Le parole dell’ultimo coach della Prisma in A/1

 

pubblicato il 15 Settembre 2020, 12:54
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Roberto Serniotti, 58 anni, piemontese doc, è stato l’ultimo allenatore a sedersi su una panchina di serie A a Taranto (stagione 2009/2010). Dopo aver vinto tutto a livello di club sia come primo allenatore che come assistente e non solo in Italia, specie a Trento, ma anche in Francia e Germania, ora è tornato nella sua Cuneo, che ha rilevato un titolo di A/2 come gli jonici, per fornire un prezioso contributo ad un progetto che riporti lustro ad una piazza che nel volley italiano ha rappresentato tanto.

Sono contento di rivedere Taranto in serie A. Mi fa davvero piacere. Il presidente Bongiovanni è un grande appassionato di volley ed ero certo, dopo aver appreso la notizia dell’acquisizione del titolo sportivo, che avrebbe costruito una squadra per vincere.”

Quindi, diciamolo subito, Taranto è la favorita principale per la promozione in A/1?

Ha costruito una squadra che se la giocherà per vincere ed è bello che sia cosi. Ha certamente il roster con più giocatori che hanno militato in Superlega, tra questi Parodi che è un top per la categoria ma anche Coscione che ho avuto con me a Roma e Cuneo. Ci sarà comunque da battagliare. Il ritorno al girone unico ha innalzato il livello di competitività delle squadre. Ci sono tantissimi club che hanno allestito dei buonissimi organici, guidati da allenatori bravi, giovani e meno giovani come me.

Che ricordi ha della esperienza a Taranto?

I tre mesi vissuti (da gennaio a marzo 2010) a Taranto rappresentano comunque una bella esperienza, intensa. Arrivai in un momento in cui la squadra come gruppo-spogliatoio non aveva funzionato particolarmente e non è stato facile gestirlo, c’erano tante personalità differenti. Già alla mia prima partita ci fu una discussione piuttosto accesa in campo tra due-tre giocatori. Ricordo che il palleggiatore americano Suxho e lo schiacciatore brasiliano Cleber ce l’avevano con il polacco Bartman per via della sua ricezione imprecisa. Potenzialmente quella squadra poteva ambire a qualcosa di più della salvezza .

Com’è cambiata a pallavolo negli ultimi dieci anni?

Sento in tanti affermare che la pallavolo di prima era migliore di quella attuale. Io, invece, credo che il livello è salito in tutte le categorie. Uno si dimentica di come si giocava prima ma ce ne accorgiamo poi quando andiamo a vedere i video degli anni passati e notiamo che ora il gioco è più veloce, più vario, le battute sono più difficili da ricevere. La nostra Superlega è tornata da qualche anno ad ospitare quasi tutti i giocatori più forti al mondo. Ritengo che per un giocatore di volley non vi sia posto più bello al mondo dell’Italia e lo dice uno che ha girato parecchio. Un giocatore non può tenere solo in conto l’aspetto economico ma anche l’organizzazione del club, la competitività del torneo, lo qualità della vita fuori dal campo. E’ vero in Europa ci sono dei campionati che sono cresciuti molto ma l’Italia è sempre il top.

Qual’è il suo auspicio per la stagione che, Covid permettendo, sta per cominciare?

Che il campionato possa partire e possa ultimarsi senza interruzioni, che si possa giocare con il pubblico sugli spalti per tornare alla normalità. E la normalità tornerà proprio quando riavremo la gente al palazzetto. Se ciò accadrà, sarà la vittoria di tutti e potremo realmente dire di essere ripartiti. Adesso c’è tanta incertezza, si vive alla giornata, si riesce a programmare poco.

Qual’è stato il giocatore più forte che ha allenato e quello che invece ha ammirato dall’altra parte della rete?

Se devo citarne uno tra quelli che ho avuto il piacere di allenare, sicuramente Juantorena. Unisce una naturalezza di gesti tecnici ad una fisicità impressionante e lo vedi ancora adesso che non è più giovanissimo. Nelle partite che contano riesce ancora a fare la differenza, anzi è maturato mentalmente, limando certi aspetti caratteriali. Un talento mostruoso, incredibile. Tra gli avversari, il primo che mi viene in mente è Bernardi che abbinava a delle grandissime doti tecniche quella giusta dose di cattiveria e di agonismo che lo hanno reso unico.

Per concludere, il successo della Nazionale Under 18 agli Europei – non accadeva dal 1997 – può farci sperare in una nuova generazione di fenomeni?

Per il nostro movimento è stata una fortuna recuperare Julio Velasco che ha coordinato sapientemente un gruppo di allenatori molto bravi, confrontandosi anche con gli allenatori dei club dei giocatori delle rappresentative giovanili. Questo successo è la dimostrazione che in Italia di talenti ce ne sono ancora e credo che tra gli obiettivi della Federazione ci sia quello di potenziarne la ricerca.

Dice, giustamente, qualche addetto ai lavori, che però poi bisogna trovare qualcuno che questi talenti li faccia giocare……

E’ chiaro che debbano giocare ed i tornei di A/2 e A/3 posso rivelarsi degli ottimi banchi di prova per far maturare questi giovani. E’ chiaro che quelli bravi debbano trovare spazio in squadra e per loro è importante che non stiano in panchina ma piuttosto che vadano a giocare anche in categorie inferiori. L’esperienza che ti da il gioco è unica.

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