Tecnopolo, Fioramonti: «Da Conte scarso entusiasmo»

 

L’ex-Ministro all’Istruzione, Università e Ricerca ricostruisce il percorso travagliato del Tecnopolo e accusa il Governo: «Statuto non ancora approvato».
pubblicato il 12 Settembre 2020, 19:43
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Torna a Taranto ormai da ex-Ministro, l’on. Lorenzo Fioramonti. Lo fa in un incontro organizzato dal Centro di Cultura “Giuseppe Lazzati” (emanazione ionica dell’Università Cattolica di Milano) e lo fa per dire la sua su un progetto che, da Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca caldeggiò fortemente: quello del Tecnopolo del Mediterraneo.

Al tavolo dei relatori, nell’aula magna dell’Istituto “Pacinotti”, oltre all’ex-Ministro ed ex-esponente del MoVimento 5 Stelle, l’ex-direttore di ARPA Puglia Giorgio Assennato, l’ammiraglio Fabio Caffio, la professoressa Eleonora Rizzuto e il prof. Vito Albino; tutti concordi su un punto: Taranto rappresenta un banco di prova non solo per la politica locale o per l’economia del territorio, ma bensì un terreno su cui si misurano le potenzialità e i limiti di diversi modelli di sviluppo.

«I modelli di sviluppo – scandisce Fioramonti – quando arrivano al capolinea, lasciano uno strascico di danni e non producono più profitti». Il riferimento, dichiarato, è al centro siderurgico e ad ArcelorMittal («Ad uso e consumo della stampa», l’ex-Ministro condivide la notizia della chiusura della principale acciaieria del gruppo in Sud-Africa, paventando un esito analogo in riva ai due mari). Il futuro economico (prima e più ancora che ecologico), a giudizio del deputato romano non può che passare attraverso un percorso di riconversione, di revisione degli schemi consolidati, come già avvenuto numerose volte nella storia del mondo. In questa convinzione si innesta il progetto del Tecnopolo per lo sviluppo sostenibile, nato dall’osservazione dell’analogo progetto sulla genetica nato a Milano.

Sin qui il Fioramonti accademico. Da questo punto inizia il racconto del Fioramonti politico, che da viceministro nel Conte I e ministro nel Conte II racconta, non senza una punta di risentimento appena avvertibile ma chiaramente presente, l’iter della proposta di questo progetto proprio a Giuseppe Conte. «Vado dal Presidente del Consiglio e gli dico: ‘Scusami, tu sei pure pugliese. Anche nell’ottica di essere ricordato come qualcuno che ha fatto qualcosa che si può toccare, che puoi andare a visitare, facciamolo a Taranto. D’altronde, 5 Stelle ha stravinto a Taranto promettendo un futuro diverso, tu sei pugliese, io ci metto l’innovazione, gli scienziati che posso ricercare nel mondo e lo facciamo”. Che vi devo dire? Non c’è stato grande entusiasmo». Le recriminazioni nei confronti di Conte da parte del suo ex-Ministro proseguono anche relativamente ai fondi per il Tecnopolo (nove milioni in tre anni, «Pochi, ma meglio di niente») e soprattutto all’approvazione dello statuto per la Fondazione, che ancora non arriva da parte del Governo.

Aleggia, nelle parole dell’onorevole Fioramonti come degli altri relatori, un malcelato scetticismo. C’è la convinzione sincera che il Tecnopolo, attirando intelligenze da tutto il mondo e convogliando risorse tecnologiche ed economiche dalle grandi aziende presenti sul territorio (e non solo), potrebbe rappresentare un’opportunità unica per fare davvero di Taranto il punto di partenza per un nuovo modello di sviluppo per tutto il pianeta. Eppure, questo entusiasmo appare come smorzato, offuscato dal timore che una politica inerte, una gestione eccessivamente burocratizzata o uno scarso dialogo con le istituzioni di ricerca già presenti sul territorio («Abbiamo saputo di questo progetto dai giornali», denuncia dalla platea una docente universitaria) possano trasformare questo sogno in una delle mille incompiute della Storia italiana (e tarantina in particolare).

L’onere di replicare a questi timori sta, ovviamente, prima di tutto nelle mani del Governo nazionale. L’Esecutivo saprà rispondere con i fatti?

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