L’Italia e i nonni che non si arrendono

 

“Un'epoca a cui non sembrasse valere più la pena di occuparsi del suo passato, esprimerebbe in tal modo la sua disperazione” - Hugo von Hofmannsthal, "Il cavaliere rosa"
pubblicato il 11 Ottobre 2020, 07:07
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Mai come quest’anno, la giornata internazionale dell’anziano, festeggiata negli Stati Uniti dal 1978 e in Italia dal 2005, si è celebrata sottotono, quasi in silenzio. La prima impressione è che questo Paese, gli anziani, li celebra senza pensarci, si regge su di loro, ignorandone allo stesso tempo i bisogni e il valore. Non c’è chi si occupa della loro solitudine, non c’è una protezione e una valorizzazione del loro ruolo riconosciuta dalle Istituzioni. Di contro, gli si complica la vita con regole e leggi incomprensibili (talvolta anche per i più giovani) e moltissimi di loro restano indietro perché sono meno tecnologici di quel che vorremmo e rispetto a ciò che la quotidianità ormai richiede. E così restano immersi in una bolla di silenziosa confusione.
Ci hanno insegnato tutto quello che sappiamo, eppure, per “restare al passo”, vorremmo rimandarli sui banchi, per agganciarli a un presente creato dai loro nipotini che di fatto, li esclude.

Il ministero della Salute, pochi giorni prima della “festa” che in Italia si tiene il 2 Ottobre, ha pubblicato un’indagine sulla condizione dell’anziano realizzata in collaborazione con l’Istituto superiore della sanità che dovrebbe far riflettere, soprattutto alla luce del fatto che i dati sono stati raccolti in interviste compiute in gran parte prima della pandemia.
Questo il quadro. Tre anziani su quattro non hanno più vita sociale che superi i confini della propria famiglia e uno su cinque prima del Covid viveva in isolamento totale “senza contatti con altre persone, neppure telefonici, nel corso di una settimana”. Un dato terribile e possiamo solo immaginare quanto possa essersi aggravato durante il lockdown, quando siamo stati assaliti da interrogativi e paure alle quali non eravamo pronti e che neanche immaginavamo.

Il Covid, sappiamo, si è accanito proprio sugli anziani. Per questo dopo la strage di nonni dei terribili mesi di Marzo e Aprile ci si aspettava uno sguardo diverso rispetto ai bisogni e le urgenze delle categorie più avanti negli anni, che soprattutto in questa fase di emergenza straordinaria ci hanno più volte ricordato col proprio sacrificio, ma in tanti “esempi”, raccontati anche in questa rubrica, che sono le fondamenta di questo Paese. La stessa “informazione” si occupa di loro in maniera bugiarda, raccontando di loro quasi esclusivamente nei termini freddi di “tagli di pensioni”, nell’ipocrisia da apertura di telegiornali che rammentano i “costi sociali” che l’età comporta.
In uno Stato ancora ben lontano dal realizzare un sistema di welfare degno, i nostri vecchi, sono un risparmio. Il 29 per cento degli anziani, sempre secondo lo studio che citavamo prima, “rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività, il 19 per cento si prende cura diretta di congiunti, il 14 per cento di familiari o amici con cui non vive, il 6 per cento è attivo nel volontariato”. Per non parlare di tutti quelli che si occupano dei nipoti. Passeggiate, pranzi, merende e compiti che contemplano un universo di affetto e amore che non rientreranno mai in nessuna statistica.

Romano Carletti, il “nonno adottivo”

Sentimenti che non riservano solo nell’ambito familiare. Ne è un esempio nonno Vito che pulisce strade e giardini a Brindisi, ma lo è anche Rita Abel, la “nonna dei Lego” che costruisce rampe per disabili con i mattoncini colorati. E perché tralasciare allora nonno Romano, il “nonno adottivo” che ogni mattina, in un paesino tra Firenze e Arezzo accompagna a scuola un bambino macedone non vedente dalla nascita, sessanta chilometri in macchina perché non ha accettato il fatto che quel Comune (Montemugnaio) non sia riuscito ad assegnargli un accompagnatore che i suoi genitori non possono permettersi.
Eccolo il nostro welfare.

Lo aveva ricordato il 2 Ottobre il messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (nella foto), dicendo che “tante volte sono gli anziani a insegnarci il rispetto dei valori, a ricordarci le radici, a indicarci la strada della dignità, della dedizione, della generosità. Il loro esempio in questo tempo difficile è un patrimonio straordinario che non dobbiamo e non vogliamo disperdere”. Gli anziani sono le radici della nostra storia perché possiedono più efficaci chiavi interpretative per decifrare e superare i problemi, le difficoltà, il presente. Ma troppo spesso, proprio loro, restano soli.

Non è un caso forse, è quanto emerge da un altro studio, che la saggezza aiuta sconfiggere solitudine. Ed è quanto viene fuori da un lavoro condotto tra Sapienza Università di Roma e Università di San Diego in collaborazione con la Great Health Science (rete di ricerca internazionale con una sede in Italia) e coordinato per l’Italia da Salvatore di Somma, docente di Medicina Interna a La Sapienza. La ricerca, pubblicata sulla rivista Aging and Mental Health, è stata svolta nell’ambito del progetto Ciao (Cilento Initiative Aging Outcome) che si propone di studiare i segreti del vivere a lungo e in buona salute.

Gli esperti hanno coinvolto 4 gruppi di individui di San Diego e del Cilento, due di età compresa tra 50 e 65 anni, gli altri ultra 90enni e usato due scale di misurazione per solitudine e saggezza, la UCLA Loneliness Scale e la San Diego Wisdom Scale, basate su questionari standardizzati per avere una stima il più possibile oggettiva dei due fattori.
“Abbiamo tradotto in italiano le scale – spiega Di Somma – in modo da avere lo stesso parametro di misura sia per il campione italiano sia per quello Usa. È notevole aver trovato risultati simili nei due campioni, che vivono e sono immersi in due culture marcatamente differenti, una regione rurale del Sud Italia e una urbana e suburbana negli Stati Uniti, diverse dal punto di vista linguistico, storico, socioeconomico e di istruzione. In sostanza abbiamo validato l’uso delle due scale per future applicazioni”.

La saggezza si compone e si misura con tutta una serie di parametri come la bassa reattività alle situazioni, il saper accettare le avversità, l’avere un buon autocontrollo, essere riflessivi, empatici, tenere gli altri in considerazione, saper consigliare. È emerso che più una persona risulta saggia sulla scala usata, minore è il suo livello di solitudine.
Allenare la saggezza (come l’empatia e la comprensione degli altri) per combattere la solitudine, che è ormai considerata uno dei principali fattori di rischio per la salute di persone di mezza età e degli anziani.

Juan Sobrino, la buona notizia di oggi, dalla Spagna, lo aveva già capito. Juan è un bibliotecario di Madrid che, insieme ad altri volontari, ha dato vita a un’iniziativa unica al mondo: leggere libri agli anziani per telefono, per farli sentire meno soli.

La biblioterapia per anziani è il servizio offerto da Juan e dai suoi amici e, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non nasce durante la pandemia, ma nel 2013. Un’iniziativa che, prima dell’emergenza sanitaria, prevedeva la lettura “in presenza”, diciamo oggi, nelle residenze per anziani.

Con la diffusione del Covid-19 e con l’attuazione delle norme per il distanziamento sociale, la Biblioterapia ha avuto l’occasione di reinventarsi in un servizio a distanza, grazie all’uso del telefono. Migliorandosi, perché se prima i volontari si recavano presso le strutture una volta al mese, con la pandemia il servizio è diventato a cadenza settimanale, puntando a favorire un rapporto personale tra il lettore e la persona a cui il libro viene letto. Racconti e poesie. Venti minuti per ascoltare, ma anche per parlare. Sobrino sottolinea quanto sia importante che un anziano si trovi a conversare con lo stesso volontario, per creare un rapporto che vada oltre la lettura e che comprenda anche uno scambio di opinioni e di interessi.

Leggere, confrontarsi, discutere per superare limiti, distanze e barriere. Muri diventati più alti durante la pandemia, ma edificati molto prima da una società bugiarda e cinica, responsabile d’aver programmato anche l’obsolescenza dei nonni, dei quali, se vogliamo continuare a guardare lontano, non possiamo fare a meno.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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