«Università di Taranto, non sia una periferia»

 

Massimo Moretti (Coordinatore Corso di Laurea in Scienze Ambientali): «Scienze Ambientali grande terreno di ricerca, il Corso di Taranto un’eccellenza nell’Italia Meridionale. Sull’Università autonoma attenzione al provincialismo»
pubblicato il 06 Settembre 2020, 13:00
21 mins

È giunta ormai all’ottavo appuntamento la nostra rubrica “Parliamo di… Università”, un ciclo di interviste in cui, in vista della possibile autonomia universitaria per il Polo Jonico, cerchiamo di conoscere meglio le realtà universitarie, formative, della ricerca che già esistono sul territorio di Taranto (clicca qui per leggere o ascoltare tutte le nostre interviste). Nostro ospite in questa puntata il prof. Massimo Moretti, coordinatore del Corso di Laurea in Scienze Ambientali erogato dell’Università di Bari sulla sede di Taranto. Dopo qualche battuta sulla ripresa post-lockdown («L’Università di Bari sta puntando tutto sulla didattica in presenza», rivendica) entriamo nel vivo della nostra intervista, ricca di spunti anche critici sul tema dell’autonomia.


ASCOLTA L’INTERVISTA COMPLETA


Prof. Moretti, cos’è il Corso di Laurea in Scienze Ambientali, che cosa offre a chi lo frequenta e in prospettiva che cosa potrebbe offrire al territorio della città di Taranto?

Si tratta di un corso triennale di Scienze Ambientali, che si caratterizza per una robusta formazione di base, quindi legata soprattutto a insegnamenti della matematica, della fisica e della chimica, ma che poi è in grado di offrire una serie di contenuti connessi ai caratteri ambientali della geologia, della biologia e della chimica, che in qualche modo vanno a completare la formazione dei nostri studenti. Naturalmente il corso è organizzato non solo con dei crediti di tipo frontale, ma si caratterizza in particolare per una serie di esercitazioni laboratoriali che si basano su strumentazioni e laboratori che sono di moderna concezione. Sono stati ultimati nel giro degli ultimi due anni e rappresentano in questo momento dei laboratori di didattica e di ricerca molto avanzati. In generale, tutte le attività che si svolgono nel nostro Corso di Laurea, le cui attività frontali si svolgono a Paolo VI, sono attività e insegnamenti che non sono presenti a Bari, quindi non sono il duplicato di nessun altro Corso di Laurea. L’Università di Bari, quindi, ha voluto scommettere su Taranto proprio per il Corso di Laurea in Scienze Ambientali, perché Taranto rappresenta realmente l’area che da un punto di vista delle problematiche territoriali e delle bellezze naturalistiche da salvaguardare, rappresenta il posto adatto – se vogliamo, una specie di laboratorio a cielo aperto – in cui i nostri studenti possono formarsi, sia attraverso le lezioni frontali e le lezioni laboratoriali, ma anche e soprattutto per l’esperienza sul campo. I nostri studenti imparano a monitorare il territorio, monitorare i processi di tipo ambientale direttamente, e quindi partecipano sia con dei tirocini che con le tesi a misurare in maniera quantitativa i processi di tipo geologico, biologico, chimico, negli stessi ambienti in cui i nostri ricercatori, poi, lavorano.

Si tratta, quindi, di un lavoro non soltanto di didattica ma di ricerca sul territorio. Ci può fare qualche esempio concreto di una particolare attività che svolgono gli studenti del Corso di Scienze Ambientali di Taranto?

I nostri studenti hanno la possibilità di effettuare sia i tirocini che le tesi presso una serie di imprese che si occupano di ambiente, e soprattutto partecipare alle ricerche che i nostri ricercatori hanno in questo momento in corso. Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lavorato alla caratterizzazione ambientale del Mar Piccolo, quindi il nostro Corso di Laurea è stato fortemente impegnato con le tesi dei nostri studenti a caratterizzare da un punto di vista ambientale il Mar Piccolo. Sapete benissimo che una serie di attività di tipo antropico hanno impattato in maniera pesante sul Mar Piccolo, ma al tempo stesso il Mar Piccolo offre delle aree di grande importanza dal punto di vista della biodiversità, e quindi rappresenta un’area perfetta per le nostre tesi e per i nostri studenti, perché ha da una parte le aree da salvaguardare e al tempo stesso delle aree da studiare, da monitorare, per quanto riguarda l’inquinamento e quindi per avere un’idea anche di che tipo di bonifica sarà possibile fare in futuro.

Come si inquadra questo Corso di Laurea all’interno dell’offerta formativa sia dell’Università di Bari che del territorio ionico?

Accennavo al fatto che questo Corso di Laurea è offerto da UniBa in maniera esclusiva. Non esiste un altro corso simile a Bari. Inoltre, i corsi di Laurea in Scienze Ambientali, in Italia, sono molto pochi se paragonati agli altri corsi di Laurea. Un tempo questi corsi di tipo interdisciplinare rappresentavano una specie di cenerentola; nello stesso modo venivano considerati i corsi di Laurea, ad esempio, in scienze naturali. In realtà, la scienza moderna in tutti i suoi campi, dalla geologia alla biologia alla chimica alla stessa medicina, è rappresentata in questo momento da ricerche di punta che lavorano sulla interdisciplinarità delle conoscenze. Quindi il nostro sforzo è quello di dar vita a una serie di attività formative che puntano all’interdisciplinarità, cioè all’interazione fra una serie di materie che un tempo venivano considerate come compartimenti stagni e che invece interagiscono a diverse scale, in differenti tempi, proprio nelle materie ambientali. Ancor più in generale, il nostro Corso di Laurea va a colmare una delle principali lacune della formazione scientifica, cioè la capacità di far interagire dei processi di tipo fisico, di tipo chimico, di tipo biologico, che normalmente vengono affrontati in maniera separata.

Nelle nostre precedenti interviste, diversi dei nostri ospiti hanno evidenziato una difficoltà a fare sistema sul territorio tarantino. Come si tenta questa cooperazione, ad esempio, sul Mar Piccolo, che è un oggetto di interesse da parte di numerosi soggetti (penso al fronte delle bonifiche, alla maricoltura, all’attività del Talassografico, oppure al Parco Regionale)?

Devo dire che proprio il Mar Piccolo che lei citava ci dà la possibilità, se vuole fiducia per il futuro, rispetto a queste collaborazioni, e questa capacità di fare sistema. In effetti il Mar Piccolo ha dato la possibilità direttamente al Talassografico, ma anche al Politecnico e all’Università di Bari, di lavorare a progetti comuni di caratterizzazione ambientale del Mar Piccolo, ma anche alle ipotesi di bonifica per il futuro. Devo dire che il fatto che siamo riusciti a mettere a punto una serie di soluzioni, ma anche dar vita ad una serie di collaborazioni scientifiche che stanno producendo una serie di pubblicazione e naturalmente una serie di applicazioni pratiche, devo dire che mi lascia ben sperare per il futuro, sotto questo aspetto.

Si sta parlando in maniera sempre più insistente dell’opportunità di raggiungere un’Università autonoma per Taranto. Da docente tarantino che lavora sul territorio di Taranto, qual è il suo punto di vista su questa possibilità che potrebbe concretizzarsi di qui a tre anni se verrà approvato il decreto che aprirà questa strada?

La mia purtroppo già pluridecennale esperienza di docente a Taranto ha visto più volte questa possibilità essere messa in campo. Devo dire che questa volta questo progetto sembra essere più reale, proprio perché esiste un forte nucleo di docenti decisi a portare avanti questo progetto di autonomia. Naturalmente questo progetto è in questo momento fortemente voluto anche dalle autorità locali e, come accennava, sembra che lo stesso Ministero sia fortemente orientato su questo fronte. La nascita di una Università autonoma a Taranto, a mio parere, deve basarsi su due fondamenti. Da una parte, replicare una serie di offerte didattiche e di ricerca che sono disponibili in altre sedi universitarie del Sud Italia ha poche possibilità di successo, nel senso che in generale la tradizione di grandi atenei come quello di Napoli, quello di Palermo, ma soprattutto quello di Bari fa sì che sarebbe difficile attirare studenti da queste aree. Invece, la possibilità di offrire una nuova Università non potrà che basarsi sull’idea di poter offrire qualcosa che sia non così usuale e molto più di eccellenza all’interno dell’Italia Meridionale.

Ovviamente il Corso in Scienze Ambientali potrebbe rappresentare uno di questi perni, essendo un Corso che non è un duplicato dell’Università di Bari e che, come diceva, non ha molti omologhi in giro per l’Italia.

Il nostro sforzo non potrà che essere, indipendentemente dall’autonomia universitaria, continuare ad offrire un Corso sempre più di eccellenza e sempre più calato nella realtà sia territoriale che nazionale, e questo naturalmente sempre con l’idea in mente di riuscire a coinvolgere docenti, studenti, dottorandi, ricercatori, che non provengono dallo stretto areale tarantino, ma che naturalmente interessano l’intera Italia meridionale, ma soprattutto i Paesi dell’area mediterranea.

Questo è un aspetto che non si sottolinea spesso quando si parla di autonomia universitaria, perché usualmente, anche a giusta ragione, si dice che l’autonomia universitaria dovrebbe cercare di frenare la fuga di cervelli che da Taranto continua ormai da decenni, ma poco si parla della necessità che ogni Università ha di attirare intelligenze dall’esterno.

Esattamente. Devo dire che questo si basa non solo sulla eccellenza dei docenti, della classe docente – poi le dirò qualcosa sui nostri docenti di Scienze Ambientali – ma si basa soprattutto sulla capacità di attirare fondi. Quindi, in generale, l’idea di una nuova Università a Taranto non potrà che basarsi anche sull’impegno dal punto di vista del Ministero di reperire una quantità di fondi non solo per una nuova classe docente, ma anche e soprattutto per trovare nuove sedi universitarie, attrezzare nuovi laboratori e così via. Queste non potranno che essere la base della formazione dei nostri studenti

Chiedendole un attimo di uscire dai suoi panni di coordinatore del Corso di Laurea in Scienze Ambientali e di parlare come semplice docente, come guarda lei a questa prospettiva dell’autonomia universitaria?

Il grande pericolo per l’Università di Taranto autonoma è quello di divenire una specie di periferia degli atenei del sud Italia. In questo momento stiamo lavorando con l’Università di Bari per cercare di aumentare quella che si definisce internazionalizzazione. L’Università di Bari, pur essendo un enorme ateneo, soffre di provincialismo, soffre della mancanza di studenti provenienti dall’area mediterranea, soffre della mancanza di un’offerta formativa che possa essere interessante per gli stranieri. L’Università di Taranto autonoma, quindi, non può che puntare su qualcosa che sia così tanto attrattiva da superare questo grosso limite che già l’Università di Bari ha. Questo per non incorrere nel rischio di diventare una periferia, una parte marginale dell’offerta formativa dell’Università nel sud Italia.

Ai nostri microfoni il prof. Aldo Siciliano, presidente dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, ha lanciato un appello a quelli che saranno i docenti della futura o futuribile Università di Taranto a vivere su Taranto, a trasferirsi a Taranto e, comunque, a formare giovani del territorio perché possano garantire una presenza fisica nelle sedi universitarie che costituisca l’anima di questo progetto (leggi o ascolta qui l’intervista completa al prof. Siciliano). Come è vissuta adesso dai docenti l’esperienza sì di questo Corso in Scienze Ambientali, ma in generale del piccolo mondo accademico tarantino?

Fino a qualche anno fa, credo una decina di anni fa, chi veniva assunto nell’Università di Bari veniva assunto con la clausola che sarebbe stato a Taranto, nel senso che direttamente nel bando di concorso c’era questa indicazione. In realtà, questo tipo di indicazione non è più presente, quindi i docenti di Scienze Ambientali che fanno lezione a Taranto in realtà scelgono di venire a Taranto, nessuno di loro è costretto a venire a Taranto. Questo mi dà la possibilità di richiamare il fatto che la nostra classe docente in questo momento è fatta da una serie di giovani ricercatori e docenti. Questi giovani ricercatori, come le dicevo, hanno scelto di venire a Taranto perché hanno scelto di investire la loro professionalità, la loro ricerca del futuro, in un campo che è totalmente nuovo, che, se vogliamo, è totalmente vergine se si guarda alla interdisciplinarità delle materie che si insegnano.

E quindi con ampie prospettive di ricerca per chi decide di cimentarsi in questo campo.

Esattamente. E questo, devo dire, che da parte nostra è totalmente indipendente dal futuro dell’Università di Taranto, nel senso che tornerà utile a qualsiasi tipo di Università alla quale questo Corso di Laurea apparterrà.

Lei ha parlato di orizzonte ampio sul sud Italia e di orizzonte mediterraneo. Io allora le rivolgo una domanda che ormai i nostri lettori conoscono bene perché rappresenta il filo rosso del nostro ciclo di interviste. In vista di alcune scadenze che attendono la città di Taranto, di cui la principale sono i Giochi del Mediterraneo del 2026, come se la immagina Taranto nel 2026?

Se lei mi avesse fatto questa domanda dieci anni fa io le avrei risposto in maniera molto critica, perché Taranto davvero per molti anni ha mancato di prospettive. Le prospettive erano bloccate su un’idea se vogliamo industriale, e non si potevano discostare neanche lievemente da questo tipo di modello. Io vedo su Taranto – naturalmente io mi occupo del campo ambientale – una enorme dinamicità, non solo dal punto di vista del docente, dal punto di vista dei ricercatori, ma anche e soprattutto dal punto di vista della popolazione. Si stanno occupando di ambiente, in questo momento, cittadini che si organizzano in associazioni. Ad esempio ho conosciuto recentemente i giovani di “Plasticaqquà”, che sono organizzati in maniera quasi militare, per fare la raccolta della plastica in giro per i mari tarantini, oppure ho conosciuto la realtà di una serie di persone legate all’ambiente che stanno cercando di far eleggere l’area della Circummarpiccolo come luogo del cuore FAI. Tutte queste iniziative spontanee della cittadinanza mi lasciano ben sperare per il futuro, anche perché questa predisposizione della cittadinanza ha fatto attivare non solo le autorità pubbliche tarantine, ma anche la Regione. La Regione si sta spendendo per l’area di Taranto e l’esempio che citava del parco del Mar Piccolo ne è un esempio.

Se lei dovesse parlare oggi con un giovane che ha appena sostenuto, o che sosterrà magari l’anno prossimo, la Maturità, come lo inviterebbe a imboccare questo percorso delle Scienze Ambientali?

Sarebbe un’autovalutazione quella di dire che ci sono tantissimi docenti bravi nel nostro Corso di Laurea. Volevo citare il fatto che i nostri docenti sono molto giovani perché, in generale, la presenza di docenti giovani non solo rappresenta un avanzamento delle conoscenze, perché i giovani ricercatori portano sempre nuova linfa alla ricerca, ma anche e soprattutto danno l’entusiasmo e l’energia per lavorare per il futuro. Quindi una formazione affidata a una nuova generazione di ricercatori è senza dubbio un punto di forza del nostro Corso di Laurea. Inoltre, la presenza di una serie di laboratori di eccellenza è poco conosciuta, anche all’interno dell’Università di Bari. Noi abbiamo laboratori e attrezzature che sono all’avanguardia in questo momento e la cui innovatività è riconosciuta all’interno dell’Italia Meridionale, tanto che molte strumentazioni vengono utilizzate nelle collaborazioni che abbiamo con le altre Università e, in generale, veniamo inclusi in molti progetti di ricerca proprio perché le nostre strumentazioni sono all’avanguardia. Inoltre, se io devo pensare non solo a Taranto nel 2026, ma se devo pensare alla Puglia intera nei prossimi vent’anni, non posso che pensare ad uno sviluppo legato all’ambiente. Non solamente pensando alle attività economiche, industriali connesse ad una salvaguardia del nostro territorio, ma anche e soprattutto all’utilizzo del nostro territorio come diretta fonte di reddito e quindi non posso che immaginarmi, soprattutto nell’area di Taranto, una nuova classe di tecnici e di scienziati che si occupano dell’ambiente in maniera quantitativa ed applicata.


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