«Università, sì autonomia, no a concorrenza»

 

Aldo Siciliano (Istituto Magna Grecia): «Costruire l’offerta formativa insieme agli altri atenei pugliesi. I docenti vivano a Taranto, Università non funziona con i pendolari».
pubblicato il 23 Agosto 2020, 13:00
40 mins

Per questa sesta puntata della nostra rubrica “Parliamo di… Università” (clicca qui per leggere o ascoltare le interviste precedenti) continuiamo il nostro percorso alla riscoperta delle realtà di formazione e di ricerca che già esistono sul nostro territorio e che spesso sono sconosciute o poco conosciute ai più. Per questo abbiamo raggiunto telefonicamente il prof. Aldo Siciliano, presidente dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, ente organizzatore del Convegno Internazionale di studi sulla Magna Grecia.

La lunga chiacchierata (sinora la più corposa delle nostre interviste) presenta numerosi spunti (anche polemici) sulle opportunità del nostro territorio, sulla sua ricchezza in termini storici e paesaggistici e sulle linee guida per far sì che l’opportunità dell’autonomia universitaria si concretizzi nel modo migliore.


ASCOLTA L’INTERVISTA COMPLETA


Come è nato il Convegno di Studi sulla Magna Grecia, che cos’è, di che cosa si occupa, e perché è così importante per la cultura tarantina, nazionale e internazionale?

Io tengo molto a Taranto, alla città, al territorio. Professionalmente sono impegnato nel campo dei Beni Culturali in quanto docente universitario, però Taranto è nel mio cuore, profondamente nel mio cuore. Io addirittura acquisterei uno di questi piccoli vecchi appartamenti in Taranto Vecchia – preferisco ancora definirla Taranto Vecchia – per abitarci, però non mi è possibile perché io non sono cittadino di Taranto. Mi permetto di ricordare che l’Istituto Magna Grecia è stato costituito in Taranto nel 1979. È un’associazione con carattere culturale, non ha fine di lucro, è istituzione riconosciuta e finanziata anche dal Ministero come particolarmente rilevante per gli interessi e le attività che va a realizzare. È stato costituito nel 1979 a seguito dell’esigenza di creare una struttura stabile di supporto scientifico e organizzativo per i Convegni, nati nel 1961. 1961-2020. Quest’anno si dovrebbe realizzare la sessantesima edizione del nostro Convegno

Covid permettendo…

È chiaro che noi avevamo già una data di inizio e l’indicazione dei giorni di svolgimento del Convegno. Noi apriamo il Convegno l’ultimo giovedì del mese di settembre. Però quest’anno abbiamo incertezze, abbiamo grosse difficoltà nel poter organizzare in tale data il Convegno. Stiamo studiando possibilità alternative; c’è un collegamento da remoto, però viene snaturato completamente il significato e il tipo di organizzazione del nostro Convegno, ma l’appuntamento sessantennale non può essere annullato quest’anno. Lo facciamo perché tutti gli studiosi lo attendono, lo facciamo perché i giovani sono ansiosi di partecipare, ma lo facciamo anche – e soprattutto, in questo caso – per Taranto, per il suo territorio, per la Regione, più in generale per tutta la Magna Grecia, come per riconoscenza nei confronti di questi enti che hanno reso possibile la realizzazione di un convegno che ha una durata ininterrotta nel tempo credo unica. Nessun convegno di storia dell’archeologia, che io sappia, dura da sessant’anni senza una interruzione. Com’è nata l’iniziativa. L’iniziativa è nata grazie a Carlo Belli. Carlo Belli era un giornalista, ma soprattutto era un pittore, era un musicista, che alla fine della Seconda Guerra Mondiale con una camionetta girava in Italia Meridionale per approvvigionarsi di alcool, che serviva al nord per fini industriali. Conobbe, così, tutta questa realtà e quando giunse a Taranto, anche se il suo primo viaggio fu piuttosto breve, si innamorò immediatamente della città. Non è strano, innamorarsi di Taranto è facile. Taranto è qualcosa di più. Alcuni la definiscono capitale della Magna Grecia in senso amministrativo, ma questo è sbagliato. Taranto è capitale in quanto capitale di cultura di un territorio. Carlo Belli venne in rapporto con Gennarini, che era un corrispondente del quotidiano “Il Tempo” originario di Taranto, venne in contatto con l’ing. Cassano, allora presidente dell’ente per il turismo, e divenne un’abitudine incontrarsi e discutere di prospettive e di progetti per Taranto. Ecco, loro non avevano interessi immediati personali, loro erano persone con una mente aperta.

Potremmo dire oggi un cenacolo intellettuale

Un cenacolo intellettuale famosissimo. Crearono la galleria Taras, vi fu una mostra di pittori contemporanei dei più accreditati. Veramente fu un’esperienza unica, che fece conoscere anche ai giovani le nuove tendenze artistiche. Quella è stato secondo me la rinascita di Taranto, che aveva in sé tutte le potenzialità, ma… io non sono tarantino, però il detto tarantino «Purché non lo faccia un altro» credo sia stato un problema per la città stessa. Invece questi personaggi capirono che l’interesse personale è secondario rispetto all’interesse generale di tutti i cittadini. Carlo Belli, su una rivista locale che si chiamava Taranto Oggi, una rivista un po’ particolare, pubblicata ogni tre mesi, scrisse un lungo articolo nel quale proponeva di organizzare su Taranto un Convegno sulla Magna Grecia, come a Spoleto c’era quello sul Medioevo, a Ravenna sui Bizantini, a Bari quello sui Normanno-Svevi. Disse: «Perché non lanciamo il nome di Taranto nella cultura internazionale attraverso un Convegno?», che, però, aveva ben chiaro che non doveva essere il Convegno fatto “in famiglia” tra pochi amici, ma un Convegno al quale dovevano partecipare tutti i più grandi e più accreditati studiosi mondiali del settore, e Carlo Belli proponeva di coinvolgere molti giovani, laureandi e neo-laureati, perché potessero in queste giornate entrare in contatto con i massimi esperti, e quindi rendersi conto di quali erano le tendenze e quali erano gli sviluppi potenziali di questo settore. Questa fu un’idea veramente geniale. Il coinvolgimento dei giovani significava non pensare ad una vetrina per i grandi studiosi, ma significava anche promuovere attraverso i giovani che sarebbero cresciuti la cultura antichistica in generale.

Direbbero gli amanti dello sport che si è creato una sorta di vivaio per questi giovani studiosi.

È stata secondo me l’idea vincente. Tutti gli enti territoriali hanno partecipato veramente con adesione totale. Partecipare ai convegni di Taranto è diventato un qualcosa di prestigioso per gli studiosi invitati come relatori, perché significa il riconoscimento del livello scientifico. Quando finisce il Convegno, ogni anno, ci diciamo «Ci rivediamo a Taranto». Quando ci facciamo gli auguri per l’anno nuovo, normalmente scriviamo «Allora ci vediamo a Taranto?» È stato un modo per lanciare il nome di Taranto in ambito internazionale, non per episodi di cronaca ma come produttori di cultura, come studiosi, come persone che sentivano l’esigenza di un approfondimento. Questo è stato l’aspetto, a parer mio. L’importante, però, per organizzare un Convegno a quei livelli, era trovare un segretario generale che avesse grandi capacità organizzative ma fosse nel contempo uno studioso di fama internazionale.

Due aspetti che non sempre vanno a braccetto.

Normalmente non vanno quasi mai a braccetto. In alcuni casi sono matrimoni di interesse in cui marito e moglie hanno esigenze diverse. In questo caso, invece, si trovò un giovane che era il direttore del museo di Napoli: Attilio Stazio. Belli, Cassano, Attilio Stazio sono stati coloro che hanno costruito, lanciato e disegnato un progetto che doveva durare nel tempo. Se fosse stato un progetto non particolarmente valido, nel giro di qualche anno tutto sarebbe passato nel dimenticatoio o sarebbe diventato qualcosa di routine, da ripetere ogni anno ma senza una reale partecipazione. Attilio Stazio era un giovane, coadiuvato dalla moglie – dietro ogni grande uomo c’è sempre una donna – che ha avuto un ruolo fondamentale, Sara Stazio. Ricordiamoci i padri di questa istituzione: Giovanni Pugliese Carratelli, Dinu Adameșteanu, De Franciscis, Lepore, Georges Vallet, veramente il gotha, persone che poi avevano istituito un rapporto personale. Io ricordo che Attilio Stazio ogni domenica – perché poi ci sentivamo, io ero il suo allievo – telefonava ad alcuni di questi personaggi e si scambiavano le idee sulle attività da progettare e svolgere. Dico progettare e svolgere, non svolgere e progettare.

Ed è una differenza sottile ma cruciale.

In effetti, noi abbiamo avuto a Taranto la fortuna della presenza di alcune persone. Non vorrei dimenticare però altri che in modo molto discreto sono stati accanto al Convegno e all’Istituto, ma che sono stati fondamentali. Mi riferisco a Eduardo Costa, deceduto alcuni mesi fa. Una persona che con signorilità, grande intelligenza, acume e impegno ha supportato tutte le attività dell’Istituto e del Convegno. A lui la nostra gratitudine. L’Istituto ha un suo consiglio direttivo eletto tra i soci ordinari e poi all’interno di questo consiglio direttivo vi è anche un presidente del comitato scientifico, che è il prof. Mario Lombardo, dell’Università del Salento.

Nei primi anni il Convegno si è svolto in diverse sedi. Si è svolto nella sede del Museo Nazionale, si è svolto presso la Provincia, nel teatro di Sant’Antonio, poi per lunghi anni in un albergo di Taranto, però la mia idea fissa nel momento in cui entrai a far parte del Consiglio Direttivo era quella di dotare il Convegno di una sede istituzionalmente culturale, cioè non in un albergo. E quindi qual era la destinazione più significativa? L’Università. E infatti negli ultimi anni, grazie all’Università di Bari, sede di Taranto, noi svolgiamo i nostri lavori nell’ex-convento di San Francesco, nella chiesetta interna del convento.

L’ex-Convento di San Francesco

Quella che alcuni tarantini ricordano ancora come la caserma Rossarol.

Quello che è il mio sogno è vedere che via Duomo diventi una grande via della cultura, che congiunga l’Università, l’Istituto, la Sovraintendenza. Io ho visto esperienze in altre città in cui è stato possibile realmente trasformare il centro storico in un centro di vita. Il nostro Convegno si svolge presso questa sede veramente prestigiosa, da fare invidia. Questi palazzi di Taranto erano stati abbastanza trascurati. Quando io cominciai a collaborare con l’Istituto ricordo che andammo a visitare la caserma Rossarol e dovevamo fare alcune attività in quell’area, ma proprio i tarantini ci sconsigliarono perché dissero che era un rischio. Ora mi sembra che quell’area ormai sia un’area non dico tranquilla ma un’area in cui si può operare e ci si può impegnare perché quell’area migliori. Le cose non vengono necessariamente dal Padre Eterno. Ciascuno di noi si dovrebbe impegnare maggiormente e dare un apporto fattivo e costruttivo perché le situazioni migliorino.

Lei mi dà un assist, per rimanere sulla metafora sportiva, per andare a riflettere su quello che l’Università ha rappresentato per la città di Taranto. Non dimentichiamo che se quella zona della Città Vecchia è molto diversa da come la ricordavamo è soprattutto grazie all’insediamento della Facoltà di Giurisprudenza. Cosa potrebbe rappresentare in termini di cambiamento di prospettiva, di cambiamento di visione, avere una maggiore presenza universitaria a Taranto e poi l’autonomia universitaria?

Sicuramente l’autonomia sarebbe – o sarà – un fatto assolutamente positivo, però quando noi parliamo di autonomia non dobbiamo parlarne in astratto. Teoricamente è chiaro che l’autonomia non può che apportare benefici, però l’autonomia deve essere costruita in maniera adeguata dalla prima fase. C’è il rischio che succeda quello che è successo per qualche facoltà l’anno scorso, che si parta ma la situazione non è ancora matura. Perciò autonomia sì, ma autonomia in un disegno generale in cui non ci sia un contrasto tra varie sedi universitarie e tra varie Università, ma ci sia un disegno che veda coinvolte tutte le Università pugliesi, che propongano uno sviluppo nelle varie città tenendo presente che l’Università non è la scuola media o il liceo, è un’istituzione di alto livello e di alto profilo. Quindi è inutile creare tanti Corsi di Laurea in Beni Culturali o tanti Corsi di Laurea specialistici o Scuole di Specializzazione in Beni Culturali. È assurdo. Puglia e Basilicata, a parer mio – questo l’ho detto da quando ero piccolino – dovrebbero avere possibilmente un’unica scuola di specializzazione, ma è difficile che le sedi che già sono organizzate in tal senso cedano. Però, se tutti fossimo veramente interessati allo sviluppo dei territori, credo che Taranto dovrebbe avere questa scuola. Quando si parla di patrimonio culturale, di paesaggio e di quant’altro, io penso che Taranto abbia poco da invidiare ad altre sedi. Quello che è difficile è poi organizzare concretamente. Quando parlavamo di nascita del Convegno parlavamo di Attilio Stazio. Sicuramente ci vogliono persone che siano disposte a trasferirsi a Taranto o far crescere giovani di Taranto. Non è possibile continuare con i pendolari a livello di università.

Questo tema è ritornato continuamente in queste nostre interviste.

I docenti dovrebbero vivere su Taranto. Non nel senso di chiudersi a Taranto, perché il ricercatore istituzionalmente ha un interesse internazionale, delle esperienze internazionali, però il docente non deve passare da una sede per fare lezione e poi tornarsene a casa sua. Io sono stato abituato, ai tempi in cui ho studiato all’Università, ad avere docenti con cui si poteva discutere dalla mattina alla sera. Solo così si cresce, sennò registriamo le lezioni e le mandiamo in videoconferenza e chiudiamo tutto. No. Il rapporto umano, il confronto è necessario. Quindi ci vorrebbe del personale che avesse un impegno non dico esclusivo, ma prevalente su Taranto. Ora dico pure una cattiveria. Gli insegnamenti da attivare devono essere quelli portanti. Io ho insegnato Numismatica, ma prima di Numismatica so benissimo che dovrebbero attivare Storia Antica e Archeologia. Poi si può attivare anche Numismatica.

Altrimenti corriamo il rischio di una specializzazione senza basi.

Io sono alquanto contrario anche al tre più due, eh…

Questo è un tema che ci porterebbe a spaziare moltissimo perché ha fatto tanto discutere nel mondo universitario.

Tutti hanno tagliato. Quando c’era da tagliare si è tagliato sempre sull’Università, la scuola, la sanità, per poi dire «Le cose non vanno bene». L’Università, per sua vocazione, è un centro di ricerca di interesse internazionale, che si insedia in un territorio e cerca attraverso la ricerca pura anche di creare dei vantaggi e delle situazioni utili per il territorio stesso.

In un’intervista al nostro direttore, il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci ha detto che l’offerta formativa dell’Università degli Studi di Taranto dovrà essere costruita evitando corsi eccessivamente generalisti ma anche evitando doppioni di realtà che già esistono in Puglia e nelle università vicine. Se lei dovesse designare alcuni corsi che a Taranto non potrebbero mancare, quali individuerebbe?

Io dico Beni Culturali, Patrimonio, Paesaggio e quant’altro, Scienze del Mare, Medicina, però ripeto, il tutto potrà funzionare solo se c’è massima condivisione con le Università esistenti, perché non si deve entrare in alternativa. Quando fu fatta la riforma Gelmini, noi docenti – abbiamo grossissime responsabilità – per dimostrare che avevamo un ruolo e un potere abbiamo attivato moltissimi corsi di laurea direi quasi inutili, ripetitivi, che non riuscivamo a supportare anche con i docenti in organico. Nel momento in cui ci sono stati i pensionamenti questi corsi, di fatto, si sono svuotati. Dobbiamo avere ben presente un fatto: coloro che studiano Beni Culturali chiaramente hanno fatto la scelta di indirizzare il loro futuro in questo settore, però se questo settore non si apre perché gli enti territoriali e il Ministero non creano reali possibilità, molti di questi ragazzi io vedo attualmente stanno sostenendo esami integrativi per poter insegnare. Io dico che nella vita non è che bisogna guardare le potenzialità di un’attività, ma bisogna guardare innanzitutto, soprattutto alle proprie vocazioni. Se io faccio una cosa che mi piace sicuramente la faccio meglio rispetto ad un’attività che io sto intraprendendo solo perché ci sono maggiori guadagni e maggiori potenzialità occupazionali. In questo caso è tutto un sistema che va modificato.

Anche perché, uscendo fuori dalle righe, avere degli insegnanti che scelgano la strada dell’insegnamento come ripiego non fa bene neanche alla scuola.

Insegnare non è un ripiego. Io da piccolo sognavo di fare il medico. Non ho avuto le possibilità di farlo perché eravamo cinque figli e non avevamo la possibilità di andare a studiare fuori facoltà così impegnative e io ho preso, anche su suggerimento dei miei docenti, la Facoltà di Lettere, ma per me non è un ripiego! Io ringrazio – non so chi si debba ringraziare – per aver avuto tutte queste opportunità di esprimere le mie potenzialità. Per me essere al servizio degli altri è il momento fondamentale per chi si vuol definire uomo. Cerco di impegnarmi sempre anche per gli altri. È chiaro che io ho avuto anche grandi vantaggi da questo mio impegno, da queste mie attività, però io vi giuro che lo faccio con assoluto trasporto. Per me non lavorare, e soprattutto non lavorare per gli altri, è veramente mortificante, significa chiudermi in me stesso, ma noi non siamo studiosi dell’800, noi viviamo nel XXI secolo. Dobbiamo fare per gli altri, perché gli altri sono anche noi stessi. Ma questi sono miei problemi…

In realtà sono discorsi che c’entrano molto se rientriamo su quanto abbiamo detto prima sulla necessità che coloro che dovranno portare avanti gli insegnamenti universitari a Taranto si dedichino veramente anima e corpo a questa missione.

Quello che vorremmo, come Istituto, è indirizzare la nostra attività nel settore della ricerca storico-archeologica, nella produzione della didattica e degli aspetti divulgativi, nell’utilizzo di nuove tecnologie nella comunicazione culturale, nel ruolo di interfaccia tra mondo della ricerca e del lavoro quale sostegno all’attività propria dell’università e degli enti pubblici. Ce la vogliamo fare anche ad offrire un servizio concreto. C’è una cosa che è particolarmente fastidiosa. Ogni tanto qualcuno ci ricorda che noi siamo un Convegno di specialisti che non si rivolge al cittadino normale. Questa è proprio veramente una cosa che diventa difficile comprendere. Quando si fa un Convegno di chimica non è che inviti la cittadinanza, tu inviti i massimi studiosi del settore. Però noi vogliamo divulgare la nostra attività, e allora ormai da tre o quattro anni noi svolgiamo il Convegno in diretta. Chiunque, quindi, dalle scuole, da casa, può seguire i lavori del Convegno, e credetemi, è un Convegno altamente scientifico, quindi ovviamente non tutti sono in condizione di poter seguire i nostri lavori.

Non tutti hanno gli strumenti culturali per poterlo fare.

Non ha senso dire: voi vi dovete rivolgere a tutte le categorie. Però noi, collateralmente al Convegno, svolgiamo un’esposizione di enti del settore dell’antichità a cui abbiamo invitato le maggiori case editrici italiane e straniere, scuole archeologiche, università in generale, centri studi, e quindi divulghiamo anche questo. Poi, durante il Convegno c’è una mostra di poster in cui tutte le Sovrintendenze espongono dei pannelli con le loro attività, e quindi si fa conoscere quello che realmente accade. Vogliamo essere un’interfaccia tra la ricerca pura e la valorizzazione, quindi tra vari enti del territorio. È un impegno sicuramente gravoso, ma riusciamo ad avere molte di queste cose grazie al contributo del Ministero, ma non è un contributo consistente, dovete credermi. Noi del consiglio direttivo non abbiamo un gettone, andiamo e veniamo con la macchina nostra, per quelli che non abitano a Taranto, ma lo facciamo con grande passione perché non ce l’ha mica ordinato qualcuno di impegnarci in questo tipo di attività. Se noi lo facciamo significa che ci crediamo. Se ci crediamo dobbiamo impegnarci, e impegnarci significa al limite anche spendere propri soldi. Ma questo è un aspetto assolutamente marginale, non è il più importante.

La nostra sede attualmente è Palazzo D’Aquino, quindi proprietà del Comune di Taranto, in comodato d’uso all’Università e grazie all’Università di Bari noi abbiamo una prestigiosa sede. Il rettore Uricchio e il precedente, Petrocelli, ci hanno concesso l’utilizzo dei saloni di rappresentanza della loro sede, quindi è stato un gesto veramente lungimirante e generoso. Attualmente abbiamo un problema di spazi. La nostra biblioteca ha circa 20.000 volumi in esposizione in questi saloni, però ne abbiamo altri 30.000 che abbiamo depositato in varie sedi grazie all’offerta addirittura di un’azienda privata, siamo al palazzo dell’Archita, altri libri ce li abbiamo sparsi in altre strutture e vorremmo riunificare tutto. Il mio progetto – quando dico mio parlo a nome dell’Istituto – vorrebbe essere unificare la biblioteca dell’Istituto Magna Grecia, della Sovrintendenza, dell’Archita, dell’Archivio, di tutte le istituzioni culturali, che creino un fiume di cultura lungo via Duomo. Sarebbe bello riuscire a realizzare questo progetto. Il Comune attualmente, poiché l’Università sta rinunciando a parte degli spazi in Palazzo D’Aquino, è disponibile a incrementare gli spazi che abbiamo. La nostra biblioteca, quindi, ha 30.000 volumi che non sappiamo dove mettere, con rischio di deterioramento del nostro patrimonio librario. Chiaramente ci vuole una grande forza ma ci vogliono anche dei fondi. Ripeto, noi abbiamo al fianco sicuramente l’Università e il Comune, ma anche la Regione in quest’ultimo periodo ci sta dando una buona mano finanziando i nostri progetti, ma questo non significa la sicurezza per quanto riguarda le possibilità, le potenzialità che potrebbe esprimere l’Istituto. Ma non si può pretendere tutto in una volta. Quando si va ai livelli istituzionali non si va solo a chiedere fondi, si dovrebbe andare a proporre iniziative e a condividerle, perciò noi ci aspettiamo anche da queste istituzioni una collaborazione massima. Ripeto che in quest’ultimo periodo sta molto migliorando, per cui all’Istituto viene riconosciuto un ruolo per l’impegno e per le attività svolte in sessant’anni.

Noi abbiamo pubblicato i primi cinquantacinque atti del nostro Convegno, abbiamo una serie di collane che riguardano i culti e i miti dei vari centri della Magna Grecia. Abbiamo diverse collane attive, vorremmo continuare in questa iniziativa, ribadendo che il nostro è un Istituto scientifico, che però vuol fare divulgazione e promozione, anche per essere interfaccia tra ricerca, Università e mondo del lavoro. Noi abbiamo avuto buone collaborazioni anche dalla Camera di Commercio. Incredibile a dirsi, ma nel peregrinare perché non avevamo una sede, la Camera di Commercio ci ha offerto la sua sede alla Cittadella delle Imprese. Quello che meraviglia è che a volte c’è notevole sensibilità da parte di enti che non hanno uno specifico compito in questo settore, però Sportelli, l’attuale presidente, e anche il precedente, ci sono sempre stati particolarmente vicini. Quello che mi fa particolarmente piacere è che anche istituzioni culturali locali ci propongono attività da svolgere insieme. Noi con le varie scuole di Taranto abbiamo vari progetti di alternanza scuola-lavoro. Cerchiamo di impegnarci nel territorio, chiarendo che non è un Istituto che ha interessi e impegni esclusivamente su Taranto, ma a parer mio noi dobbiamo guardare con sempre maggior attenzione a Taranto, perché Taranto ci ha permesso 59 edizioni del Convegno. A volte ci sono stati rapporti un po’ freddi con le istituzioni, molti sono abituati a prendersi un ruolo formale, ufficiale che non hanno avuto. Se uno si è impegnato realmente poi gli si può riconoscere questo ruolo. Nel complesso, ripeto, l’Istituto Magna Grecia è obbligato nei confronti del territorio di Taranto e della Regione in generale e vorrebbe, in occasione del sessantennale, rendere omaggio alla città di Taranto attraverso un tipo di inaugurazione diverso rispetto agli altri anni, perché sicuramente non si può fare con duecento partecipanti, perché non esistono le strutture e poi diventa sempre più pericoloso, anche perché molti studiosi vengono dall’estero e avrebbero difficoltà a raggiungere l’Italia e poi rientrare nei loro Paesi. In questa fase quello che ci piace è chi propone qualche idea, non chi giudica solamente. I tempi della scuola sono finiti, in cui si fanno gli esami agli altri. Questo è il tempo in cui ognuno deve offrire un suo apporto attraverso un impegno che è un impegno soprattutto di idee, di progetti, di progettazione. Noi abbiamo al fianco, per fortuna, una cooperativa di giovani di Taranto, la Museion; non voglio fare pubblicità ma sono davvero molto bravi, utilissimi nelle nostre attività. Noi coinvolgiamo, quindi, anche un gruppo di giovani tarantini in queste iniziative, e noi riusciamo a portare molti ospiti negli alberghi, nei ristoranti, e credo che non tutti, poi, paghino in tempi brevissimi. Poveretti, molto spesso quando sono gli enti pubblici a dover pagare debbono aspettare un bel poco di tempo. Noi cerchiamo di fare un po’ di tutto, ma noi non chiediamo, noi offriamo un servizio alla città. Se la città ritiene che quello che proponiamo di fare è utile e opportuno e realizzato in maniera adeguata, ci stia sempre più accanto in tutti i sensi. Il futuro lo disegneranno i giovani. Ormai noi siamo una generazione anche che deve cominciare a pensare ad altri, perché abbiamo una certa età, ma non è questione di età, non è che i giovani hanno sempre ragione o maggiore grinta, ma perché crediamo che questi giovani, se noi siamo stati capaci di prepararli, hanno un futuro. Se noi non lo abbiamo fatto abbiamo fallito in parte il nostro compito. Perciò dobbiamo pensare molto ai giovani, ma i giovani si devono lasciar coinvolgere. Non devono essere forzati, ma devono dimostrare di conoscere un mestiere. Cerchiamo di essere vicino soprattutto ai giovani, cerchiamo di essere vicino al territorio. Per esempio gli atti del Convegno, che hanno diffusione internazionale, noi li pubblichiamo facendo una gara con tipografie del territorio. Una volta si stampavano a Napoli e quindi quei soldi, che erano soldi in parte provenienti da fondi territoriali, andavano fuori territorio. Non vogliamo chiuderci, però mi sembra giusto, se il territorio di Taranto o la Regione ci danno dei fondi, nel momento in cui andiamo a stampare gli atti, a parità di qualità di servizio ma con prezzi notevolmente inferiori, noi ci dobbiamo rivolgere al territorio.

In maniera tale da creare un po’ di economia circolare, si direbbe.

Però quello che è importante, sarà una frase fatta, è fare sistema. È la cosa più difficile.

Un altro tema che è ritornato molto spesso.

Non è vero che tutti abbiano voglia di fare sistema. Alcuni cercano di avere solamente una visibilità, però ricordiamoci che alla fine chi verrà dopo di noi ci giudicherà per i risultati, non per le apparizioni in tv o sui giornali di qualcuno di noi, ma si ricorderà perché siamo riusciti a creare qualcosa che rimane per sempre. Ecco perché il Convegno nato sessant’anni fa ha dei padri fondatori a cui noi dobbiamo la nostra gratitudine eterna perché hanno saputo impostare. Non bisogna, poi, bloccare un’iniziativa rispetto ad un disegno, perché questo disegno si può modificare, anzi, si deve modificare, perché le necessità scientifiche, le situazioni vanno a variare e allora dobbiamo avere il coraggio di cambiare anche noi le situazioni, cambiarle sempre avendo in mente una strategia e un disegno generale. Io mi auguro che Taranto possa avere il riconoscimento di Capitale della Cultura, lo merita assolutamente. Noi ci impegneremo anche per i Giochi del Mediterraneo; se ci sarà chiesta la collaborazione noi siamo disponibili a dare un apporto. I temi dei prossimi convegni sono “La Magna Grecia e la Sicilia in epoca arcaica”, poi “La Magna Grecia e la Sicilia in epoca ellenistica”, poi “Taranto e Siracusa, due capitali nel Mediterraneo”. Noi cerchiamo anche di ampliare gli orizzonti, per coinvolgere nuovi territori, ma anche per ricordare a tutti che Taranto ha avuto un ruolo Mediterraneo. Taranto non è la capitale della provincia di Taranto, Taranto è qualcosa di cui bisogna essere orgogliosi di esserne figli.

Bisogna esserne all’altezza.

Quindi lasciamo stare esigenze personali, impegniamoci tutti, questa città lo merita, a questa città noi lo dobbiamo, perché se siamo quelli che siamo lo siamo anche grazie all’antica città di Taranto. Non dimentichiamoci che Taranto ha avuto vitalità non solo nel periodo greco e poi romano, Taranto è una continuità di vita. Non è che c’è stata un’interruzione e adesso noi stiamo riscoprendo le nostre origini. Taranto è una città che ha avuto una sua storia. Aiutiamola a uscire dalla cronaca. Quello che mi piacerebbe è quando Taranto diventerà Capitale Italiana della Cultura – ho detto diventerà, non potrebbe diventare – Taranto avrà i Giochi del Mediterraneo, Taranto avrà altre iniziative, vedere tutti insieme a organizzare queste manifestazioni, perché quello che deve crescere è il territorio, che deve crescere sicuramente economicamente, ma il territorio deve crescere anche culturalmente, perché alla base di tutto per me c’è la cultura, che dobbiamo cercare di diffondere. Io vedo situazioni particolari, ormai siamo diventati tutti tifosi e per principio bisogna parlar bene o male degli altri. Questo è l’elemento peggiore che ci potesse capitare. Taranto, la Puglia, l’Italia hanno grosse potenzialità, però queste potenzialità vedranno una realizzazione non bisticciando e offendendosi quotidianamente, ma facendo veramente corpo unico, una squadra che possa conquistare la coppa del Mondo, non solamente il primo posto nel girone di Eccellenza.

Con questo direi che lei ha già abbondantemente risposto a quella che è la nostra domanda simbolo, che è su come dovrebbe essere, o su come sarà Taranto nel 2026.

L’orizzonte Mediterraneo è una chiave di sviluppo. Veramente, ampliamo i nostri orizzonti. Taranto non è Taranto, Taranto è Salento, Taranto è Puglia, Taranto è Magna Grecia, Taranto è Mediterraneo. Non rimaniamo a Taranto capitale di se stessa, ma andiamo verso Taranto del futuro, capitale di cultura, non dimenticando anche lo sviluppo economico, perché se c’è lo sviluppo economico è più facile che la gente si impegni anche nel settore culturale. C’è questa perenne dicotomia tra salute pubblica, cultura e pancia, detto volgarmente. È la peggiore cosa che possa capitarci. Tentiamo di non incrementare questa situazione che ormai si sta sviluppando e si sta arrotolando, attorcigliando intorno a se stessa. Taranto ti amiamo, Taranto siamo tuoi figli e Taranto vogliamo e cerchiamo di essere anche persone che successivamente si ricorderà che abbiamo dato un contributo per la ripresa di questa città. Con Taranto nel cuore, con Taranto nella mente un abbraccio a tutti quanti, auguri di buon lavoro, ma soprattutto auguri Taranto.


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