«Università autonoma, se strategica si investa»

 

Riccardo Pagano, direttore Dipartimento Jonico: «L’autonomia universitaria richiede una progettazione complessiva».
pubblicato il 27 Settembre 2020, 13:00
31 mins

È giunta ormai al decimo appuntamento la nostra rubrica “Parliamo di… Università”, un ciclo di interviste in cui cerchiamo di riflettere sulla realtà universitaria (e sulle opportunità che potrebbe rappresentare l’autonomia dell’ateneo tarantino) dialogando con coloro che la vivono quotidianamente (clicca qui per leggere o ascoltare le precedenti puntate). Questa settimana abbiamo raggiunto telefonicamente il prof. Riccardo Pagano, direttore del Dipartimento Jonico in “Sistemi Giuridici ed Economici del Mediterraneo: società, ambiente, culture”, l’articolazione dell’Università di Bari cui fanno capo i corsi di Laurea che l’ateneo eroga sul territorio di Taranto.


ASCOLTA L’INTERVISTA COMPLETA


Prima di entrare nel vivo della nostra intervista, visto il momento storico non posso non farle una domanda su come si stanno preparando i corsi dell’Università di Bari alla ripartenza in questo periodo ancora dominato dall’esperienza della pandemia.

Per quanto riguarda l’avvio di questo anno accademico, che presenta delle criticità e problematicità per le questioni che sono a tutti quanti noi note, l’Università di Bari, quindi anche la sede di Taranto, si è dovuta attenere a quelle che sono le linee guida ministeriali, che sono uscite poco prima che iniziassero le attività didattiche. È prevista la didattica mista. Per didattica mista si deve intendere una didattica contemporaneamente in presenza e a distanza. L’Università ha attivato un’app attraverso la quale gli studenti possono prenotarsi per frequentare le lezioni. Come sappiamo, le aule hanno subito un ridimensionamento di posti, per garantire il distanziamento sociale per le norme igienico-sanitarie. Quindi se un’aula era da cento posti, adesso avrà cinquanta posti, e quindi questo ridimensiona notevolmente la possibilità che gli studenti possano frequentare in presenza le lezioni. Attraverso l’app ci si prenota. Quando si arriva al numero previsto, cioè cinquanta, le prenotazioni si fermano e dal cinquantunesimo in poi la frequenza avverrà da remoto. Ovviamente questa prenotazione che gli studenti fanno è settimanale, e quindi ci si prenota per la settimana successiva. Queste sono le indicazioni che provengono dalle linee guida ministeriali, e poi dall’adattamento a queste linee guida ministeriali che abbiamo fatto come Università degli Studi di Bari. È un momento difficile. Noi veniamo da un periodo di chiusura, ed è molto più facile chiudere che riaprire, perché dobbiamo garantire tutte le norme di sicurezza, e questo l’Università lo sta facendo, predisponendo tutte le aule, gli ingressi, gli uscite, tutti i dispositivi verticali, orizzontali, i dispenser e via dicendo. Quello che si deve fare si sta facendo. Ovviamente richiede un po’ di tempo, perché non eravamo certamente preparati a tutto questo. E quindi l’Università ripartirà in presenza nella modalità mista, perché noi assolutamente non vogliamo perdere il contatto con gli studenti, ma non vogliamo neanche che gli studenti perdano i contatti fra di loro, perché questo è molto importante per la loro crescita.

Avete già dei dati di massima che indichino in che misura questa esperienza della pandemia ha inciso sulle iscrizioni degli studenti ai corsi dell’Università?

Diciamo che per quanto riguarda le iscrizioni universitarie, a livello nazionale, si prevedeva un calo peggiore, più forte di quello che pare stia avvenendo. Le iscrizioni da noi non si sono ancora chiuse, si chiuderanno a novembre, quindi abbiamo ancora tempo. Sappiamo bene che poi è a ridosso della chiusura che molte iscrizioni vengono confermate, perché noi abbiamo un sistema di prenotazione e poi di conferma. Conferme le abbiamo già adesso, ma sono sicuro che poi ci saranno ulteriori conferme a queste prenotazioni di iscrizione. Io penso che questo sia fisiologico, perché la paura che si è innescata con tutto questo problema del Covid sicuramente influenza i comportamenti di tutti quanti noi, però non penso che possa essere molto accentuata questa flessione. Anche perché noi abbiamo fatto interventi sulla no tax area per quanto riguarda le tasse universitarie, abbiamo aumentato la soglia dell’ISEE, lo abbiamo fatto in parte con fondi propri, oltre quelli che sono stati dati dal Ministero fino ad una certa soglia. Noi siamo preoccupati perché riteniamo che in questo momento la presenza universitaria sia molto importante, proprio ai fini della convivenza per i giovani, per farli stare insieme, per farli crescere. Non possiamo perdere questa gioventù in questa maniera. Questa è la nostra profonda preoccupazione.

Il Dipartimento Jonico raggruppa una serie di realtà formative e di ricerca, alcune delle quali hanno anche una storia pluridecennale alle spalle. Nonostante questo, sono molti i nostri concittadini che ancora conoscono poco queste realtà. Quindi cominciamo forse con l’aspetto più banale: quanti e quali sono i corsi di Laurea che il Dipartimento Jonico eroga sul territorio di Taranto?

Partiamo per macro-categorie. Per quanto riguarda Economia, noi abbiamo una triennale in Economia e Amministrazione delle Aziende e poi una magistrale, Strategie d’Impresa e Management, che è una magistrale che fa seguito al corso di Laurea. Tenga conto che la sede di Economia e i corsi di Economia sono stati molto ben valutati l’anno scorso dall’ANVUR, che è venuta a farci visita perché era stato sorteggiato quel corso per essere oggetto di valutazione, e questo ci ha dato un grande conforto e respiro, perché vuol dire che stiamo operando bene, perché quando l’agenzia nazionale di valutazione ci dà dei report positivi, noi siamo convinti che quello che stiamo facendo è l’itinerario giusto da seguire. Poi abbiamo i corsi che attengono all’area giuridica, e abbiamo il corso di Laurea Magistrale quinquennale in Giurisprudenza, che è più o meno diciamo il corso classico, e poi abbiamo una Laurea triennale che è molto interessante, forse l’unica in Italia: Scienze Giuridiche per l’Immigrazione, i Diritti Umani e l’Interculturalità. È una Laurea triennale dell’area giuridica, è una Laurea che consente poi il proseguo degli studi nell’ambito giuridico, quindi lo studente che si iscrive a quella triennale può proseguire naturalmente nella Laurea magistrale.

L’utilità di una specializzazione di questo tipo, nel quadro geopolitico di questi anni e di quelli che saranno i prossimi anni è evidente.

Sì, perché il focus del nostro Dipartimento è la nostra posizione geografica e politico-culturale. Cioè noi siamo nell’area del Mediterraneo, questo non lo possiamo dimenticare e ignorare, perché questo sta a significare che noi siamo su di un bacino che è l’incontro tra culture diverse. Questo è fondamentale per i nostri studi, per le nostre riflessioni, per le nostre ricerche. E guardi che anche il Dottorato che noi abbiamo, che è un elemento fondamentale nella formazione, il più alto livello degli studi universitari, è ben centrato sul Mediterraneo, perché è Diritti, Economie e Culture del Mediterraneo, quindi abbraccia gli aspetti giuridici, gli aspetti economici, gli aspetti culturali nell’area del Mediterraneo, proprio perché è un’area strategica. Forse noi in tutti questi anni abbiamo dimenticato che cosa ha significato il Mediterraneo nella Storia dell’umanità. È stata la culla delle civiltà, è stato il mare degli incontri, è stato il mare anche dei conflitti, però sul Mediterraneo sono nate le civiltà, si sono sviluppate, e poi le hanno diffuse per tutto il mondo. Noi siamo città mediterranea, non possiamo ignorare questo. Questo progetto mediterraneo è molto forte, molto importante, perché è da qui che si deve partire per fare di Taranto una fucina di giovani intelligenze, di intellettuali, di ricercatori, che poi possano essere protagonisti di questo nostro mondo, del mondo che a noi è vicino. È un mondo che noi vediamo quasi con ostilità per tutto quello che sta accadendo sull’immigrazione, ma non è così. Va cambiata la prospettiva. Certo, è un’immigrazione problematica, dovuta a mille fattori, da quello economico a quello sociale a quello politico, però il problema serio è che noi con questo mondo dobbiamo interfacciarci e ci vogliono delle specifiche professionalità, e questo è quello che noi intendiamo fare con questo corso di Laurea triennale. Ripeto, questo corso poi può avere uno sbocco naturale nella Laurea in Giurisprudenza, perché gli esami fatti valgono, non vanno persi.

Si tratta di un doppio percorso, potremmo definirlo.

Questo per quanto riguarda l’area giuridica. Poi abbiamo una Laurea triennale presso la Marina Militare. Anche qui è centrale il mare: Scienze e Gestione delle attività Marittime. È un corso di Laurea unico in Italia, in collaborazione con la Marina Militare. È rivolto ai civili, ma è rivolto soprattutto ai sottufficiali della Marina Militare, i marescialli che così prendono la Laurea, si specializzano e nella loro carriera possono spendere questo titolo. È un corso molto ben impostato, ha molti iscritti, il numero cresce di anno in anno, l’anno scorso ne abbiamo Laureati più di 300 nella sessione estiva. A far seguito a questo corso, abbiamo pensato ad una magistrale: Scienze strategiche marittimo-portuali, perché Taranto ha bisogno di figure specializzate nell’ambito della portualità. La portualità per Taranto è centrale per lo sviluppo della città, perché per molto anni il nostro porto è stato sacrificato. Adesso la nuova portualità di Taranto, insieme alla retro-portualità, ha bisogno di personale molto qualificato per poter effettuare quelle scelte che possono dare al nostro porto questa dimensione internazionale che merita. Tenete conto che la movimentazione del porto era in gran parte legata all’Ilva. Noi ci auguriamo che, nel passaggio dalla monocultura dell’acciaio a varie prospettive della città di Taranto, il porto possa diventare centrale per lo sviluppo, e noi prepariamo figure che nell’ambito della portualità e della managerialità portuale si possano inserire ed essere un elemento aggiunto. Questo riguarda i nostri giovani, ma non solo; anche quelli che già lavorano all’interno delle realtà portuali si possono specializzare in questo. Quindi questi sono i nostri corsi di Laurea. Per il prossimo anno dobbiamo presentare le proposte per una nuova offerta formativa. Ci stiamo già pensando e lavorando, cercheremo di aprirci anche all’ambito umanistico. Dipende dalle forze che avremo anche a livello di docenti. E poi c’è il Dottorato. Il Dottorato rappresenta il punto più elevato della formazione accademica ed è veramente un nostro vanto, perché un Dottorato nato da non molti anni – dal XXXII ciclo, adesso siamo al XXXVI – però è un Dottorato che ha già avuto notevoli riscontri, ha già formato i primi dottori di ricerca, e adesso quest’anno si fa un’ulteriore selezione per inserire altri dottorandi, e questa è una fucina di giovani brillanti, di giovani ricercatori, di giovani di alta professionalità che possono spendere anche nelle pubbliche amministrazioni, nel privato e via dicendo.

Lei ha citato più volte la necessità che i corsi di Laurea contribuiscano alla formazione di specifiche professionalità e quindi, estendendo il concetto, di una classe dirigente capace di operare sul territorio e dal territorio in un contesto più ampio che lei ha individuato essere quello mediterraneo. Quanto ha inciso negativamente, finora, la carenza di corsi di Laurea sul territorio tarantino?

Questa è una domanda complessa, perché bisognerebbe fare un discorso molto approfondito. Io mi limito a dire soltanto questo: la presenza di un’Università su un territorio non è soltanto un fiore all’occhiello. La presenza universitaria innanzitutto crea la comunità di docenti e studenti. Lo spirito iniziale da cui sono nate le Università è proprio questo. Avere una cittadella dell’Università è un elemento di confronto continuo, di crescita culturale e di crescita intellettuale. Questa massa critica che si forma con le Università poi si interfaccia con la realtà e diventa inserita all’interno di queste realtà sociali, e c’è un’osmosi, poi, fra la formazione universitaria, i prodotti della formazione universitaria e la società. Tant’è che docenti universitari, giovani ricercatori, gli stessi studenti poi possono diventare elementi di sviluppo della società, perché si interfacciano con la realtà comunale, si interfacciano con la realtà sociale, si interfacciano con la realtà del territorio. La simbiosi tra Università e territorio è fondamentale per lo sviluppo delle realtà territoriali, è un elemento ineludibile. Noi purtroppo paghiamo anni, anni e anni di mancanza di questa presenza universitaria su Taranto. Da quando si è costituito il Dipartimento, e ancora prima le Facoltà che c’erano, hanno incominciato a fare proprio questo tipo di lavoro, cioè di apertura. Non ci siamo chiusi in noi stessi, abbiamo lanciato una sfida, cioè noi ci siamo aperti al territorio, proprio per cercare di creare con il territorio un dialogo costruttivo. Debbo dire che questo è avvenuto, perché da noi, nella nostra sede in Città Vecchia, ci sono continui convegno e seminari, realtà territoriali chiedono di poter venire da noi. Quindi si è creato questo scambio proficuo. Certo, adesso ci siamo dovuti fermare, purtroppo per quello che ci sta accadendo, che era del tutto inaspettato, e che sta un po’ bloccando le attività, ma noi non appena avremo la possibilità – o anche ora, ovviamente nelle forme di garanzia più totale della sicurezza – riprenderemo questo lavoro, perché questo è fondamentale per lo sviluppo della città, del territorio, dell’area ionica.

L’ex-Convento di San Francesco (ed ex-Caserma Rossarol), sede del Dipartimento Jonico.

Lei ha usato poco fa l’espressione “cittadella universitaria”. Ovviamente l’ha utilizzata in senso ampio, ma proprio nell’ottica di una osmosi fra Università e territorio, un freno può essere costituito dall’eccessiva dispersione sul territorio cittadino delle sedi universitarie? Perché ricordiamo, per chi non le conoscesse bene, che fra quelle che lei ha citato la Facoltà di Economia ha sede al quartiere Salinella, Giurisprudenza che in Città Vecchia, a sua volta molto distante dai corsi del Politecnico, che è un’altra realtà, che si trovano a Paolo VI. Quanto questo può aver rappresentato un freno all’immagine di Taranto come una città universitaria?

Dobbiamo sempre partire dal dato realistico, non dobbiamo mai dimenticare da dove siamo partiti e dove siamo e dove speriamo di andare. Quando ci siamo insediati su Taranto, l’Università ha trovato una realtà che era un pochino allo sbando. La realtà di Taranto era in una fase molto difficile, molto difficile. Abbiamo preso quello che era possibile prendere, ma adesso il discorso sta notevolmente cambiando, perché innanzitutto la Città Vecchia è molto probabile che avrà altre presenze universitarie, proprio vicino a noi, e quindi questo rafforza la presenza universitaria sul territorio della Città Vecchia, perché da quando siamo noi nella Città Vecchia la realtà è cambiata lì. Prima non si poteva entrare, e adesso è invece possibile una vita civile normale.

Soprattutto via Duomo ha letteralmente cambiato volto da quando c’è l’Università.

Specialmente fino alla zona nostra, poi c’è la caserma dei Carabinieri, fino alla Cattedrale. Questo è il lavoro che deve essere fatto, chiaramente portando altre realtà universitarie nella Città Vecchia, ma poi c’è un altro aspetto sul quale io mi soffermo sempre. Il Ponte Girevole è un ponte di collegamento tra la Città Vecchia e la prima parte del Borgo. Allora, c’è la ristrutturazione di Palazzo degli Uffici. Palazzo degli Uffici è fermo da tantissimi anni, ma adesso i lavori sono ripartiti, poi ci sarà un altro lotto di lavori, e quindi si prevede che nel giro di qualche anno Palazzo degli Uffici sarà restituito alla città. Tra le finalità di questo palazzo c’è anche la presenza universitaria, che noi abbiamo già sollecitato. Questo creerebbe una continuità tra la Città Vecchia, il ponte, che appunto crea la possibilità del passaggio, e questa prima parte del Borgo. Tenga conto che poi lì vicino c’è il museo, è prevista anche nel Palazzo degli Uffici una pinacoteca, quindi questo crea continuità e dà respiro alla città. E poi, recentemente, sempre nel centro abbiamo avuto la Banca d’Italia.

Che ospiterà la Facoltà di Medicina, i cui corsi sono ormai di imminente avvio.

Pronti alla partenza, perché i lavori sono in fase avanzata, e quindi anche lì ci sarà una presenza universitaria. Allora, mettendo tutti questi pezzi insieme, si incomincia ad eliminare la parcellizzazione, si crea una sorta di continuità fra tutte le sedi universitarie, e il mio sogno, da qui a qualche anno, è vedere circolare nella città i giovani universitari, che è la cosa più bella, che è la cosa che riempie le città, che dà la possibilità, poi, di vedere una città viva. Io mi auguro che questo, nel giro di un po’ di anni, qualche anno, possa avvenire. perché questo darebbe veramente respiro alla città, a una città che invece molto spesso ha visto i giovani partire. Invece trattenere i giovani, dare la possibilità a questi giovani di potersi incontrare, di frequentare la città, sicuramente crea una nuova linfa per la città stessa.

Tanto il governo nazionale quanto le amministrazioni locali hanno individuato come uno dei propri obiettivi primari l’istituzione dell’Università autonoma. Come viene percepita questa eventualità all’interno della comunità accademica tarantina? È vista come un’opportunità, come un rischio, come un errore?

È vista come una opportunità. Ovviamente, quando deve nascere un progetto di ateneo, ci vuole una proposta culturale dentro. Cioè, bisogna capire le risorse che saranno destinate a Taranto quante saranno, perché non è facile poter insediare un ateneo autonomo, perché occorre il personale, occorrono le strutture, occorre il rettorato, occorrono tante cose. Ora, è un’opportunità sicuramente, però va costruita bene. Non può avvenire immediatamente, perché ci sono i tempi di accreditamento che sono almeno triennali. Quindi il percorso può essere avviato se c’è la volontà politica, perché questa è una vera e propria volontà politica. Cioè, la politica pensa evidentemente che l’Università sia strategica per lo sviluppo del territorio. Se pensa questo, è chiaro che bisogna investire, perché una Università non la fai con pochi soldi. È chiaro, quindi, che ci deve essere un impegno da parte del Governo, e poi bisogna cominciare a capire che tipo di progetto fare per questa Università che dovrebbe nascere. Quindi da parte nostra è vista come una opportunità. Certo, noi apparteniamo all’Università degli Studi di Bari, e anche questo rapporto noi non lo vorremmo perdere del tutto, perché è molto importante avere alle spalle una grossa Università come Bari. Ci vuole una fase di gemmazione, ci vuole una fase di accompagnamento e poi potrà decollare anche l’Università di Taranto. Insediare una Università non è un giochetto facile, diciamo, eh? Richiede molte professionalità, richiede una grande progettualità, bisogna saper leggere un pochino le strategie per il futuro della realtà territoriale. È una bella sfida.

In base anche all’orizzonte mediterraneo cui lei faceva cenno prima, e ovviamente partendo dai corsi di Laurea già esistenti, quali potrebbero essere i nuclei forti di un futuro ateneo jonico perché questo sia solido e sia effettivamente un’opportunità positiva per il territorio e non solo?

Anche qui la domanda è complessa e ci vorrebbe una risposta molto articolata. Certamente bisogna partire da quelle che sono le cosiddette vocazioni del territorio, e la realtà naturale nella quale noi ci troviamo, però bisogna stare molto attenti a questo. Non dobbiamo cadere nel provincialismo, però non dobbiamo cadere anche nell’eccesso opposto. Cioè, avere una specificità sì, sicuramente, ma le specificità non si creano dall’oggi al domani. Le Università hanno bisogno di molti aspetti disciplinari, non solo di alcuni settori. Hanno bisogno del confronto dell’area scientifica, dell’area umanistica, specialmente oggi che le scienze vanno verso una contaminazione sempre più spiccata, le specializzazioni, le micro-specializzazioni devono aprirsi alle interdisciplinarità. La ricerca, oggi, è molto modificata rispetto al passato. Io, se devo fare una ricerca in un’area, non posso ignorare ciò che è vicino a quest’area. Ecco perché il progetto culturale va fatto. Un progetto vero e proprio, da cui, poi, può rinvenire anche l’offerta formativa, però bisogna mettersi d’accordo su questo progetto culturale. Che cosa vuole essere Taranto? Taranto non solo città universitaria, ma una città universitaria che tende a cosa? Su questo bisogna aprire un grande dibattito. Ci sono già le linee individuate dal Comune con l’Ecosistema Taranto, sicuramente, ma bisogna guardare ancora oltre. Non è facile perché bisogna fare un vero progetto, all’interno del quale le strutture portanti della realtà territoriale jonica devono, in un certo qual modo, ritrovarsi, nella lunga loro storia, per potersi poi emancipare e guardare in avanti. Non è un lavoro facile, ripeto, però è un qualcosa che va fatto, perché bisogna partire e poi vedere l’esito di questo lavoro fra un po’ di tempo, non è una cosa che si costruisce dall’oggi al domani.

Nel 2026 ci saranno i Giochi del Mediterraneo, e la classe politica individua in questa data del 2026 una scadenza-simbolo entro la quale dovremmo iniziare a vedere una Taranto nuova. Lei come se la immagina Taranto nel 2026?

L’immaginazione deve essere una immaginazione, potremmo dire, ideal-realistica. Chi è abituato a lavorare nell’ambito scientifico guarda lontano, ma non può ignorare il presente. Il presente di Taranto lo conosciamo, è questo. La proiezione della città verso altre dimensioni è un passaggio, diciamo, difficile, articolato, non è che può avvenire facilmente. Però, come possiamo noi immaginare una Taranto futura? Ecco, noi potremmo anche dire: “Diamo incarico a un architetto come Renzo Piano, mi disegni Taranto futura?” Potrebbe guardarla in maniera spaziale. Ma sarebbe Taranto? Non possiamo ignorare quello che siamo. Per poter parlare del futuro non possiamo ignorare il passato. Taranto ha una sua storia. Ha una sua storia millenaria. Ha una sua storia che è fatta di tante cose: una città culturale, commerciale, industriale, bellica, perché abbiamo avuto l’Arsenale, la presenza della Marina. Quindi bisogna mettere insieme tutti questi aspetti, perché altrimenti si tradisce una parte della nostra storia. La parte culturale, la parte storica della città deve in un certo qual modo coniugarsi con tutti gli altri aspetti. Io sento spesso sempre parlare di una cosa che poi non è esatta, “Taranto Capitale della Magna Grecia”; la Magna Grecia non aveva una capitale, tanto meno non era Taranto. Era una delle città più importanti di quel sistema creato dalla Grecia, che era, poi, un sistema imperialistico, creava queste grandi città che poi diventavano lo sbocco naturale dei traffici e dei commerci della madrepatria, come sono sempre state le colonie. Taranto ha avuto un suo riconoscimento in quel periodo, è stata una grande città, ha avuto questa storia importante, poi questa storia è andata a finire in un certo modo, perché non abbiamo saputo dialogare con i romani, ed è iniziato un lento declino della città, un declino che però è durato secoli. Non possiamo ignorare quella storia, ma non possiamo neanche ignorare quello che è avvenuto dopo. Tutto questo deve costituire una base dalla quale poter ripartire per immaginare la città futura, perché altrimenti qui creeremmo un qualcosa che non ha radici, e senza radici non vai da nessuna parte. Allora, quando arriveremo all’appuntamento dei Giochi del Mediterraneo – non a caso Giochi del Mediterraneo, come dicevo prima, perché questa è la nostra centralità, questo è il nostro punto focale –io mi auguro che da qui al 2026 si riesca ad intravedere il passato coniugato con il futuro della città. Però il futuro della città non può ignorare gli aspetti culturali, perché altrimenti si perdono le radici della città. Coniugare passato e presente per chi deve elaborare un progetto di città è molto importante, altrimenti abbiamo delle cattedrali nel deserto.


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Un Commento a: «Università autonoma, se strategica si investa»

  1. Maria Elisa Basile

    Settembre 27th, 2020

    Grazie per l’attenzione del Prof Pagano e del Prof Marzo nei confronti dei giovani e sempre impegnati a costruire e programmare attività di valorizzazione del nostro territorio. Maria Elisa Basile

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