«Università autonoma, Taranto ha solo da guadagnare»

 

Don Francesco Castelli (direttore Istituto Superiore di Scienze Religiose): «Solo se c’è un’Università sul territorio si può anche formare una classe dirigente. La Città Vecchia può diventare cittadella della cultura»
pubblicato il 13 Settembre 2020, 13:00
10 mins

Prosegue il nostro ciclo di interviste per parlare di Università (clicca qui per leggere o ascoltare le nostre interviste). Nostro ospite in questo nono appuntamento è don Francesco Castelli, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Giovanni Paolo II”.


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Don Francesco, prima di tutto, per chi fosse profano dell’ambiente: che cos’è un Istituto Superiore di Scienze Religiose e che cosa offre?

L’Istituto Superiore di Scienze Religiose è una realtà accademica che offre la Laurea in Scienze Religiose. Dopo l’Unità d’Italia, tutte le Università di Teologia furono dichiarate Università Pontificie, per cui chi voleva studiare Teologia doveva necessariamente recarsi a Roma o nei pochissimi posti italiani in cui c’erano Università di Teologia Pontificie. Questo a differenza dell’Europa. Ad esempio in Germania le Università di Teologia sono statali. Per colmare questo gap, cioè l’assenza sul territorio italiano di Facoltà Teologiche, sono nati di recente gli Istituti Superiori di Scienze Religiose, in cui chi è interessato ad acquisire una competenza su un ambito del sapere quale è la Teologia, in dialogo con i saperi moderni, filosofia, storia, psicologia, pedagogia e sociologia, può farlo. Questo dal punto di vista dei contenuti. Poi, dal punto di vista dell’offerta culturale, la Facoltà di Teologia è una realtà molto importante, perché consente di approfondire sul piano umanistico dei valori che sono a fondamento della civiltà europea e che anche consentono di dialogare con le culture di tutto il mondo.

Quali sono le opportunità di ricerca e, perché no, anche lavorative per gli studenti che scelgono di affrontare questo percorso formativo?

Le opportunità di lavoro io dico sempre che sono di tre tipi. Chi prende il titolo di Laurea in Scienze Religiose può diventare professore di Religione nelle scuole italiane. Poi, chi acquisisce questo titolo, che garantisce anche una formazione ricca sul piano filosofico e culturale e, evidentemente, sul piano religioso, potrebbe anche diventare un giornalista vaticanista, ad esempio, quindi un giornalista competente di questioni relative al rapporto Stato-Chiesa o più in generale a tutto quello che afferisce il tema della religione, oppure nello specifico a quello che afferisce la Santa Sede, il Vaticano. Poi c’è un’altra frontiera che io aggiungo sempre: quando si acquisisce un sapere universitario ci sono già dei binari predefiniti, quindi l’insegnamento della Religione o il giornalista vaticanista, poi ci sono invece delle altre competenze che uno può sviluppare in base alla sua creatività. Ad esempio, in questo momento di migrazioni culturali e di popoli servono operatori che sappiano fare da mediatori culturali tra popoli ed etnie di diversa religione. Però lì sta alla bravura e all’intelligenza del singolo valorizzare le sue competenze.

Ampliamo un attimo lo spettro della discussione sul tema da cui è nato questo ciclo di interviste, e cioè l’autonomia universitaria. Che cosa significa la presenza universitaria in una città come Taranto e che cosa potrebbe significare, in prospettiva, avere un’Università autonoma?

Taranto non è una città universitaria di lungo corso e anche attualmente sul territorio di Taranto ci sono pochi corsi di laurea; c’è Economia, Giurisprudenza e poi ci siamo noi. Però certamente l’assenza di un’Università è una questione non piccola per lo sviluppo della città, perché solo se c’è un’Università sul territorio si può anche formare una classe dirigente. Fin quando a Taranto non ci sarà un’Università e le menti migliori vanno via senza ritornare, la sorte culturale, turistica, politica, sociale della città riceve un condizionamento di non poco conto. Per cui, in prospettiva il limite e l’assenza di una Università a Taranto è enorme. Ma anche sul breve periodo è così, perché tutti coloro che escono per andare in altre sedi universitarie (Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino, Venezia, Firenze) portano inevitabilmente anche le loro risorse economiche in altre città, e quindi questo anche sul breve periodo significa impoverire in qualche modo la città delle sue risorse economiche. Taranto ha solo da guadagnare, Taranto e i tarantini, per migliorare la loro coscienza, la loro identità, il loro impegno.

L’Istituto Superiore di Scienze Religiose è una delle realtà, insieme alla Facoltà di Giurisprudenza e all’Istituto Paisiello, che animano anche la presenza degli studenti nella Città Vecchia. Dal suo punto di vista di direttore di questa istituzione, quanto incide la presenza degli studenti e di queste istituzioni formative proprio sul tessuto vitale del centro storico della nostra città?

Palazzo Visconti, in via Duomo, sede dell’ISSR “Giovanni Paolo II”

Io sono presente qui in questo istituto da dodici anni, per cui posso dire quello che ho visto in dodici anni e quello che penso. Quando venni qui dodici anni fa, soprattutto prima che aprisse anche l’Università e la Facoltà di Giurisprudenza alla Rossarol, si vedeva che la città antica era fortemente spopolata. Invece adesso il flusso di un numero congruo di persone le ha dato una maggiore vivacità e dignità, però secondo me c’è bisogno di un impegno più consistente per vitalizzare la città antica, perché è vero che vengono un sacco di studiosi e anche di studenti, però il problema di fondo è un altro, che nella città antica, ohimè, non ci sono molti servizi universitari, e dunque c’è per certi aspetti un po’ un “mordi e fuggi”. Noi avremmo bisogno di un maggior numero di strutture ricettive, di ristorazione, turistiche e anche di servizi legati anche al piacere di muoversi in città antica. Se queste cose verranno poste in essere, allora la città antica potrà diventare anche una cittadella della cultura, un fiore all’occhiello per attirare anche turismo.

Continuando su questo filone, le pongo una domanda che è in un certo senso il filo rosso del nostro ciclo di interviste, e cioè: ci sono numerose scadenze che attendono la città di Taranto nei prossimi anni, soprattutto il grande appuntamento dei Giochi del Mediterraneo del 2026. Lei come se la immagina Taranto nel 2026?

L’appuntamento del 2026, secondo me, è stato un grande successo per la città. io, però, vorrei dire che più che dire come mi immagino la città, io vorrei dire come mi immagino i tarantini in attesa del 2026. Taranto ha bisogno di una rivoluzione. Ripeto che la presenza di un’Università qui favorirebbe questa inversione di mentalità. Si sente che – questo lo dicono anche tanti osservatori stranieri che venivano a Taranto nel ‘700 e nell’800 – si sente che a Taranto lo scirocco non è solo un fatto climatico, ma è anche un fatto di mentalità. Non è Taranto che deve cambiare, devono cambiare i tarantini, devono restituirsi più impegno e più dignità. Se in questi cinque anni si forma un tavolo condiviso di lavoro, allora possiamo farlo, però dico subito che c’è un problema per fare un tavolo di lavoro: abbiamo bisogno di gente competente e con esperienza. Dobbiamo chiamarli da fuori, all’inizio, perché a Taranto non c’è tutta questa gente preparata. Se questo si fa, Taranto decolla.

Per concludere quest’intervista, che ruolo può avere la Chiesa in questo processo di cambiamento e di rigenerazione del tessuto sociale tarantino?

Naturalmente la Chiesa respira il clima della società di Taranto. Bisognerebbe porre in essere una serie di iniziative anche sul piano culturale che diano sostegno a questo processo di trasformazione. Invece sul piano religioso credo che sarebbe bello se a Taranto si conoscesse di più il tema e il sapere della Teologia, perché quello potrebbe aprire nuove frontiere. Voglio solo dire che laddove c’è stata una scuola teologica, nel Medioevo, nell’età Moderna, anche in quella Contemporanea, sono sempre cresciuti biblioteche, musei, percorsi culturali, per cui se Taranto riscopre anche il piacere dello studio e del libro, anche in Teologia, è tutto un guadagno.


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