«Taranto, il futuro è nell’alta formazione»

 

Eva Degl’Innocenti, direttrice del Museo Archeologico: «Taranto può diventare un punto di riferimento internazionale per l’alta formazione. La Città Vecchia? La più bella di Puglia, ma per la candidatura UNESCO necessario lavoro imponente».
pubblicato il 08 Novembre 2020, 13:00
32 mins

Nuovo appuntamento (il tredicesimo) con la nostra rubrica “Parliamo di… Università”, un ciclo di interviste che da quattro mesi ci accompagna nella riflessione sulle realtà universitarie tarantine. Nostra ospite in questa nuova chiacchierata la dottoressa Eva Degl’Innocenti, direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.


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Dott.ssa Degl’Innocenti, prima di tutto: spieghiamo soprattutto ai tarantini che magari sono abituati a darlo per scontato, perché il Museo Archeologico Nazionale di Taranto è ritenuto così importante?

Oggi è riconosciuto come il secondo Museo Archeologico Nazionale più importante d’Italia dopo quello di Napoli, proprio per l’importanza e il volume patrimoniale delle collezioni archeologiche che accoglie all’interno, non soltanto l’esposto ma anche i depositi archeologici del museo che stiamo valorizzando, peraltro, con il nostro progetto di digitalizzazione di 40.000 reperti open data, che è attualmente il progetto più importante numericamente per la digitalizzazione del patrimonio archeologico d’Italia in un museo nazionale.

È un racconto, una narrazione dalla preistoria – dal paleolitico – fino al medioevo, ovviamente con una parte preponderante del percorso espositivo dedicata all’archeologia della Magna Grecia. Nel 1887, quando fu istituito, nacque come museo della Magna Grecia. Poi oggi è molto di più, anche perché non è soltanto un museo archeologico di Taranto, ma di tutto il territorio pugliese e oltre, perché vi sono anche dei reperti che provengono da territori limitrofi della Magna Grecia, ovviamente tutto ciò che proviene dal Mediterraneo. Poi, chiaramente, è la testimonianza di tutti questi grandi periodi storici che sono narrati dal museo, quindi ha una ricchezza molto importante. Soprattutto, non è soltanto un museo che ci parla dei reperti come contenitore, esposizione; è un museo che ci parla di territorio. Infatti possiamo dire che è la testa di ponte di un museo diffuso sul territorio, quindi c’è un collegamento storico e diretto con i siti, quindi con i contesti archeologici e soprattutto i paesaggi culturali che sono rappresentati come testimoni, potremmo dire, dai reperti custoditi nel museo.

Chiariamo questo concetto di museo diffuso a chi non lo avesse ben chiaro e a chi magari non conoscesse tutta una serie di siti archeologici – e non solo archeologici – di cui il nostro territorio è ricco. Qual è il ruolo specifico del MArTa nella valorizzazione di queste ricchezze culturali della nostra città e del territorio in senso ampio?

Il Museo diffuso sono legami e anche progetti di rapporti e di relazioni con il resto dei reperti sul territorio, e che peraltro abbiamo anche scelto di valorizzare anche con prodotti che siano adeguati all’evoluzione della società. Per esempio, insieme al Museo di Napoli siamo stati i primi musei nazionali italiani a investire sulla gamification, cioè sui gamimg, sui videogiochi. Abbiamo creato questo videogioco che in realtà è un racconto digitale in 2d che si chiama Past for Future, che è scaricabile gratuitamente su App Store e Google Play e parla proprio di Taranto. Ecco, lì è un esempio, perché questo videogioco in realtà parla di una storia anche poetica, frammista al giallo, per cui un personaggio da Londra deve venire a Taranto per scoprire un mistero, viene proiettato non solo nel futuro ma anche nel passato magnogreco. Per esempio questo videogioco valorizza anche il parco archeologico di Saturo e anche il parco delle mura messapiche di Manduria, c’è un rimando a questi siti. C’è anche il progetto che noi abbiamo fatto delle mappe di comunità, con i giovani degli istituti superiori di Taranto, creando una mappa interattiva di Taranto che racconta anche la storia del territorio. Inoltre, nei nostri progetti di ricerca e di educazione, grazie anche ai protocolli di intesa che ci legano a numerosi organismi sul territorio non solo tarantino ma pugliese e anche nazionale e internazionale, cerchiamo sempre di valorizzare questo rapporto importante fra il MArTa e i vari siti, ma anche le istituzioni sul territorio. Quindi abbiamo numerosi progetti, anche con altri musei, per una messa in rete, una messa a sistema del territorio. Per esempio adesso stiamo lavorando all’interno del progetto del sistema museale nazionale italiano, quindi del sistema museale regionale, e quindi il MArTa sta assolvendo un ruolo importante anche di testa di ponte di una rete del territorio attraverso questo progetto del nostro Ministero. Per non dimenticare tutte le conferenze dei Mercoledì del MArTa, in cui noi cerchiamo di attualizzare la ricerca archeologica, con un ruolo fondamentale di archeologi e storici del territorio ma anche oltre, e quindi con una concentrazione anche di incontri che parlano di Magna Grecia, con docenti anche di numerose Università pugliesi, che vengono a relazionare, soprattutto a fare delle conversazioni con il pubblico. Le iniziative sono tante. Per non dimenticare poi il progetto di digitalizzazione, come dicevo, creando un database sui reperti, quindi ogni singolo reperto è schedato, ha delle fotografie, ma anche un sistema di georeferenziazione, quindi il sito non è solo citato ma georeferenziato attraverso il database. Questo database lo apriremo a tutti, fra l’altro in doppia lingua italiano-inglese, questo anche per il non addetto ai lavori, così come per lo studioso, quindi per una grande varietà di tipologie di pubblico. Il sito di provenienza sarà ancora più valorizzato non solo da una semplice dicitura, ma da informazioni precise e poi una georeferenziazione permetterà di capirne immediatamente anche l’ubicazione. Tutto ciò ci sta evolvendo verso una concretizzazione sempre più operativa di questo ruolo del MArTa come testa di ponte di un museo diffuso sul territorio. Quando parlo di museo, in realtà non sono soltanto le strutture museali, chiaramente, ma anche i paesaggi culturali, e quindi tutto il paesaggio che ci circonda, che è caratterizzato dalle tracce antropizzate di uomini e donne che ci hanno preceduto. Questo noi stiamo facendo, e poi con il nuovo allestimento del museo, che sarà all’interno dell’esistente, dove questo rapporto con il contesto sarà valorizzato e quindi si recupererà ancora di più le varie tracce identitarie del territorio.

Fra le varie attività mi piacerebbe ricordare il tesoretto di Specchia, che abbiamo recentemente restaurato grazie al Lions Club Taranto Poseidon, che hanno risposto all’appello che avevo lanciato di adottare un tesoretto, quindi finanziato l’attività di restauro, ricerca, studio, pubblicazione e anche valorizzazione per cui oggi è esposto all’ultimo piano del museo. Quindi sono state restituite alla comunità e alla pubblica fruizione queste 214 monete, di cui 211 stateri tarantini, monete d’argento, e due dell’antica Eraclea, Policoro per capirci. Questo ci permette, per esempio, di valorizzare anche il rapporto fra Taranto e il Salento leccese, quindi Taranto e i Messapi, che è stato un rapporto molto importante nella Storia e che oggi noi concretizziamo in una storia contemporanea di valorizzazione reciproca con Specchia, con cui abbiamo intrapreso un percorso insieme che speriamo di accrescere sempre di più nel corso del tempo.

Lei è direttrice del MArTa già da alcuni anni. Ha notato un cambiamento di atteggiamento da parte dei tarantini nei confronti di questo patrimonio?

Ho notato cambiamenti in positivo, perché dal 2015 ho visto una città in netta evoluzione, un cambiamento verso un’immagine sicuramente più positiva della città. Innanzitutto il plauso va anche all’amministrazione comunale, che sta dimostrando un grande dinamismo ma anche una grande operatività concreta nella progettazione, e quindi nel voler perseguire degli obiettivi che siano orientati verso uno sviluppo sostenibile e un modello di sviluppo della città sempre più basato su un valore fondamentale che è quello della cultura come elemento centrale di un nuovo progetto, di un piano strategico della città come abbiamo visto in Ecosistema Taranto, e quindi che si intraprenda un percorso su una base di piani strategici e quindi creando degli orientamenti non soltanto dell’immediato ma degli obiettivi anche a medio e lungo termine, che sono fondamentali per la rinascita di questa città. Però il cambiamento lo vedo anche nei cittadini, nonostante le difficoltà e le problematiche che non voglio certo considerare tutte risolte, però c’è un approccio positivo e soprattutto un approccio sistemico e di metodo. In questo vedo molto migliorata la situazione generale, perché prima l’elemento un po’ negativo che vedevo era magari una mancanza di una progettualità sistematica, e quindi si rischiava di agire per progetti random, mentre invece è importante avere una progettualità, creando una continuità nel tempo, quindi porsi anche degli obiettivi a lungo termine, la città e il territorio che saranno in futuro. L’altra è anche una valorizzazione del merito, e quindi delle competenze, dei know how, perché chiaramente si può fare un buon progetto soltanto sulla base di competenze consolidate, quindi di esperienze anche dei professionisti di cui ci si circonda, oltre che, ovviamente, tutta l’amministrazione comunale, quindi la classe dirigente dell’amministrazione. Vedo anche un’ottima organizzazione in quelli che sono dei progetti, questo rapporto fra pubblico e privato che è una chiave di volta importante non solo per Taranto ma per il nostro Paese, perché quando si arriverà finalmente a un’armonia di una governance pubblico-privata di sarà compiuto un passo in avanti notevole, e vedo anche questo. Poi forse anche una fiducia maggiore nei cittadini, al di là del problema che stiamo vivendo adesso con questa emergenza epidemiologica che non aiuta, ma anche un’immagine positiva diffusa dai cittadini. Il problema di Taranto è questo, che è stata una città che ha perso molta fiducia in sé stessa, e quindi anche una visione negativa del futuro. Noi avevamo una città che aveva perso proprio il legame identitario, quindi se non c’è coscienza delle proprie radici non si ha nemmeno una prospettiva del futuro. Questo, ecco, lo vedo modificato, anche nelle associazioni che sono uno dei motori più portanti di sviluppo ma anche di energia per questa città, perché le associazioni sono andate a intervenire laddove magari, in certi periodi storici anche contemporanei, ci sono state delle difficoltà, e quindi hanno compensato un vuoto istituzionale che si è creato. Oggi, dove invece il vuoto istituzionale non c’è, sia considerando le amministrazioni territoriali che quelle nazionali, possiamo dire che si sta facendo un percorso collettivo, che è importante. Quindi non l’azione individuale, magari di best practice ma staccata dal resto di un progetto, quindi una progettualità comune. Ecco, oggi sento questo spirito, lo percepisco anche in esempi concreti che sono importanti.

Lei ha usato due espressioni, “competenze” e “classe dirigente”, che sono state da molti fortemente legate al discorso universitario e, quindi, alla presenza universitaria sul territorio tarantino. Al di là degli strumenti da individuare, di cosa ha bisogno Taranto dal punto di vista della ricerca e della valorizzazione del suo patrimonio?

Secondo me gli elementi più importanti su cui Taranto dovrebbe investire, che sono oggi fondamentali, sono educazione e ricerca, formazione, innovazione, sviluppo sostenibile e poi centralità mediterranea, cioè deve andare a recuperare quel ruolo di centralità geopolitica e soprattutto culturale nel Mediterraneo che storicamente ha avuto, perché ricordiamo, per esempio, fra IV e III secolo a.C. Taranto è stata la capitale culturale del Mediterraneo occidentale, e anche in altri periodi. Questa sua centralità è importante, tanto che penso che sarebbe opportuno che a Taranto si potessero organizzare gli Stati Generali euromediterranei, quindi che potesse Taranto affermare questa sua centralità che ha avuto storicamente e che potrebbe recuperare, anche di cerniera fra Mediterraneo orientale e occidentale. Educazione, ricerca e formazione, sono questi i primi tre elementi, e questi primi tre elementi richiedono la necessità, secondo il mio modesto parere, di un investimento a Taranto sull’alta formazione. Io ritengo che questo sia importante, non tanto gli altri corsi universitari, ma specializzarsi in un polo di alta formazione. Quindi, da archeologa, quello a cui penso immediatamente, per esempio, è che sarebbe un’ottima idea se centralizzassimo a Taranto tutte le scuole di specializzazione in beni archeologici della Puglia. Quindi, anziché essere disseminate nelle varie Università, le potremmo centralizzare a Taranto creando un’unica scuola di specializzazione della Puglia. Questo secondo me sarebbe anche unire le forze, unire i talenti e unire le competenze. L’altra scuola a cui penso è quella sugli studi mediterranei. Oggi Taranto ha quel ruolo di cui parlavo non solo nella cultura, nel patrimonio culturale, ma pensiamo a tutto ciò che è blue economy, green economy. Ha sempre avuto un’importanza il rapporto fra Taranto e la campagna, Taranto e l’hinterland, le varie risorse di differenziazione produttiva che Taranto continua ad avere e che può veramente ancora potenziare, e quindi legate anche a questo rapporto importante che io vedo in un’unione più forte fra il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Ministero dell’Istruzione e poi insieme al MiBACT e agli enti territoriali, ovviamente, e poi direi importantissimo tutto il settore imprenditoriale. La cultura deve essere sempre di più unita all’economia. Quindi andarsi a specializzare in scuole di alta formazione che potenzino questo legame con il Mediterraneo e con tutta l’area non solo euro-mediterranea ma anche inglobando tutta la zona dell’Africa, che è fondamentale che non ci dimentichiamo. Quindi una mediterraneità estesa oltre che gli altri Paesi europei può diventare veramente la grande chance di Taranto che io spero che possa cogliere questo elemento. Per quanto riguarda più specificatamente il patrimonio culturale, si potrebbe creare una sorta di Policlinico dei beni culturali. Mi piace utilizzare questo termine proprio per andare a sottolineare quanto il patrimonio, la cultura sia cura per la persona, quindi non solo la cura dell’anima e del proprio spirito, soprattutto anche in questo periodo, ma anche una attività curatoriale che sia per esempio anche tout court nel curatore del museo e poi delle altre persone, quindi tutti i professionisti che si occupano del settore. Questa potrebbe essere la grande opportunità per Taranto, diventare un polo riconosciuto a livello internazionale, quindi quando parlo di questi cinque elementi, è chiaro che tutti vengono retti anche da un altro elemento importante, che è l’internazionalizzazione. Quindi se Taranto riuscisse veramente a sviluppare un polo di alta formazione con varie discipline e anche incentrato su quella che è la cultura del Mediterraneo, penso che potrebbe essere veramente importantissimo. Quando parlo di internazionalizzazione per me va da sé che si parla di scuole di alta formazione di eccellenza, in cui si entra a numero chiuso, in cui ci sono borse di studio, quindi Taranto diventa un grande campus universitario, non solo in una zona di Taranto, ma diventa una città universitaria in questo senso, dove non si parla solo italiano, ma si parlano tutte le lingue del mondo, perché dovrebbero venire studenti da tutto il mondo e gli insegnamenti, ovviamente, dovrebbero essere fatti per lo meno in inglese, quindi per essere veramente internazionale e accogliere le persone da tutto il mondo che potrebbero iscriversi. Questo sarebbe importante anche per l’economia locale, perché oltre che creare un polo di eccellenza nell’educazione e nella ricerca, dovrebbe diventare, come dicevo prima, un polo d’eccellenza nel legame con tutto quello che è il settore produttivo e le attività economiche anche della piccola e media impresa. Quindi creare un asset in cui le attività economiche, le varie strutture entrano all’interno del polo, di questo grande polo di alta formazione, o poli come potrebbero esserci, in cui c’è un rapporto diretto con il mondo del lavoro. Poi soprattutto se questa ZES che si è creata, che fra l’altro è in comune anche con Matera, diventerà veramente operativa, questa è una grande opportunità per Taranto. Quindi avere una ZES, per esempio, avere poli di alta formazione internazionale, l’economia e quindi un grande investimento su uno sviluppo veramente sostenibile e di differenziazione del prodotto. Io la vedo molto in questi termini, perché ho visto ciò che ha potuto fare in altre parti del mondo, dove si sono creati questi tipi di progetto sull’alta formazione, e quanto il volto di città e territori sia veramente mutato. Però mutato a livello non semplicemente di ricezione studentesca, ma di ricerca e sviluppo che si fa sul territorio, quindi lo si fa per il mondo, ma i risultati diretti ci starebbero immediatamente sul territorio.

Lei ha citato Matera, e Matera è da molti vista come un esempio di come, partendo da una situazione di estremo degrado, si sia riusciti a diventare addirittura un punto di riferimento per il turismo di livello mondiale; cosa che è passata anche e soprattutto tramite la proclamazione dei Sassi a patrimonio UNESCO. In occasione dell’ultimo tavolo con il Governo in Prefettura il sindaco Melucci ha dichiarato l’intenzione, non nell’immediato ma non appena ci saranno le condizioni, di candidare la nostra città vecchia a patrimonio UNESCO. Dal suo punto di vista, di cosa abbiamo bisogno per avvicinarci ad un traguardo così ambizioso?

Innanzitutto questi tipi di candidature determinano un grande lavoro, perché per accreditarsi a questo tipo di cose è necessario seguire un protocollo ben preciso e che richiede molto lavoro. Se è stato fatto un annuncio del genere è chiaro che il lavoro sarà imponente. Io penso che lo si possa fare e sia stato anche giusto pensarlo, quindi da studiosa penso che in effetti il centro storico di Taranto possa essere definito il più bello della Puglia. Sicuramente oggi si presenta come forse quello più bisognoso di interventi, anzi, senza il forse. Però se lo pensiamo proiettato dopo i restauri io direi non solo la riqualificazione urbanistica, ma io parlo di riqualificazione socio-culturale, che è importante. Quindi avere un progetto di territorio, un progetto culturale che possano unirsi non solo alla città vecchia ma alla città, perché il problema di Taranto non è soltanto la città vecchia, quindi io parlerei di un approccio più sistematico al problema, a livello proprio sociale-antropologico. Questo può essere. L’unica cosa che io dico, chiaramente da studiosa e anche da professionista della cultura, essendo abituata a lavorare con metodo, però anche riconoscendo i limiti, è chiaro che è molto impegnativo questo tipo di traguardo, e quindi presuppone molte cose. Quindi non è semplicemente il restauro di un edificio, ma come dicevo un progetto culturale che abbia una continuità nel tempo. È un progetto anche sociale e antropologico, perché noi parliamo di una realtà che non è staccata, non stiamo parlando di una zona disabitata, stiamo parlando di una zona portante che ha anche delle sue peculiarità, una sua identità che va salvaguardata ma va anche potenziata. Quindi bisogna lavorare con la collettività, bisogna lavorare con la popolazione, quindi anche un processo partecipato è importante, come ha sempre fatto l’amministrazione comunale, e questo sarà da potenziare, però, se si vuole che questo possa avere una continuità nel tempo. Matera non è stata fatta in un giorno. Il progetto di rinascita di Matera ha comportato molti sacrifici e soprattutto molto tempo, oltre che un metodo molto disciplinato di attività. Quindi Taranto può arrivare benissimo a un traguardo del genere, solo che ha un cammino anche impervio da affrontare.

C’è un altro aspetto che riguarda strettamente i beni culturali e cioè la decisione da parte del Ministero dei Beni Culturali di istituire a Taranto la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo. Di che cosa si tratta, perché il Ministero ha scelto di insediarla proprio a Taranto e perché per Taranto dovrebbe essere un qualcosa di importante su cui riflettere?

Si tratta, intanto, di una Soprintendenza Nazionale, quindi ha un valore importante perché si creerebbe a Taranto un centro che si occupa di archeologia subacquea, e quindi è stata un’idea molto interessante da sviluppare, direi anche qualcosa di doveroso, perché chiaramente l’Italia essendo una penisola ha una ricchezza del suo patrimonio subacqueo ma anche di cultura marittima, possiamo dire, molto importante, anche prevalente rispetto a tanti altri Paesi, oltre a pensare a tutti i relitti sommersi e, quindi, a un patrimonio dei vari siti che ancora debbono essere valorizzati. Quindi penso che sia stato fondamentale pensare di istituire una Soprintendenza del Mare con sede a Taranto. Intanto istituire una Soprintendenza del Mare, quindi era qualcosa di doveroso e di importante, perché la necessità vi è per non solo tutelare, conservare questo grande patrimonio, però anche a fini di valorizzazione e soprattutto di ricerca, che potrà ancora di più unire gli aspetti della ricerca, quindi quella fatta dalle Università, dai centri di ricerca, al nostro Ministero. La vedo come una svolta positiva. L’averla istituita a Taranto è importante perché si riconosce finalmente il valore del patrimonio subacqueo, il patrimonio anche marittimo di Taranto come centrale. E poi è stata unita a questa Soprintendenza tutta l’attività di tutela che svolge attualmente la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle provincie di Brindisi, Lecce e Taranto e, quindi, accorpare tutta questa parte importantissima, quest’attività sul resto del territorio, alla Soprintendenza del Mare, quindi andare a unificare queste attività. È un riconoscimento fondamentale per Taranto. Quello che mi auguro è che presto si possa avere il Soprintendente di questa Soprintendenza, in modo tale che poi si possa partire con questo progetto. Per il MArTa è importante, perché il MArTa lavorerà a stretto contatto con la Soprintendenza del mare, così come abbiamo sempre fatto con la Soprintendenza attuale. È importante perché stiamo portando avanti questo progetto che si chiama Fish and Chips di cui è capofila l’Università di Foggia, dedicato, appunto, a Taranto e il mare, che ha visto coinvolto anche fra i partner del progetto la Regione Puglia, la Soprintendenza di Corfù, perché è un Interreg Italia-Grecia, e poi Confcommercio Taranto che ha dato il suo contributo importante per la valorizzazione di quel patrimonio marittimo legato all’attività di pesca, che è una delle attività più importanti di Taranto, non solo a livello produttivo ma anche a livello sociale e soprattutto culturale. Il MArTa lavorerà in una progettualità condivisa su numerosi progetti con la Soprintendenza del Mare. L’augurio è che l’avvio sia il più possibile vicino.

Chiudiamo questa nostra chiacchierata con una domanda che rappresenta il filo rosso di questo nostro ciclo di interviste e cioè: molta parte della classe politica indica come scadenza simbolo entro cui vedere almeno in parte realizzata la riconversione del nostro territorio quella del 2026, dei Giochi del Mediterraneo. Come se la immagina Taranto nel 2026?

Io immagino una città in cui siano state create tutte le infrastrutture di cui ha bisogno, soprattutto per arrivare ai Giochi, quindi non soltanto infrastrutture sportive, ma io parlo anche di infrastrutture dell’accessibilità, quindi legate ai trasporti, legate alla ricezione delle persone, perché oggi il grande problema di Taranto è anche l’accessibilità geografica alla città. Come si può sviluppare il turismo se si ha un grande problema nel raggiungere la città? Quindi mi riferisco all’alta velocità che non esiste, alla viabilità stradale – l’autostrada si interrompe a un certo punto e poi anche se è stata rifatta tutta una strada però si affronta un percorso da migliorare -, i collegamenti con gli aeroporti dovrebbero essere migliorati, quindi mi riferisco ai collegamenti con l’aeroporto di Brindisi e quello di Bari perché attualmente sono assolutamente insufficienti per una città come questa, che ricordiamo è la seconda città della Puglia per numero di abitanti. La speranza è che tutto questo sia pronto per il 2026. Io sono per carattere, per fortuna, una persona molto positiva e ottimista. Siamo nel 2020, la tempistica per poterlo fare c’è. Però, ecco, pensare che in realtà le infrastrutture sono molte, non si tratta soltanto di quelle legate proprio ai Giochi tout court. Quindi miglioramento sicuramente della città, che si potrà avere, quindi una città finalmente internazionale, perché se parliamo di internazionalizzazione chiaramente non sono parole così. La retorica, ecco, mi è sempre sembrata un po’ vuota. Sì, l’esercizio della retorica dei retorici antichi è interessante, però poi se la reinterpretiamo al giorno d’oggi, ecco, penso che si dovrebbero utilizzare delle parole non vuote, ma legate a un’operatività concreta. Quindi io sono realistica e penso che ci siano tutti i tempi per fare tutto. Chiaramente c’è una tabella di marcia serratissima, quindi non vi è tempo da perdere, come si suol dire. Però, me la immagino come città finalmente internazionale, soprattutto che abbia recuperato questo suo ruolo di centralità mediterranea di cui parlavo prima.


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Un Commento a: «Taranto, il futuro è nell’alta formazione»

  1. Fra

    Novembre 8th, 2020

    Dovevate pensarci da sempre alle infrastrutture,non soltanto ora che si dovrebbero disputare i giochi ,cercate di insistere all’infinito ,siamo ai tempi dell’Ottocento ancora ,;si ripristinano locomotive del far west all’arsenale ,quando servirebbero mezzi rapidi per attraversare il borgo e ahimè anche le frazioni o circoscrizioni di Taranto ,che sono il motivo che Taranto sia la seconda città della Puglia . Allora credo sia meglio distaccarci ,almeno sappiamo da chi piangere ,Brindisi con la metà di abitanti ottiene ed ha ciò che serve ,noi le pecore zoppe stiamo aspettando la manna dal cielo . Non possiamo usare gli shuttle il nostro reddito a stento ci permette di avere un auto ,figuriamoci prezzi per soli ricchi che sfrutterebbero il nostro aeroporto bello e pronto per noi cittadini e per i calabri e i lucani ,ma forse per loro la ruota della fortuna girerà prima o poi ,per noi solo tanta lentezza ,attesa ,noia e tanta tanta rassegnazione.

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