«Università via per far rinascere la Città Vecchia»

 

Francesco Cupertino, Rettore del Politecnico di Bari: «La riqualificazione non basta, bisogna decidere cosa sarà Taranto nel futuro. Sull’autonomia universitaria si cominci a fare ciò su cui siamo tutti d’accordo».
pubblicato il 18 Ottobre 2020, 13:00
30 mins

Prosegue il viaggio della nostra rubrica “Parliamo di… Università”, un ciclo di interviste che ci sta accompagnando alla scoperta delle numerose realtà universitarie che operano sul territorio di Taranto e che ci sta aiutando a riflettere sul progetto di autonomia universitaria, che proprio in questa settimana ha visto accendersi il dibattito politico-istituzionale (clicca qui per leggere o ascoltare le precedenti interviste).

In questo dodicesimo appuntamento abbiamo nostro ospite il prof. Francesco Cupertino, Rettore del Politecnico di Bari. Con lui parliamo del Politecnico, del suo impegno sulla sede di Taranto e di cosa sarà Taranto nei prossimi anni, con un occhio di riguardo per la Città Vecchia.


ASCOLTA L’INTERVISTA COMPLETA


Prof. Cupertino, qual è l’impegno del Politecnico di Bari sul territorio di Taranto, quali sono i corsi di studio erogati e quali sono le prospettive di questo impegno nel breve e medio termine?

Il Politecnico di Bari è un’istituzione universitaria relativamente giovane: è stata istituita nel 1990, trent’anni fa, ricorre il trentennale proprio in questi giorni. Da trent’anni il Politecnico ha una sede presso la città di Taranto, una sede che ha avuto un’interazione importante con la città, col suo territorio, con le istituzioni, con le sue aziende, e un’evoluzione che poi è dipesa non solo dalle intenzioni del Politecnico ma anche da evoluzioni normative, da contenimenti della spesa verso l’Università che ci hanno in qualche modo costretto, soprattutto negli ultimi dieci anni, a ridimensionare la nostra presenza presso la città di Taranto. Ad oggi noi offriamo due corsi di Laurea triennale in Ingegneria, a Taranto, uno in Ingegneria Civile e Ambientale e uno in Ingegneria dei Sistemi Aerospaziali, per poi avere anche un’offerta di Lauree magistrali, che di nuovo includono una Laurea in Aerospace Engineering, che quindi segue il percorso aerospaziale, uno di Ingegneria Meccanica e, quest’anno, è stata riaperta la magistrale di Civile e Ambientale. Poi c’è anche un corso di Laurea in Scienze Strategiche Marittime e Portuali, erogato in modo inter-ateneo con l’Università di Bari. Anche tutti i corsi di aerospaziale, sia quello triennale che quello magistrale, sono erogati in modalità inter-ateneo con l’Università del Salento. Sottolineo questo perché questo è un elemento importante, significativo del fatto che il sistema universitario regionale non lavora con un’ottica di competizione, ma con un’ottica di servizio, di mettere insieme le forze migliori per dare un servizio verso il territorio. Gli sforzi maggiori che noi abbiamo fatto negli ultimi anni rispetto alla città di Taranto, alla nostra collocazione presso la città di Taranto, sono stati rivolti verso l’ingegneria aerospaziale, data la presenza di importanti aziende che operano in questo ambito, sia nelle vicinanze di Taranto sia poi a Brindisi e un po’ in tutta la Puglia, sia grazie alla presenza di un’infrastruttura aeroportuale come quella dell’aeroporto di Grottaglie, di cui sappiamo che è in corso la fase di certificazione per un possibile utilizzo come spazioporto, che sarebbe anche una delle prospettive di sviluppo del territorio. In che direzione stiamo guardando per il futuro: noi stiamo cercando di interloquire con il territorio, con le istituzioni ma soprattutto con le aziende, per cercare di formare dei tecnici che sempre più abbiano una capacità di interagire positivamente in un percorso di rinascita e di sviluppo delle attività locali. Penso fra tutte a tutto quello che può essere in qualche modo collegato ad una riconversione sostenibile delle attività industriali presso la città di Taranto. Penso ancora a tutto quello che potrà servire nell’ambito della riqualificazione del centro storico, per riuscire a ridargli una vita, un impulso. Io credo che la città di Taranto debba ripartire ripopolando il suo centro storico. Anche in questo ci sono competenze di ingegneria e architettura che sicuramente possono essere messe a disposizione per questo percorso. Un argomento che diventa poi trasversale rispetto a tutti questi ambiti è la capacità di applicare tecnologie digitali a tutti i processi di trasformazione e di sviluppo, e non sto parlando di portare a Taranto solo corsi di Laurea in informatica, perché noi non avremo bisogno soltanto di ingegneri informatici tout-court. Noi avremo bisogno di tecnici, che magari saranno ingegneri civili, ingegneri meccanici, ingegneri gestionali, che siano capaci di interpretare la loro attività lavorativa utilizzando i più moderni sistemi digitali per progettare sia i processi gestionali che i processi industriali. In quest’ottica noi stiamo cercando di immaginare una figura di “ingegnere digitale”, che possa essere in qualche modo declinata rispetto alle esigenze del territorio, rispetto a quello che il territorio ci indicherà come possibile direzione di sviluppo dell’area ionica.

Si usa spesso dire che Taranto è un laboratorio a cielo aperto, per via delle numerose problematiche e dei numerosi possibili fronti di intervento. Quale può essere il contributo non solo del Politecnico di Bari, ma in generale di questo tipo di studi universitari?

Taranto laboratorio è un’evidenza, non è che ci sia bisogno di uno scienziato per riconoscerlo. Taranto ha delle peculiarità forse proprio per via dell’aggressività dell’azione umana sul territorio, un territorio così bello e così unico, aggredito in un modo così violento negli ultimi decenni, cosa che poi ha creato un caso fortunatamente più unico che raro. Su questi temi il Politecnico in realtà è già impegnato da quando esiste, in un’interazione con il territorio. Penso a tutto il processo di bonifica del Mar Piccolo. Tutti i Dipartimenti del Politecnico sono impegnati in qualche modo in monitoraggi ambientali. È di qualche settimana fa l’arrivo a Taranto dell’Amerigo Vespucci, e anche in quel caso c’è stata un’interazione con delle stazioni di misura delle correnti marine che il Politecnico ha installato, costantemente sotto controllo nell’ambito del canale del Ponte Girevole.

Anche perché una manovra di ingresso a vela nel canale di Taranto, che ai non addetti ai lavori può sembrare semplice, in realtà ha tutta una serie di implicazioni molto complesse per essere realizzata.

E ci sono stati richiesti i dati storici delle correnti di quel canale, perché erano significativi rispetto alla previsione di quale potesse essere l’effetto delle correnti marine sulla rotta del veliero. Questo per testimoniare che lì i sensori ci stanno non perché noi abbiamo fatto uno studio per far entrare il veliero ma perché lì ci sono delle ricerche in corso di vecchia data, che ci hanno visti sempre impegnati e attenti ad analizzare tutta quell’area. Così come la riqualificazione della Città Vecchia. Noi, come segno di attenzione verso la città di Taranto, dall’anno scorso abbiamo spostato la Scuola di Specializzazione in Architettura [ne avevamo parlato qui], che è una scuola orientata con una particolare attenzione verso i Beni Archeologici. L’abbiamo spostata a Taranto; poi il Covid ha attenuato la visibilità di questa operazione, perché ci siamo trovati a erogare questa Scuola di Specializzazione in coincidenza del lockdown. Quest’anno ci sarà un’ulteriore edizione della Scuola, di nuovo erogata presso la città di Taranto, proprio per cercare di sviluppare ulteriormente delle competenze che poi siano capaci di interagire con quella parte della città. Però questo deve essere un po’, secondo me, essere messo a corollario di un qualcosa di più ampio. Non si può ripartire solo dalla riqualificazione, anche perché poi questa riqualificazione a un certo punto finirà. Il centro storico quello è. Certo, nei prossimi dieci anni sicuramente ci sarà da lavorare rispetto al centro storico, però io vorrei che oggi l’attenzione si spostasse su quale sarà l’utilizzo di quel centro storico riqualificato, quale sarà l’utilizzo del Mar Piccolo risanato, quale sarà l’utilizzo dei centri industriali che a quel punto non esisteranno più o esisteranno ma saranno più sostenibili. Io vorrei riuscire a guardare con un’ottica ancora più ampia, più lunga nel tempo. Io immagino un centro storico della città che possa essere ripopolato a cominciare proprio dalle Università. Riportiamo gli studenti universitari. Stiamo aumentando l’offerta formativa verso Taranto, anche il Politecnico vuole fare la sua parte. Cerchiamo di insediare tutta l’offerta formativa nel centro della città, usiamo gli studenti per riportare vita in quei luoghi e aiutiamo, quindi, portando gli studenti, ad avere un maggior controllo del territorio, una capacità di riqualificare gli immobili, di utilizzarli magari come residenze studentesche. Automaticamente, finita questa storia dell’emergenza sanitaria, gli studenti portano con sé anche la possibilità di aprire locali, bar, e quindi di riportare vita, far partire tutto quanto un indotto. Quindi Taranto Vecchia città universitaria porterebbe, per me, un sogno per il futuro, anche perché poi avremmo vicina la fermata ferroviaria. Un’altra delle cose che ripeto sempre: dato che lì vicino al centro storico arriva la ferrovia, e a Bari nel campus universitario c’è la nuova linea ferroviaria che di fatto costeggerà il campus, io spero che un giorno non tanto lontano nel tempo noi potremo avere un treno veloce che ci permetta di andare in meno di un’ora dal campus di Bari al campus di Taranto.

Quindi un collegamento diretto, non soltanto telematico, come ormai ci siamo abituati a ragionare, ma anche fisico, perché queste cose hanno un peso.

Le infrastrutture sono importanti. A Taranto deve arrivare l’autostrada, a Taranto deve arrivare una linea ferroviaria veloce, perché non si può soltanto creare una condizione locale. Se io sono un ragazzo e voglio andare a studiare a Taranto, devo poter poi essere collegato col resto dell’Europa in modo efficace. Siamo tutti cittadini europei. A parte questi ultimi mesi siamo tutti abituati a muoverci liberamente nell’Europa e continueremo a esserlo. Una città non può essere una cattedrale isolata dal resto del contesto, e quindi anche le infrastrutture fisiche, quindi i collegamenti aerei o i collegamenti ferroviari, sono essenziali per lo sviluppo del territorio.

Sull’autonomia universitaria in questi ultimi giorni ci sono stati una serie di sviluppi. In occasione della visita a Taranto del Presidente Conte, in Prefettura la Camera di Commercio e gli enti locali hanno consegnato al Presidente e a tutto il Governo un “Manifesto per l’autonomia dell’Università di Taranto”. Noi stessi abbiamo potuto interrogare direttamente il Presidente Conte su questo tema e lui è apparso molto più cauto [leggi qui]. Qual è la posizione del Politecnico di Bari in questo dibattito?

Io ritengo che, qualunque sia la forma di sviluppo che si possa pensare per la città di Taranto, è difficile immaginare che questa possa prescindere dalla cultura politecnica, quindi da ingegneria e architettura. Il Politecnico è lì per dare il suo contributo, è disponibile a pensare un’offerta formativa ritagliata sulle esigenze del territorio, che in qualche modo si differenzi rispetto al resto dell’offerta formativa pugliese, perché il sistema universitario pugliese è unico e non può essere messo in competizione sede contro sede. Noi dobbiamo cercare di lavorare per riuscire a mettere insieme le forze migliori, evitando inutili competizioni che poi inevitabilmente tenderebbero a far emergere una sede rispetto all’altra. Il modello di interazione col sistema universitario tarantino che ho presentato anche agli attori che ha prima citato lei è quello di emulare il sistema dell’Emilia-Romagna, in cui l’Università di Bologna ha delle sedi decentrate, che chiamano campus o poli territoriali, che hanno delle caratteristiche ben precise, che sono state ritagliate sulle specificità di quei territori, di quella regione. Noi, analogamente, potremmo immaginare un Politecnico che ha un campus di Bari e un campus di Taranto come polo territoriale che, in modo diverso rispetto a quello che accade in Emilia-Romagna, potrebbe essere gestito in modalità inter-ateneo con un’altra Università, che oggi è l’Università di Bari, che un domani potrebbe essere l’Università di Taranto ove ci fossero le condizioni per determinare una vera e propria autonomia dell’Università di Taranto. Resta il fatto che la sommatoria dei docenti di Ingegneria e Architettura in Puglia non è tale da permetterci di ripartirla in sotto-sistemi ancora più piccoli, perché perderemmo ulteriormente capacità di interazione con il resto del sistema nazionale e con il sistema internazionale, per cui una delle cose su cui io spingo particolarmente è che qualunque percorso di autonomia sia un percorso che dia un’autonomia ad una sede rispetto ad un’interazione con il territorio, come è giusto che sia, ma in qualche modo salvaguardi l’unità delle scuole, quantomeno delle scuole tecnologiche nei settori dell’Ingegneria e dell’Architettura, perché è significativo avere un Politecnico che abbia un numero sempre maggiore, complessivo, di docenti, una quantità sempre maggiore di tematiche coperte, di temi disciplinari coperti, perché così si può interagire meglio anche con i territori. In questo percorso bisogna sicuramente trovare un modo per avere una rappresentatività importante della sede universitaria tarantina, che certamente può passare attraverso l’istituzione di una Università, però potrebbe anche avere delle altre declinazioni, in una fase iniziale. L’autonomia nel senso di una capacità di determinare l’offerta formativa sulla sede, di determinare che tipo di investimenti fare sulla sede, di determinare che competenze devono avere i docenti che devono andare su quella sede, su questi temi che sono il vero punto rispetto allo sviluppo del territorio, secondo me c’è una comunione di intenti da parte di tutti. È poi nelle modalità con le quali questi intenti devono essere raggiunti che ci sono le differenti vedute. Però, in condizioni come queste, il metodo è cercare di cominciare a fare quello su cui siamo tutti d’accordo, e farlo nell’interesse della città di Taranto, e poi capire qual è l’evoluzione di questo sistema, e capire se questo sistema universitario riesce a raggiungere una dimensione tale da poter vantare effettivamente un’autonomia totale rispetto al resto del sistema universitario pugliese, ma non possiamo neanche non guardare ad altre prospettive, a una rete di Università pugliesi che in qualche modo abbia una modalità di coordinamento, proprio per mettere a sistema tutti quanti gli sforzi, come vorrebbe fare il Politecnico a livello regionale, con i poli territoriali. Una simile strada potrebbe essere percorsa dal sistema delle Università generaliste.

Molti nostri ospiti nelle precedenti interviste, ma anche molti attori istituzionali, hanno espresso come linea programmatica che un futuro ateneo autonomo di Taranto non dovrebbe essere costituito da corsi di studio “replica” di altri già presenti in Regione, ma che dovrebbe avere delle proprie specificità, legate ovviamente alle vocazioni del territorio. Dal suo punto di vista, quali potrebbero essere i punti di partenza per la definizione di un’offerta formativa universitaria più ampia su Taranto?

Qualcosa la accennavo già prima. Differenziare l’offerta formativa è una cosa che noi abbiamo cominciato a fare qualche anno fa pensando di portare Ingegneria Aerospaziale e di collocare solo a Taranto Ingegneria dei Sistemi Aerospaziali, che poi anche nel nome non si chiama “aerospaziale”, si chiama “dei sistemi aerospaziali”, perché noi guardiamo a una possibile interazione tra i temi tipici dell’aerospazio con i temi dell’ingegneria cosiddetta dell’informazione, quindi delle tecnologie digitali, dell’elettronica, dei controlli a bordo dei velivoli, che in qualche modo potrebbe essere una nuova frontiera di sviluppo dell’ingegneria aerospaziale. Sicuramente questo tema ha delle prossimità con tutta quella che è l’ingegneria navale, perché le tecnologie che si utilizzano a bordo di questi oggetti hanno dei punti in comune, quindi sicuramente quella potrebbe essere una direzione in cui guardare, nell’ottica di una relazione della città con il mare, con il porto, e con l’industria che tipicamente ha una storia di insediamento a Taranto. C’è la questione dell’ambiente e della sicurezza industriale, perché anche il corso di Medicina in qualche modo vuole andare verso la sicurezza del lavoro, e la sicurezza del lavoro ha delle tematiche più di riferimento per le scienze mediche, come anche delle tematiche più di riferimento proprio dell’ingegneria, e in questo uniti alla questione dell’industria sostenibile, della riconversione industriale, potrebbe essere un ulteriore tema che in qualche modo potrebbe sia creare delle figure tecniche capaci di interagire in modo più ampio con il territorio, sia potrebbe avere un beneficio dalla disponibilità di quello che prima chiamavamo il laboratorio a cielo aperto di Taranto.

Allontanandoci soltanto per un attimo dal tema Taranto, come sta avvenendo l’inizio del nuovo anno accademico e quali sono le strategie adottate per cercare di portare avanti l’azione didattica e di ricerca in questo periodo così complesso?

Noi abbiamo avuto, come tutti, una reazione all’emergenza. A marzo dell’anno scorso siamo stati costretti a commutare dalla didattica in presenza a quella a distanza. Al terzo giorno dopo il lockdown avevamo il 98% della didattica erogata a distanza. Quello che è successo poi in questi mesi è che stiamo cercando di organizzare meglio, rendere più sistematico questo passaggio all’utilizzo di strumenti innovativi e digitali per l’erogazione della didattica. Questo lo stiamo facendo attraverso un programma di potenziamento della dotazione infrastrutturale, quindi dotando le nostre aule di sistemi di videoconferenza, maxischermi, telecamere ad alta risoluzione, una serie di oggetti che consentono di migliorare la qualità della fruizione della didattica anche da remoto. Stiamo facendo degli investimenti anche per dare le risorse anche economiche ai docenti per fare progetti di didattica innovativa, e quindi per sviluppare del materiale didattico che possa meglio beneficiare della fruibilità multimediale. Allo stesso tempo stiamo anche cercando di fare investimenti per il potenziamento dei laboratori didattici, che di nuovo potrebbero essere attrezzati con degli strumenti che consentono lo svolgimento di esperienze laboratoriali anche a distanza. Complessivamente noi abbiamo fatto un investimento per il Politecnico di Bari di circa un paio di milioni di euro – tra risorse proprie del Politecnico e risorse che sono arrivate da finanziamenti ministeriali – che per un ateneo che ha un bilancio di circa 80 milioni di euro è una cifra considerevole, dato che è stata una cifra messa a disposizione in una fase del tutto emergenziale del Politecnico. Io sono convinto che ne usciremo ancora migliori di prima nella nostra attività didattica, perché molti degli strumenti che stiamo utilizzando diventeranno una consuetudine per i miei colleghi, per i docenti. Sono convinto che molti di noi, anche quando non sarà più indispensabile, torneranno in classe con il computer, con il maxischermo, perché alcune cose con il supporto multimediale si riescono a spiegare ancora meglio, visto anche poi il fatto che noi abbiamo un modo di interagire con ragazzi, con studenti che sono figli dell’ultimo secolo, e quindi che hanno una innata disponibilità all’utilizzo di alcuni strumenti di comunicazione.

Chiudendo la nostra intervista le pongo una domanda che magari per lei, da non tarantino, può essere un po’ impegnativa. I prossimi anni per Taranto saranno cruciali; gran parte della classe politica indica come scadenza simbolo entro la quale iniziare a vedere una Taranto diversa quella del 2026, che è l’anno in cui si terranno i Giochi del Mediterraneo. Lei come se la immagina Taranto nel 2026?

Certamente l’opportunità dei Giochi del Mediterraneo è un’opportunità da accogliere, perché avere le scadenze aiuta nella vita, perché impone delle roadmap precise che poi devono avere un punto di arrivo. Sicuramente Taranto cambierà anche esteticamente, perché ci saranno delle strutture che saranno realizzate, sia delle strutture sportive per lo svolgimento dei Giochi del Mediterraneo, e poi inevitabilmente questo porterà una serie di investimenti che sono già in atto, di strutture ricettive che quindi permetteranno anche di utilizzare, riqualificare il centro storico della città. Io immagino che proprio quello che è stato già attivato in questi mesi, nell’ultimo anno, il fatto di portare, come dicevamo prima, un’offerta didattica potenziata di livello universitario nel centro della città potrà aiutare con la presenza di ragazzi, di portare vita, di cambiare anche la presenza umana. Il fatto di portare ragazzi di vent’anni in quell’area in qualche modo cambia anche l’estetica dei luoghi. Però io non focalizzerei l’attenzione sul fatto di avere la scadenza del 2026, perché troppe volte nella storia di Taranto è stato detto: “Questa è l’occasione”, arrivava il salvatore della patria che in qualche modo doveva fare un intervento che avrebbe dato finalmente un futuro a Taranto. O qui cominciamo a fare le cose semplici, un passo alla volta, e cominciamo a fare qualche passo nella direzione giusta e si inverte una rotta e si crea una condizione perché quella rotta sia una rotta stabile, o saranno tutte folate di vento; inevitabilmente saranno tutte cose che avranno un orizzonte temporale limitato a quell’orizzonte per arrivare alla scadenza x, per arrivare ai Giochi del Mediterraneo, alla conclusione di un certo processo, e dopodiché il processo inevitabilmente tenderà ad arenarsi come è successo più volte in passato. Quindi io comincerei, come dicevo anche prima, a provare a fare un ragionamento che abbia davvero un orizzonte pluridecennale: in che direzione vogliamo provare a spingere lo sviluppo della città? Vogliamo cominciare a rendere la città attrattiva anche per i non tarantini? Perché per una sede universitaria, se ragioniamo con l’idea di creare un’offerta formativa pensata per non far andare via da Taranto i ragazzi di Taranto, secondo me già partiamo col piede sbagliato. Noi dobbiamo pensare a qualcosa che renda Taranto attrattiva per i non tarantini, dopodiché il fatto che i ragazzi di Taranto rimarranno a Taranto sarà una conseguenza. Se noi pensassimo di collocare, per esempio, a Taranto un’agenzia europea, se noi andassimo in Europa a dire “Facciamo qualcosa per Taranto, collochiamo un’agenzia europea focalizzata sui temi della biodiversità, dell’economia circolare, e la collochiamo presso Taranto, mettiamo qualcuno che non sia tarantino lì, che in qualche modo diventi un polo attrattore per i non tarantini”. Un seme del genere potrebbe innescare un processo che cominci a portare i non tarantini ad avere attenzione verso la città di Taranto. Il fatto che poi i tarantini ne avranno un beneficio deve essere una conseguenza, non deve essere l’obiettivo principale e unico delle azioni che noi facciamo a favore della città di Taranto. Bisogna cercare di allargare sia l’orizzonte temporale, sia l’orizzonte geografico del nostro sguardo, perché altrimenti diventa un’attività di sostegno al reddito dei tarantini, che non è quello che vogliamo fare, perché quelle attività inevitabilmente tendono ad avere un’evoluzione miope. Per cui questo è un altro suggerimento che mi sento di dare rispetto alla prospettiva. Io spero che nel 2026 Taranto sia una città che oltre ad aver cambiato la faccia possa ospitare davvero dei centri di studio e di ricerca di livello internazionale e che possa diventare davvero attrattiva per i ragazzi europei, per poter venire a Taranto a sviluppare le proprie capacità, a sviluppare la propria attività lavorativa.


ASCOLTA TUTTE LE NOSTRE INTERVISTE SULL’AUTONOMIA UNIVERSITARIA

Condividi:
Share

Commenta

  • (non verrà pubblicata)