«Università di Taranto, si riparta dalla Storia»

 

Mario Lazzarini: «L’Università deve partire dall’Archeologia e dalla nostra Storia di tre millenni. Cruciale ricostruire il rapporto fra i tarantini e la Città Vecchia».
pubblicato il 11 Ottobre 2020, 13:00
18 mins

Undicesimo appuntamento con la nostra rubrica “Parliamo di… Università” (clicca qui per leggere o ascoltare le precedenti interviste). Continuiamo, dunque, a riflettere sulla possibilità della nascita di un’Università autonoma in riva ai due mari. Nostro ospite il prof. Mario Lazzarini, già docente di Greco e archeologo, per parlare soprattutto del rapporto fra la città, la cittadinanza e i tre millenni di Storia che Taranto si porta sulle spalle.


ASCOLTA L’INTERVISTA COMPLETA:


Prof. Lazzarini, partiamo in maniera molto secca dal centro della questione: che cosa ha significato in tutti questi decenni per Taranto non avere un’Università autonoma?

Una grandissima perdita sia economica sia culturale sia di progettualità, perché un’Università non è soltanto un contenitore, è anche una fucina di menti e di specializzazioni, di persone che acquisiscono competenze notevoli, scientifiche, accademiche e che, se sono tarantine, danno un loro contributo importante allo sviluppo della città. Senza voler dire nulla contro una classe operaia che è stata quella prevalente in Taranto ai tempi dell’acciaio – ne parlo al passato perché mi sembra che ormai i tempi dell’acciaio siano tramontati a Taranto o stiano per tramontare – che sono semplicemente degli esecutori, ma la progettualità, anche politica, si ottiene attraverso la cultura, attraverso la conoscenza, attraverso la specializzazione in varie branche delle scienze, che solo un’Università può dare. Averla in città significa poter tenere con noi tanti giovani che invece attualmente vanno fuori, vanno ad arricchire con i loro soldi, con i soldi delle loro famiglie, altre città, e quindi è stata una perdita economica secca, e una mancanza di lungimiranza sui destini di questa città.

Insomma, per dirla con un’espressione che oramai è diventata usuale, è mancata la classe dirigente.

Sì. La classe dirigente non ha capito, o ha fatto finta di non capire, l’importanza di un’Università autonoma a Taranto.

Adesso c’è questa possibilità, caldeggiata oltre che dagli enti locali soprattutto dal Governo nazionale, eppure di questa opportunità sembra che si parli poco, e soprattutto se ne sia parlato poco negli ultimi mesi. A cosa va imputato questo?

La città, come tutta l’Italia, è distratta da altri problemi, in questo momento. Non solo il problema del Covid, che sta crescendo e sta preoccupando sempre di più, con le attrezzature sanitarie che con i tagli subiti in passato, tantissimi tagli, si sono ridotte all’osso. Quindi quando si hanno altri pensieri per la testa, altri problemi passano in secondo ordine. Ma non è che se ne sta parlando poco. Fra qualche giorno [lunedì 12 ottobre, ndr] mi pare arrivi il Presidente del Consiglio a inaugurare la Facoltà di Medicina; che è utilissima, per carità, però non mi sembra rientri tra le specificità che sarebbero veramente tarantine e per cui Taranto potrebbe essere qualificata.

E qui giungiamo al problema della offerta formativa di quello che potrebbe essere il futuro ateneo Jonico. Il sindaco Melucci, come anche moltissimi personaggi della cultura tarantina, hanno affermato che bisogna ad ogni costo evitare che l’offerta formativa dell’Università di Taranto sia fatta di doppioni. A suo avviso, quali dovrebbero essere i pilastri dell’offerta formativa di questo nuovo Ateneo?

Giurisprudenza è a Bari, è a Lecce, è a Foggia; Lettere c’è già a Bari, Lecce e Foggia; la stessa Medicina, sono doppioni, che possono tenere in città una sessantina di studenti, non di più. Taranto dovrebbe puntare su delle specificità sue. Taranto è una città da una Storia trimillenaria. Tre millenni di Storia! Consideriamo bene, quanto Roma. L’archeologia, la Storia antica, la Storia del territorio, così ricco non soltanto nelle epoche magnogreche, ma anche nel Medioevo e in epoche più recenti. Quindi una Facoltà di Beni Culturali, ma che sia la Facoltà completa, non soltanto il triennio – con necessità, poi, di specializzarsi a Bari come accade adesso – ma che sia una Facoltà completa anche degli anni di specializzazione, di una scuola di Archeologia, Archeologia della Magna Grecia. Sarebbe importantissima e rientrerebbe tra le specificità di questa città. non dimentichiamo che a Taranto, a breve, sarà istituita una Soprintendenza Archeologica del mare…

La Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo.

… che avrà potere di controllo su tutto il territorio nazionale, tranne la Sicilia, dove la Soprintendenza del mare siciliana esiste già, e quindi si riserva tutte le competenze su quel territorio. Taranto potrebbe diventare centro di studi e una scuola di specializzazione in archeologia subacquea, che già esiste in Italia, ma esiste in Umbria, esiste a Venezia, non in tutto il Meridione.

Quindi di conseguenza Taranto potrebbe diventare un punto di riferimento per tutta l’Italia centro-meridionale.

Sì, perché chiunque volesse studiare e specializzarsi in Archeologia, in particolare in Archeologia subacquea che sta diventando sempre più importante con il passare degli anni e con il migliorare delle tecnologie, dovrebbe venire a Taranto, dove una Scuola Universitaria e la Soprintendenza insieme potrebbero essere il fulcro di una rinascita culturale di questa città.

Ovviamente quando parliamo della Storia trimillenaria della nostra città e delle sue radici, non possiamo non pensare alla Città Vecchia. Come il rapporto fra la cittadinanza e il centro storico?

Sta cambiando. Io ricordo che fino a dieci-quindici anni fa parlando di Città Vecchia sembrava che si parlasse di una specie di ghetto, in cui c’erano solo delinquenti, c’era solo sporcizia, c’era solo miseria, da evitare, tanto che i figli di buona famiglia tarantina, nella Città Vecchia, non ci entravano proprio.

Diventava un enorme spartitraffico fra i flussi della Ringhiera e di via Garibaldi.

Un fastidio per la città, tant’è vero che ricordo, negli anni ’70, c’era chi proponeva di demolire tutta la Città Vecchia, salvando, bontà sua, soltanto il Duomo, il Castello, san Domenico e pochissime altre cose, spianare il tutto e costruire delle grandi strade che attraversassero l’isola, per favorire il traffico, con dei grandi alberghi a torre, roba di 20-30 piani per ospitare turisti facoltosi; vidi anche un plastico, fatto da un personaggio autorevole di Taranto che aveva disponibilità economiche. Per fortuna, la Città Vecchia è rimasta quella che era, con pochi interventi; molto è crollato, però molto si può ancora salvare. Non dimentichiamoci che la Città Vecchia è come una torta fatta a strati. Ci sono gli strati inferiori che sono quelli che risalgono all’epoca Iapigia, all’ottavo, nono, decimo secolo avanti Cristo; poi ci sono gli strati greci, gli strati romani, gli strati bizantini, gli strati medievali, poi gli strati settecenteschi con quel fiorire di chiese e conventi che sono bellissimi, e che per fortuna stanno in qualche modo rivalutando, per esempio la sede universitaria al convento di San Francesco. E la gente in Città Vecchia adesso comincia a entrarci, comincia a entrarci con curiosità, e io sento di gente sessantenne – anche di più – che seguendo quei percorsi turistici che stanno nascendo in questo periodo, esclama meravigliata: “Noi siamo tarantini ma qui non ci siamo mai venuti, qui ci sono un sacco di cose belle”. Perché per molti decenni la Città Vecchia è stata considerata off-limits, covo di delinquenza e basta. E non è vero. Ci possono essere atteggiamenti di… non parlerei neanche di prepotenza. Io e tanti amici ci passeggiamo tranquillamente dentro e non abbiamo mai subito né rapine, né violenze, né altro. Ci andiamo a mangiare e si mangia bene.

Sono discorsi forse banali da fare, però necessari perché questi timori ancora esistono in ampie fette della popolazione tarantina.

Per questo bisogna insistere con quest’opera di divulgazione, e francamente io vedo che a queste escursioni in Città Vecchia – a cui partecipano molti tarantini – il numero dei partecipanti è sempre più elevato, quindi c’è maggiore consapevolezza, maggiore conoscenza. Sì, ci si lamenta della sporcizia, ma a queste cose deve pensare il Comune. Una maggiore pulizia delle strade, svuotare i cassonetti, pensare a disporre meglio e in maggior numero i cassonetti.

E adesso sta partendo la differenziata porta a porta anche nel Borgo antico, quindi qualcosa si muove in questo senso.

D’altra parte, trattorie, ristoranti, bed & breakfast stanno sorgendo. Non possiamo pensare che Taranto diventi una città turistica tipo Rimini o Riccione, perché non ne ha le caratteristiche. Non ha quelle spiagge, non ha quelle attrezzature, ma per un turismo colto, un turismo che venga ad ammirare i palazzi settecenteschi, alcuni bellissimi, alcuni restaurati, altri da restaurare come Palazzo d’Ayala, per esempio, o i nostri ipogei, che ci portano attraverso il medioevo fino all’epoca greca, alle mura greche e pre-greche nel sottosuolo, per tre piani sotto il suolo stradale, una cosa che i turisti vedono con estrema meraviglia, con stupore. E tutto questo piano piano, secondo me, porterà a una rivalutazione della Città Vecchia sul piano culturale, e se da parte delle pubbliche autorità ci sarà l’appoggio, ci sarà la consapevolezza questa volta che la Città Vecchia è importante per tutta Taranto, che il Borgo si sta svuotando e sta diventando vecchio – tra poco sarà il Borgo la città vecchia – se questo sostegno da parte delle autorità locali, dell’amministrazione locale, e da parte anche del Governo, continuerà a esserci, allora possiamo ragionare diversamente di Taranto Vecchia.

E ritornando al tema principale della nostra intervista, che è l’Università, lei ha menzionato la sede di Giurisprudenza all’ex-convento di San Francesco. La nascita di questa sede ha segnato un punto di svolta nel rapporto fra cittadinanza e Città Vecchia. Può quindi essere questa una delle vie di sviluppo su cui si dovrebbe muovere una futuribile Università di Taranto, e cioè quella di portare nuove sedi universitarie nel borgo antico?

Sì, perché nel borgo antico, oltre all’Università c’è anche a Palazzo d’Aquino la sede dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, con un’importantissima biblioteca…

E cogliamo l’occasione per invitare i nostri lettori ad andarsi a riascoltare l’intervista che abbiamo fatto al prof. Aldo Siciliano.

Che ne è il presidente da alcuni anni. Poi, in Città Vecchia c’è il bellissimo convento di San Domenico, dove aveva sede la Soprintendenza archeologica tarantina, quando Taranto aveva ancora una sua Soprintendendza, e che adesso è sede di uffici distaccati della Soprintendenza di Lecce, ma è un bellissimo convento, con bellissimi locali, con un bellissimo chiostro, con una testimonianza di Storia del 1400, importantissima, molto bella.

E poi abbiamo, nell’ex-convento attiguo alla chiesa di San Michele, l’Istituto Paisiello, prossimo Conservatorio (leggi qui la nostra intervista al presidente Domenico Rana).

Prossimo Conservatorio e non solo. Bellissimo chiostro, bellissima struttura. Ci sono poi tanti altri palazzi, Palazzo d’Ayala, Palazzo Amati…

… Palazzo Visconti, dove c’è l’Istituto di Scienze Religiose, altra presenza universitaria della città (leggi qui l’intervista al direttore don Francesco Castelli).

Ci sono strutture importanti in Città Vecchia, che possono essere luoghi di richiamo per la cultura, per l’arte. C’è il MuDI, l’ex-seminario, che potrebbe essere ancora di più ampliato, è sede anche di spettacoli importanti, perché ha un bello spazio all’interno, utilizzabile. Quindi tante attività si potrebbero svolgere in Città Vecchia, nel campo culturale, storico, letterario. Alcuni palazzi potrebbero essere adibiti a biblioteche, a pinacoteche. Taranto non ha una pinacoteca

E c’è il progetto di realizzarne una all’interno di Palazzo degli Uffici quando si finirà la sua riqualificazione.

Quando… io ci metterei un punto interrogativo. Non lo sappiamo, per ora sono stati fatti solo lavori alla facciata, di messa in sicurezza e basta, poi bisogna trovare i soldi per completare il lavoro. E non sono pochi i soldi e non è poco il tempo che servirà per ripristinare tutto il Palazzo.

Molta parte della classe politica individua questi anni in cui già siamo immersi e quelli che ci attendono, come il possibile vero punto di svolta per la storia della città, per via dei numerosi fondi che stanno arrivando dal Governo sotto varie forme, soprattutto il CIS; e poi in particolare una scadenza simbolo, che è quella del 2026, dei Giochi del Mediterraneo. Lei come se la immagina Taranto nel 2026?

Più che immaginarla è un augurio, perché io non so se ci sarò nel 2026, sarò anziano…

Glielo auguriamo, ovviamente, con tutto il cuore.

Dovranno essere costruiti tanti impianti, impianti sportivi specialistici, che potrebbero sfruttare, per esempio, le aree circostanti Mar Piccolo. Alcune aree già esistenti, per esempio l’area degli ex-Cantieri Tosi, alcune altre aree sotto Cimino, perché Mar Piccolo è stupendo. Per dei Giochi che hanno come punto di riferimento il mare, l’acqua, Mar Piccolo è un paradiso. Se bonificato, e spero che fino al 2026 avvenga questa bonifica, e se utilizzato con intelligenza, cioè non abbandonando il tutto alla cementificazione e ai palazzinari, ai costruttori di ville, ma imponendo vincoli ben precisi. Poi c’è il convento dei Battendieri, l’Histò, con l’ex-Chiesa di San Pietro sul Mar Piccolo, che sono testimonianze storiche. Lì ci sono testimonianze storiche antiche, non è soltanto questione di un albergo o di un resort, ma è questione di un posto archeologico da visitare, da approfondire, da conoscere, da far vedere per il paesaggio meraviglioso, quindi potrebbe essere un’attrattiva importante per i turisti, anche gli appassionati di sport che verranno a Taranto per seguire i Giochi. Utilizzare questo bellissimo specchio d’acqua che è Mar Piccolo, che è sempre stato la vita di Taranto, che potrebbe tornare ad esserlo.


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[Foto Flavio Franco]

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