La variabile della latitudine

 

Due storie completamente diverse. In entrambe, l'identica, ferma, determinazione a non arrendersi a ciò che sembra immutabile e incontrovertibile
pubblicato il 18 Ottobre 2020, 07:07
6 mins

Quattro nomi. Quattro donne. Due storie profondamente diverse perché nascono in contesti opposti, antitetici. Completamente. Eppure, in ognuna delle due storie, c’è la volontà di cambiare il corso di qualcosa enormemente grande, nel primo caso (si parla di ambiente) e di secolarmente radicato, nel secondo caso (dove si parla di diritti). In entrambe, l’identica, ferma determinazione a non arrendersi a ciò che sembra predetereminato, immutabile, scontato, incontrovertibile.

La prima storia racconta la scoperta “green” di due giovani ricercatrici milanesi che hanno deciso di produrre carta utilizzando gli scarti di cibo.
Greta Colombo Dugoni, 28 anni, dottoranda e Monica Ferro, 37 anni ricercatrice nei laboratori del Politecnico di Milano. Insieme (nella foto) hanno studiato un modo alternativo per ricavare cellulosa dagli scarti delle industrie alimentari ad impatto zero.

Dall’unione di progetti ai quali lavoravano separatamente è nato il progetto comune Bi-Rex, nome che nasce dall’unione di “biomasse” e “recycling”. In sostanza, gli scarti alimentari, in particolare i residui della lavorazione della birra, le bucce di riso e i gusci di gambero diventano la materia prima per ricavare cellulosa, materia prima di cui è composta la carta, parte in causa della massiccia deforestazione che sta devastando il Pianeta.

Dare nuova vita agli scarti che verrebbero bruciati e non avrebbero nessun ulteriore utilizzo, vuol dire anche creare un processo di economia circolare in cui da un prodotto da eliminare se ne crea uno completamente nuovo. Così facendo la carta riciclata non andrebbe in alcun modo ad impattare sulla vita degli alberi e permetterebbe di risparmiare sul costo di incenerimento dei materiali di scarto. Questi, al posto che essere distrutti, diventano biomasse da cui estrarre cellulosa lavorati in modo sostenibile con l’aggiunta di solventi atossici e non inquinanti a basse temperature, senza mai superare i 100 gradi fino ad estrarne le particelle di cellulosa delle quali sono composte.

Il “Bi-Rex” ha inizialmente ottenuto un finanziamento di 30 mila euro vincendo una competizione organizzata dal Politecnico milanese ed è stato stato selezionato dall’European Chemical Regions Network e incluso tra i migliori progetti per la creazione di fonti alternative di materie prime.

Il prossimo obiettivo per loro è di riuscire entro il prossimo anno a trasformare il loro progetto in una start-up che punti ad innovare nel rispetto dell’ambiente e della sostenibilità, anche attraverso il finanziamento stanziato dal Politecnico, 160mila euro con l’obiettivo di studiare la fattibilità e la sostenibilità economica su scala industriale.

Dall’altro capo del mondo, ci sono invece Tahmina Arian e Laleh Osmany. Loro hanno unito lo stesso sogno sotto l’hashtag #whereismyname, cinque semplici parole, “Dov’è il mio nome?”, perché la loro storia viene dall’Afghanistan, un posto dove c’è una tradizione che proibisce di chiamare in pubblico le donne con il loro nome, considerato peccato. Le donne sono chiamate “figlia di”, “moglie di”, “madre di”, perché la loro identità esiste solo se messa in relazione a un uomo.

Da qualche giorno, sul versante dei diritti umani si è raggiunto un traguardo di una forza simbolica enorme, grazie a tre anni di lotte e movimentazioni collettive del movimento #whereismyname le donne afghane avranno il loro nome sui documenti d’identità.
Una vittoria, per noi una prassi, un diritto acquisito per nascita, scontato. Ma non in Afghanistan dove il nome di una donna non compare sull’invito al suo matrimonio e nemmeno sulla sua tomba e dove fino a poche settimane fa era impensabile che potesse avere il proprio nome sul proprio documento di riconoscimento.

Laleh Osmany ha spiegato che “Il cambiamento del sistema di identificazione riguarda il ripristino del diritto più fondamentale e naturale delle donne, un diritto che viene loro negato. Stampando il suo nome, diamo alla madre il potere, e la legge le conferisce determinate autorità per essere una madre che può, senza la presenza di un uomo, ottenere documenti per i suoi figli, iscrivere i suoi figli a scuola, viaggiare”.

Un cambio epocale, nato da una movimentazione spontanea di chi chiedeva di essere riconosciuta come persona e poi trasformata nell’approvazione di una proposta di modifica della legge al parlamento del paese. Ora il comitato per gli affari legali guidato dal vicepresidente Mohammad Sarwar Danish, ha accettato la proposta per cambiare la legge e consentire che sui documenti di identità appaiano i nomi di entrambi i genitori. Una conquista, piccola ma immensa. Ma ora le attiviste non si fermeranno e hanno promesso di combattere ancora contro quel sistema patriarcale profondamente inumano e mortificante.

Monica e Thamina, Osmany e Greta. Insieme potrebbero cambiare il mondo. Ma forse, anche se nemmeno si conoscono, l’hanno fatto già.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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