«Università, la ricerca porti innovazione sul campo»

 

Giovanni Fanelli (Talassografico): «Necessaria stretta collaborazione fra Università e istituti di ricerca. L’acquario? Grande opportunità, come mettere maschera e pinne a migliaia di persone».
pubblicato il 16 Agosto 2020, 13:00
26 mins

Siamo giunti al quinto appuntamento di “Parliamo di… Università”, il nostro ciclo di interviste per accendere un riflettore sulle realtà accademiche del nostro territorio in vista della possibilità che nasca un Ateneo autonomo. Dopo la LUMSA (leggi qui l’intervista a don Antonio Panico), poniamo il focus su un’altra realtà del nostro territorio: il Talassografico. Con noi il direttore Giovanni Fanelli, per una chiacchierata che spazia dalle ricchezze dei mari di Taranto ai problemi del mondo accademico, alle opportunità che la ricerca può offrire per l’economia del territorio, fino alle polemiche sul progetto dell’acquario e sulla possibilità di realizzarlo nel pieno rispetto degli organismi viventi.


ASCOLTA L’INTERVISTA COMPLETA


Domanda preliminare: che cos’è il Talassografico, qual è la sua storia e che cosa fa su Taranto e per Taranto?

Attualmente la denominazione esatta è Sede dell’Istituto di Ricerca sulle Acque, un istituto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il più grande ente di ricerca italiano. La nostra sede è nota come Talassografico perché da tempo era nato proprio come istituto sperimentale Talassografico. Poi, nell’ambito di una riorganizzazione del CNR, siamo diventati prima Istituto, con un’altra denominazione, e infine sede dell’IRSA. È un ente di ricerca; noi ci occupiamo prevalentemente di ambiente marino – da cui il nome Talassografico – da un po’ tutti i punti di vista: dal punto di vista delle componenti abiotiche, e quindi componenti l’habitat dal punto di vista chimico-fisico, e delle componenti biotiche, quindi alghe, animali, invertebrati di ogni genere. Il nostro cavallo di battaglia, se vogliamo, è proprio quello della biodiversità: la biodiversità strutturale, la biodiversità funzionale dei nostri mari. Io parlo dei nostri mari anche se noi, oltre al Mar Piccolo e Mar Grande che sono proprio la nostra palestra, svolgiamo attività di ricerca in tutta la Regione e in altre parti del Mediterraneo. Parliamo di biodiversità, ma anche di chimica ambientale, di microbiologia e di tossicologia, però poi tutte queste conoscenze le mettiamo a disposizione della comunità, e quindi siamo a disposizione degli enti, delle amministrazioni, delle forze di polizia, ma soprattutto in questo ultimo periodo stiamo veramente accelerando il nostro contributo allo sviluppo delle piccole e medie imprese, che sono il tessuto produttivo della città.

Diciamo molto spesso che il mare di Taranto è una ricchezza straordinaria. Immaginiamo che adesso venga qualcuno da Marte, che non sappia nulla di Taranto e del suo mare. Come spiegargli qual è la ricchezza del mare di Taranto, qual è la sua peculiarità, perché è così ricco e così speciale da meritarsi un istituto che si occupi di studiarlo?

Quante ore abbiamo a disposizione? Il discorso sarebbe lunghissimo. Noi siamo proprio al centro del Mediterraneo: al centro c’è il Golfo di Taranto, poi il Mar Grande, poi, sempre più confinato, il Mar Piccolo. Già essere al centro del bacino è fonte di biodiversità, di diverse caratteristiche, diverse influenze di correnti e sistemi ambientali. Poi anche questo grado di confinamento progressivo, man mano che entriamo dal Golfo in Mar Grande, poi finalmente nel Mar Piccolo attraverso il primo seno e il secondo: le condizioni si fanno sempre più particolari. Tutti questi fattori determinano una variabilità ambientale incredibile. Vogliamo aggiungere anche le sorgenti di acqua dolce dei citri e la forte antropizzazione – siamo un sistema che raccoglie le acque da tutto un territorio molto antropizzato tutto attorno. Questo determina una altissima produttività di questi mari, che storicamente sono sempre stati alla base della nostra molluschicoltura, attività assolutamente sostenibile e altamente produttiva. Tutti questi fattori determinano questa elevatissima ricchezza di specie che è presente nei nostri mari e che è alla base della stabilità di questo sistema, nonostante gli impatti che periodicamente provochiamo a questo ambiente, o cambiamenti drastici dovuti al clima. Siamo in agosto, fa un caldo terribile, il rischio nel Mar Piccolo, soprattutto nel secondo seno, è che ci siano le cosiddette “scaldate”, come le chiamano i miticoltori: l’acqua si stratifica, si scalda in superficie; stratificandosi impedisce la circolazione dell’ossigeno e determina una moria totale anche dei mitili. Ecco, una volta passato questo fenomeno, il Mar Piccolo ormai abbiamo visto come, grazie alla sua struttura, alla biodiversità, alle sue capacità, riesce a rigenerare velocemente e nel giro di qualche mese ritorna ad essere quello che era prima. Ma di questi esempi ne possiamo fare tantissimi altri. Quando anni fa c’è stata la chiusura degli scarichi, soprattutto quelli che arrivavano vicino ai Cantieri Tosi, dalla zona di Paolo VI, questo ha determinato un cambiamento drastico della produttività del Mar Piccolo, da una parte, però allo stesso tempo ne ha migliorato la qualità a livelli esagerati.

Quindi parliamo di un ambiente estremamente dinamico.

Pur avendo uno scarso ricambio di acqua, ha delle capacità rigenerative straordinarie. Ecco perché basiamo tutta questa capacità sulla estrema, elevatissima biodiversità, che permette di bilanciare le variazioni ambientali con un aumento di determinate specie in un periodo, oppure a seguito di un altro fattore prevalgono delle altre specie; il sistema è sempre molto in equilibrio.

Qual è il rapporto del CNR, e in particolare del Talassografico di Taranto, con la realtà universitaria, e cosa potrebbe cambiare in caso di una Università autonoma?

Visto che ci rivolgiamo a un pubblico eterogeneo, da una parte mi scuso con chi queste cose può già saperle, però cerchiamo di essere un po’ più didascalici. Il Talassografico è un ente di ricerca, le Università sono degli altri centri di formazione. Ricerca significa nuova conoscenza. L’Università a questo, poi, associa l’insegnamento, che è la sua seconda missione, per trasferire queste conoscenze. Quelle conoscenze, poi, si devono tramutare in innovazione, quindi supporto allo sviluppo economico. Questo trasferimento rientra in quella che per gli addetti ai lavori si chiama la terza missione dell’Università e degli enti di ricerca. Creare nuovi beni, nuovi servizi, nuove esperienze anche per il consumatore, in modo tale che possa persino pagare per questi beni, servizi, esperienze, trasformare questa conoscenza in valore economico e, quindi, in sviluppo del territorio. Per tanto tempo le Università e gli enti di ricerca, se vogliamo, si sono fermati ad un livello di aumento delle conoscenze. Adesso ci si è resi conto che è importantissima, invece, proprio questa fase del trasferimento. A maggior ragione, stavo per dire a Taranto ma in generale in Italia, dove il tessuto produttivo è in larghissima parte fatto da piccole e medie imprese che non hanno una struttura tale da affrontare quello che richiede l’innovazione, e quindi questa valorizzazione delle conoscenze, questo trasferimento alle piccole e medie imprese deve essere fatto da noi, dagli enti di ricerca, dalle Università, che devono andare oltre la produzione di conoscenza o il brevetto di una particolare tecnologia. Devono andare oltre, devono accompagnare queste piccole e medie imprese – stiamo parlando di imprese che la maggior parte delle volte sono sotto i dieci addetti – che non saprebbero neanche presentare una domanda di finanziamento per fare un progetto di ricerca, di innovazione. Quindi il nostro scopo deve andare oltre la ricerca finalizzata alla pubblicazione scientifica; deve essere fatta di pari passo insieme a queste imprese, accompagnandole e sviluppando quest’idea fino a portarla sul mercato. Questo è il ruolo degli enti di ricerca, o per lo meno come lo intendo io, e in questo sarebbe auspicabile avere anche una sinergia, uno sviluppo in collaborazione con l’Università, col Politecnico e con gli altri enti di ricerca, cosa che forse in questi ultimi anni non c’è stata, o per lo meno non c’è stata come l’avrei voluta io, come me la immaginavo, come ho visto che succede in altre parti d’Italia e all’estero. Fermandoci al CNR, io ho tantissimi colleghi che, pur essendo CNR, lavorano presso Università in altre città d’Italia, e nei corridoi tu non riesci a capire chi è il ricercatore universitario e il ricercatore del CNR. Questo tipo di sinergie, questo tipo di interazione con l’Università a Taranto io ancora non l’ho visto.

Riprendendo cose che sono già state dette in interviste precedenti, è mancata un po’ la capacità di fare un vero sistema universitario e della ricerca su Taranto.

Al momento siamo ancora a livelli embrionali. Si sta cercando di farlo, però forse non ci si è sforzati abbastanza, da più parti. Il punto è che dobbiamo abbracciare in toto quella che adesso si chiama ‘open innovation’, cioè l’innovazione aperta, dove lo sviluppo della tecnologia, lo sviluppo della conoscenza, non si fa più in un singolo posto, in una singola Università, in un singolo ente di ricerca che sviluppa tutte le tecnologie e le conoscenze necessarie a portare avanti di un passo l’innovazione, ma ci si apre al mondo intero e quindi si sfruttano conoscenze, pezzettini di conoscenze, pezzettini di tecnologie sviluppate altrove per mettere insieme e creare nuovi beni, nuovi servizi. A maggior ragione in questa ottica moderna di innovazione è impossibile pensare che una piccola o media impresa riesca a mettersi in contatto con altre parti del mondo, dove magari c’è già la soluzione ad un suo problema. In quest’ottica io vedo molto importante il ruolo del ricercatore, indipendentemente se universitario o di enti di ricerca o del CNR; ricercatore che deve accompagnare quest’azienda nello sviluppo di questa sua idea imprenditoriale che poi deve portare appunto a dei beni, ad un avanzamento del business, della produzione, dell’azienda, e lo deve accompagnare in questo processo di sviluppo. Io non so se questi problemi di mancanza di sinergia siano dovuti al fatto che l’Università di Taranto non sia ancora autonoma. Così mi verrebbe da dire di no, ovvero che le ragioni sono altre, però l’importante è che adesso l’Università parta e che tutti quanti capiscano l’importanza, in una città come Taranto, di avere un’Università valida, un’Università efficiente, dove si produce conoscenza, dove si produce innovazione, dove si stimolano i ragazzi a sviluppare una mentalità imprenditoriale, dove i ragazzi debbono crescere non con il mito del posto fisso – che si chiami Ilva, Italsider o Arsenale o, prima ancora, Cantieri Tosi – ma devono crescere con quella curiosità di cercare soluzioni, di vedere i problemi e cercare di trasformare questi problemi in soluzioni, quindi di creare nuove imprese, nuove attività produttive. Questa è la mia visione di ente di ricerca e di Università al servizio del territorio. Questa cosa al momento io ancora non l’ho vista. Sarà che il Talassografico – ormai abbiamo superato il secolo di vita – nasce proprio come il supporto alle attività di mitilicoltura, quindi questa è una mission che forse per una questione storica io e i miei colleghi sentiamo molto.

C’è un gancio già chiaro e identificato fra la ricerca e l’applicazione concreta di queste conoscenze.

Ma questo dovrebbe esserci su tutti i campi. Adesso sta per partire il corso di Medicina dell’Università qui a Taranto. Ecco, io non riesco a immaginare un corso in Medicina di tipo unicamente teorico, ma lo vedo strettamente collegato agli ospedali di Taranto, dove i ragazzi devono poter sviluppare sul campo, non soltanto sui libri, le competenze necessarie. Questo è un esempio forse banale, ma possiamo farne in qualsiasi campo delle conoscenze.

L’amministrazione comunale ha più volte dichiarato di voler puntare il futuro della città sulla risorsa mare, tanto da varare il brand “Taranto capitale di mare”. Cosa significa, in una città come la nostra, puntare realmente sul mare?

Taranto è la città dei due mari, anzi forse tre, se consideriamo anche il Golfo. Le risorse legate al mare, le risorse naturalistiche di Taranto sono tantissime e soprattutto sostenibili. Quindi noi dobbiamo sviluppare tutto quello che possiamo per, da una parte, valorizzare queste risorse, cosa che fino adesso non è stata fatta. Valorizzarle, integrarle tra di loro e mantenerle sostenibili affinché anche le generazioni prossime possano goderne e continuare ad utilizzarle per produrre ricchezza per il territorio. Parlavamo prima della biodiversità, abbiamo accennato alla mitilicoltura. Noi siamo molto legati alla mitilicoltura per ragioni storiche ma soprattutto perché pensiamo che veramente la mitilicoltura sia il motore del Mar Piccolo, quello che tiene in vita il Mar Piccolo. Con l’apporto di sostanza organica dovuto all’antropizzazione, non riesco a immaginarlo senza la mitilicoltura. Penso che sarebbe un sistema che collasserebbe in un attimo. La mitilicoltura è, per noi, l’attività principe di quando parliamo di attività legate al mare di Taranto. Attività che comunque deve essere innovata, un esempio su tutti le retine di plastica. Noi ci stiamo impegnando a trovare delle soluzioni alternative. Questo è forse uno dei pochi punti in cui l’attività della mitilicoltura non è pienamente sostenibile, ma siamo vicini per esempio all’amministrazione comunale e al commissario straordinario Corbelli per cercare di razionalizzare tutto il sistema di concessioni e fornire ai mitilicoltori quelle strutture di cui hanno bisogno. Un altro esempio: i punti di approdo, che riescano a garantire, da una parte, il loro lavoro e, dall’altra parte, un tracciamento sicuro del prodotto per salvaguardare anche il consumatore. Siamo impegnati, sempre parlando di mitilicoltura, a risolvere un altro problema, lo accennavo prima, quello delle scaldate. Se il mitilicoltore che ha delle produzioni nel secondo seno di Mar Piccolo riuscissimo ad avvisarlo, magari attraverso un’app telefonica, che è previsto di lì a una settimana l’arrivo di un improvviso aumento della temperatura, lui riuscirebbe a trasferire le sue produzioni pronte per essere vendute, magari nel Mar Grande. Stiamo lavorando, abbiamo presentato proprio la settimana scorsa un progetto, per andare a sostituire e innovare anche le barche della mitilicoltura. Il cosiddetto “schifariello”, lo chiamano così, la barca tipica della mitilicoltura tarantina, è una barca che viene usata a bassa velocità, in mare calmo, per poche ore, perché poi per gran parte del lavoro la barca è ferma. Noi stiamo cercando di sostituire la motorizzazione tradizionale con una motorizzazione elettrica, alimentata a pannelli solari. Sono tutta una serie di sforzi che facciamo a livello di ricerca, in collaborazione con altri istituti e altre Università, per portare innovazione anche nella mitilicoltura che tradizionalmente è sempre stata quella. Ma discorso analogo potrebbe essere fatto con la diversificazione, cercando di portare altre specie a livello di allevamento, in modo da diversificare le produzioni.

Qualcuno potrebbe ricordare le proverbiali ostriche di Taranto citate da Totò…

Esatto. Parlavo di diversificazione o con l’introduzione di nuove specie che non sono ancora allevate oppure tornando alla tradizione dell’ostricultura. Gli antichi romani pasteggiavano con le cozze di Taranto. In questi settori noi stiamo cercando di portare avanti queste tematiche perché secondo noi sono proprio quelle “bottom up”, cioè tese a risolvere dei problemi dal basso verso l’altro, dei problemi reali dei nostri mitilicoltori. Questo è quello che a me piace fare. Purtroppo, lo dico da ricercatore, è la parte che premia di meno, perché io come ricercatore sarei più contento di fare la pubblicazione di tipo teorico, che mi frutta di più, invece di “perdere del tempo” per arrivare a portare queste innovazioni sul campo, nel Mar Piccolo, sul mare. Questo è un problema, invece, che va affrontato diversamente.

Diciamo che questo ci porterebbe ad una rivisitazione totale dei criteri del sistema accademico.

Se ne sta parlando. Nel sistema della valutazione della ricerca adesso la “terza missione” dovrebbe avere sempre più peso, e quindi il ricercatore che si dedica più da vicino al supporto delle piccole e medie imprese locali dovrebbe essere più premiato, perché così si sviluppa il sistema produttivo.

Per concludere questa chiacchierata andrei ad aprire uno squarcio su un altro progetto che coinvolgerà il CNR, il progetto dell’acquario. Il Sottosegretario Turco ha dichiarato che questo acquario, che dovrà sorgere su quella che ormai è l’ex-Stazione Torpediniere, dovrà essere non soltanto un luogo di attrazione ma anche un laboratorio di ricerca. D’altro canto, il sindaco Melucci ha dichiarato da parte sua più di qualche perplessità, in quanto l’acquario sarebbe una via antica alla divulgazione scientifica e ormai non più al passo coi tempi. Dal punto di vista del CNR, che prospettiva potrebbe dare un acquario per Taranto e che cosa può significare un acquario nel 2020?

È un argomento spinoso…

Tocca anche le sensibilità personali…

Qualche mese fa se ne riparlò, prima ancora di questo annuncio, e lì si sollevò un vespaio incredibile, perché quando si parlava di acquario subito più di qualcheduno pensò a delfini in cattività. Parlo non tanto a livello di CNR ma quanto più che altro a livello personale. Io ho un piccolo acquario a casa e ti assicuro che quando viene qualche bambino, qualche figlio di amici, in casa, perdiamo ore a fargli vedere piccoli organismi, piccoli invertebrati, alghe, e io vedo la felicità negli occhi di questo bambino che sta scoprendo un nuovo mondo, aumentando le conoscenze. Io sono sicuro che la sensibilità di quel bambino nei confronti degli organismi in genere, ma di tutto questo ecosistema – perché un acquario è un piccolo ecosistema – si accresce, si accresce la sua consapevolezza, la sua conoscenza e il rispetto verso questa ricchezza, verso la biodiversità in genere; la capisce, la tocca con mano. Quindi se l’acquario viene inteso in questo senso, come punto di edutainment, cioè di educazione e divertimento, va benissimo. Se viene, invece, inteso – mi perdoneranno gli amici dei delfinari – semplicemente come un posto tipo i delfinari, dove questi poveri animali in cattività sono dei clown addestrati per far divertire e basta, lì mi trovi un po’ più in disaccordo. So che il nostro presidente ha dato la disponibilità del CNR e, quindi, in prima battuta del Talassografico, a supportare questa idea. Noi, con i miei colleghi, lo faremo con la massima collaborazione e sulla base delle nostre competenze specifiche, però, ripeto, se la direzione è quella di un acquario educativo dove andare magari a riprodurre gli ecosistemi di Taranto e, quindi, permettere anche a chi non ha la fortuna di mettere maschera e pinne e bombole, di godere di questi ambienti. Poi, con le nuove tecnologie, le vasche con invertebrati si possono fare nel massimo rispetto per gli organismi, si possono andare a integrare tecnologie di realtà virtuale e quindi creare tutto un sistema che, appunto, educhi e diverta allo stesso tempo, spingendo il visitatore ad una maggiore sensibilità ambientale. Senz’altro sarebbe una cosa positiva e sarebbe – io capisco il senatore Turco e il Governo in genere che spingono su questa soluzione – un’altra grossa attrazione. Anche il posto dove verrebbe fatto è un posto bello, vicino al mare…

Praticamente a diretto contatto con il Mar Piccolo.

Quindi posso pensare anche a delle telecamere fisse sul fondo che ripropongono in diretta quello che c’è sul fondo, ma si possono fare tante di quelle cose e sarebbe come mettere la maschera a migliaia e migliaia di persone e portarle a spasso sui fondali del Mar Piccolo. In questo senso mi sembra un’iniziativa assolutamente bella e lungo la direttrice dello sviluppo sostenibile del territorio, e su questo concetto di sviluppo sostenibile, di crescita sostenibile, assolutamente non dobbiamo spostarci.


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Un Commento a: «Università, la ricerca porti innovazione sul campo»

  1. Fra

    Agosto 16th, 2020

    Noi vorremmo vedere dei traghetti che magari ci portano in Sicilia ,in Calabria non dicO in Africa perché da lì arrivano piuttosto , le cozze tarantine non sono tra i banchi dei supermercati,ma bensì quelle schifose di Brindisi senza sapore . Tutti i giorni c’è un sequestro ,quando poi le nostre cozze sono le migliori , l’acquario è un’idea un po’ ridicola a Taranto con tutte le cose che servono ,vedremo se si realizzerà , senza i delfini non è degno di quel nome sono loro la vera attrazione purtroppo . Adesso pure i francesi ci ruberanno l’idea del parco dei delfini ,e magari si compreranno la zona ,ormai la città è in svendita . Non ci sono progetti che si materializzano ,tanta carta per pulirsi il cú E basta , il parco del mar piccolo senza valorizzarlo a cosa serve ,il giorno di gusto la sera il disgusto , non c’è cura . L’ilva una discarica a cielo aperto non si raccoglie più la spazzatura ,i cantieri navali falliti un’altra discarica ,anche se il posto è magnifico ma non è considerato ,la stazione nasisi l’asso nella manica Di Melucci fermo con le quattro frecce ,quello sì che sarebbe un’idea geniale ,inoltre in occasione dei giochi del cappero 2026 ci vuole una struttura sportiva qui e non usufruire di Brindisi e Lecce altrimenti che senso ha disputarli qui ,l’aeroporto vogliono far partire gli shuttle e i passeggeri devono farsi 100 km per Brindisi e 120 per Bari ,non c’è l’alta velocità per spostarci almeno in Italia ,ditemi a chi interessa l’università o l’acquario ? Cercate di capire che queste cose sono concatenate ,fate finta di non capire e continuate a prenderci per i fondelli dalla mattina alla sera . Questi esperti ,professori assessori e chi che sia non riescono ad articolare un discorso sensato , ma piuttosto sembrano obbligati a dire qualcosa di ingarbugliato ; poverini vorrebbero dire la verità , ma cercano soltanto di non screditare il nostro fiasco totale . Aspettiamo il San Cataldo ,aspettiamo la manna dal cielo , vorremmo un presidente della regione Tarantino piuttosto che un leccese o un barese che non fanno altro che affossarci e creare spazzatura e discariche. La zes quando inizia ,le strade quando si concludono ,i fari quando si accendono ,le strade quando saranno più sicure ,e poi quel cartello della provincia che si fa strada a me viene da piangere . Più che un Università un bel manicomio dobbiamo aprire ,che estate di m. Che schifo di servizio abbiamo ,ci promettono piste ciclabili e poi camminano tutti in mezzo la strada ,la chiesa madre sembra chiusa per ferie annerita e piena di muschi e licheni ,di cosa stiamo parlando . Plastica aqquà e vetro di la e poi siamo sommersi da questi rifiuti ai bordi delle strade ,strade non asfaltate ,segnaletica inesistente ,la città dell’oleandro siamo ,lo usiamo come guard rail ,che dire poi una piaga infinita ,se qualcuno trova una cosa buona ,mi contraddica ,magari . Se non avessimo il sen . Turco non ci darebbero retta ,che fare allora . Università o non Università questo è il dilemma ,ma per citare Totò direbbe : “Ma mi faccia il piacere “ Alla faccia del bicarbonato di sodio .

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