo e sicuro incentivo all’esodo (già si parla di portalro a 100mila euro netti a lavoratore), eventuali prepensionamenti o nuovi interventi normativi che fissino un tetto più basso per gli anni svolti in lavori usuranti o un allungamento della tempistica sull’attuale legge per l’esposizione all’amianto, sono tutti strumenti legittimi ed auspicabili che però non risolverebbero alla radice il problema.

Ed allora, di grazia, di cosa stiamo parlando esattamente? Sia chiaro: chi scrive ha passato anni, ben prima del finto spartiacque del 2012, a denunciare senza sosta e senza remora alcuna l’inquinamento dell’ex Ilva dalle colonne del quotidiano ‘TarantoOggi‘ (ricevendo in cambio plausi, premi, minacce ed isolamento coatto) e con esse il dramma ambientale e sanitario. Nessuno può sostenere come legittimo un disastro che il maxi processo in corso (quell’Ambiente Svenduto che tante sorprese sta comunque riservando) appurerà nelle sue reali dimensioni e responsabilità. Ma allo stesso tempo, da oltre 15 anni chi scrive continua a sostenere che la strada da percorrere non era quella di inseguire una chimerica guerra al siderurgico, sperando di abbatterlo con la spinta delle masse (quali masse poi?), ma quella delle proposte concrete che doveva seguire la strada delle alternative economiche.

Per questo, rilanciamo una proposta già avanzata mesi addietro su queste pagine. Vogliamo parlare di Accordo di Programma? Bene, abbiamo già adesso un ampio bacino occupazionale dal quale attingere a piene mani. Oltre ai 1600 in Ilva in AS, ci sono gli ex Cementir, gli ex Marcegaglia, gli ex Tct, gli ex Miroglio, gli ex DeltaUno ed EsseTiEffe, gli ex Taranto Isolaverde, gli ex Vestas, gli ex Pasquinelli, solo per citare le vertenze più famose (per non parlare delle centinaia di lavoratori precari del settore Servizi impiegati nei vari settori dell’economia locale perennemente in bilico). Pensiamo dunque a come reimpiegare innanzitutto questi lavoratori (o vogliamo per caso davvero seguire quell’odiosa strada dei lavoratori di Serie A e Serie B e peggio ancora del ‘razzismo’ lavorativo per cui fare la conta tra lavoratori residenti in città e in provincia?). Attraverso proposte concrete, fattibili, realizzabili. Sfruttando l’inattesa ripartenza del CIS Taranto (che per due anni è stato fermo al MiSE gestito da Patuanelli e Di Maio, motivo per il quale è stato ‘requisito‘ dalla Presidenza del Consiglio ed affidato alla guida del sottosegretario tarantino Mario Turco i cui risultati andranno comunque analizzati nel tempo) e le risorse economiche che giungeranno attraverso il Recovery Fund e il Just Transition Fund. Iniziando ad immaginare e disegnare una città che possa guardare al futuro in maniera innovativa ed ambientalmente sostenibile sì, ma socialmente più giusta e aggregativa.

(leggi tutti gli articoli sull’ARPA Puglia https://www.corriereditaranto.it/?s=arpa&submit=Go)

Sia chiaro. Nessuno vuol mettere in secondo piano o diminuire di una sola virgola l’importanza della questione sanitaria. Anzi. E’ proprio per tutelare il più possibile l’ambiente e la salute che dovremmo pretendere adesso e non tra 5-10 anni l’attuazione delle migliori tecnologie per il siderurgico, che sarà comunque destinato più o meno tra 10-15 anni alla chiusura. E’ per questo che si dovrebbe sostenere un ridimensionamento dell’attività produttiva nel tempo, ma allo stesso tempo guardando in tutte le direzioni possibili per liberare la nostra economia dal giogo della grande industria (vedi anche Eni il cui futuro è da tenere sott’occhio), spingendola alla valorizzazione delle risorse attuali (come la filiera agroalimentare, la logistica, la retroportualità, la cultura, il turismo senza anche qui pretendere di trasformare questa città in quello che non è e non potrà mai essere, ma mantenendo la sua dimensione e le sue specificità) e ad una visione di città più pulita, più giusta, più solidale, con più servizi e tutele per tutti. Nessuno escluso. Specie al termine di questa pandemia che lascerà macerie e si trasformerà in una nuova macelleria sociale specie per chi ha da sempre di meno.

Senza lucrare sul dolore della gente, senza strumentalizzare sofferenza di madri, padri, figli. Senza giocare con i dati sanitari non avendone alcuna competenza in materia. Senza fare i piccoli chimici con i dati ambientali che da anni raccontano una realtà molto diversa da quella narrata dai soliti noti. Senza rincorrere ad ogni costo lo scoop, lo scandalo, il dramma, la tragedia, alimentando quel mondo dell’informazione locale e nazionale (sul quale abbiamo steso tanti anni fa un velo definitivo) che non vede l’ora di descrivere nel peggiore dei modi la città di Taranto. Così ci facciamo soltanto del male da soli e non rispettiamo il ricordo di chi non c’è più e il dolore di chi è rimasto.

Ma per realizzare tutto questo, serve molto di più dell’attuale. Lo scriviamo da anni. Serve una serietà, una competenza, una professionalità, una sincerità che dalle nostre parti ancora non vediamo. Serve uno sforzo di quella parte di città che ancora ci crede. E che magari sino ad oggi non è mai davvero stata protagonista di un percorso di cambiamento perché spaventata o fagocitata dalla moltitudine di figure che negli anni hanno affollato e ancora affollano la politica e la società civile.

Ed ora, signore e signori, facciamo un passo di lato. E vi auguriamo buona visione. Perché ancora una volta, ahinoi, qui nella splendida città dei Due Mari ne vedremo delle belle. Per tutto il resto c’è sempre tempo. Forse.

(leggi tutti gli articoli sull’Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

Un Commento a: Ex Ilva, storia infinita. E un futuro al buio

  1. Gico

    Dicembre 8th, 2020

    Purtroppo a Taranto di competenza,professionalità, serietà e gente che fin ora non è stata mai protagonista forse non è mai esistita. Qui si tratta di riconvertire un sistema industriale, un tipo di economia come dire passare ad un economia circolare, green, riprendersi la navalmeccanica, investire su nuove fonti energetiche. Tutto questo non è mai rientrato nella politica economica della nazione da 50anni a questa parte. A Taranto parliamoci chiaro non esiste una classe imprenditoriale capace di esercitare particolari pressioni sui tavoli che contano. L’imprenditore locale oltre che mungere a volte indirettamente azienda statale o parastatale rimane impotente su tutti i fronti, arida di nuove iniziative e percorsi.I nostri politici sono un surrogato dei nazionali quindi ragazzi prendiamoci quello che alla fine in fondo ci meritiamo.

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