Ilva, acque reflue: la polemica ‘economica’ continua

 

Regione Puglia e Acquedotto Pugliese replicano ad ArcelorMittal: disputa sui costi e le tariffe e la gestione della rete di distribuzione
pubblicato il 14 Agosto 2020, 17:00
19 mins

Alla fine sembra sia tutta una mera questione economica. Sul chi deve pagare cosa a chi. Oltre che ad una lettura ‘di comodo’ di un decreto del 2003 e di un Regolamento Regionale del 2102, per tirare acqua al proprio mulino e indicare la controparte come la responsabile dello stallo in cui ci si trova da oltre un ventennio.

Così viene gestito dalla parte pubblica e da quella privata, un progetto che come abbiamo scritto anche recentemente dovrebbe invece vedere un reciproco venirsi incontro per il bene di tutti.

Prosegue dunque il botta e risposta tramite lettere ufficiali, la querelle riguardante la vicenda legata al progetto che prevede il “Completamento del progetto dell’utilizzo industriale (ex Ilva) delle acque reflue di Taranto per uso potabile ed irriguo”, sisto che l’Ilva prima ed ArcelorMittal S.p.a. ora, è già tenuta a pagare all’EIPLI gli oneri tariffari per l’uso dell’acqua del SINNI secondo quanto previsto dal Comitato di Coordinamento dell’Accordo di Programma tra Puglia e Basilicata del 28 ottobre 2011.

La Regione Puglia e l’Acquedotto Pugliese hanno infatti risposto alla missiva dello scorso 3 agosto inviata da ArcelorMittal, con una nota firmata dal Dirigente Sezione Risorse Idriche Andrea Zotti e dal Coordinatore Industriale Servizi Tecnici Dott.ssa Francesca Portincasa.

Destinatari, come nella precedente missiva, oltre che la multinazione il senatore Mario Turco Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla Prefettura di Taranto, al Prefetto Martino Demetrio, al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, al consigliere Gerardo Capozza Responsabile Unico del Contratto CIS Taranto e alla dott.ssa Laura Patriarca Referente CIS Ufficio del Presidente, al Ministero Sviluppo Economico, al Direttore Generale della Struttura di Missione Invitalia ed infine ad Ilva S.p.A. in A.S.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/08/04/acque-reflue-ex-ilva-arcelormittal-tra-diritto-ed-etica/)

L’intervento, previsto nell’AIA del 4 agosto 2011 e dal 2015 all’interno dei progetti del CIS Taranto, consiste nella realizzazione di un impianto di ultra-affinamento delle acque refluecivili trattate nell’impianto di depurazione di Taranto Bellavista e del collettamentodelle stesse fino all’area dello stabilimento siderurgico ex Ilva, è ultimamente tornato in auge, condito da una serie di polemiche.

E di cui ci siamo occupati tantissime volte nel corso degli ultimi 20 anni, non ultimo l’articolo linkato qui sotto di pochi giorni fa.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/07/30/ex-ilva-e-acque-del-gennarini-tra-dati-e-un-po-di-storia2/)

Nella missiva di Regione e Aqp, viene infatti ricordata la dicitura del decreto ministeriale di AIA, rilasciato in data 04/08/2011, n. 450. Dove l’art. 1, punto 2, del suddetto decreto, impone la seguente specifica prescrizione: “Si prescrive altresì, come richiesto dalla Regione Puglia con Delibera della Giunto Regionale n. n.1504 del 4 Luglio 2011 che il Gestore (dello stabilimento), entro 24 mesi dalla dota di pubblicazione dell’avviso di cui all’ art. 9, comma 5, del presente decreto, predisponendo il sistema di distribuzione interna, utilizzi nei propri impianti produttivi prioritariamente le acque offinate degli impianti reflui civili di Taranto Gennarini/Bellavista, secondo accordi da stipulare con la Regione Puglia ai sensi del DM 185/03, che disciplineranno le modalità di gestione degli impianti e la relotiva contribuzione annuale fissa al costo di gestione degli impianti a carico di Ilva (ora Arcelor Mittal”).

Inoltre, aggiungiamo noi per la precisione, il punto 9.3.1 del parere istruttorio conclusivo prevedeva che “il Gestore debba predisporre “entro 6 mesi dal rilascio dell’AIA, uno studio di fattibilità finalizzato a ridurre il prelievo primario del 20% entro 3 anni e del 50% entro la scadenza dell’AIA mediante il riuso delle acque dolci usate nel ciclo produttivo e attraverso il riutilizzo delle acque degli impianti di trattamento reflui civili della zona, secondo accordi da stipulare ai sensi del D.M. n. 185/2003, compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo”.

Così come viene ricordato come tale prescrizione sia stata oggetto di impugnazione dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale di Lecce (Tar), R.G. 01771/2011, il quale, con sentenza n, 1187/2012, ha ritenuto che “il ricorso sul punto deve essere dunque interamente respinto”.

Sempre per la precisione, il TAR Lecce, con sentenza n. 1187/2012, ritenne che “la prescrizione legittima e ragionevole in quanto la stessa era accompagnata da una serie di misure volte a impedire sostanziali nocumenti all’attività produttiva”.

Nel caso di specie, il Collegio dei giudici rilevò che la prescrizione con cui si favorisce l’uso delle acque affinate dell’impianto “si dimostra legittima e ragionevole, dal momento che viene accompagnata da una serie di misure volte a impedire sostanziali nocumenti all’attività produttiva, poiché l’utilizzazione delle acque non è prevista in via esclusiva – bensì “prioritariamente” -, a seguito di accordi con la Regione Puglia nei quali dovranno trovare adeguata considerazione tutte le ragioni rappresentate dall’Ilva, compresa la questione relativa alla realizzazione delle tubature di adduzione e, soprattutto, “compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo” così da salvaguardare le necessità tecniche di un approvvigionamento idrico idoneo al processo produttivo”. 

Sin qui, dunque, nulla di nuovo.

(leggi tutti gli articoli sul CIS Taranto https://www.corriereditaranto.it/?s=cis+taranto&submit=Go)

La disputa tra impianti di recupero e rete di distribuzione

Dopo di che, anche i due enti pubblici riprendono la lettura dellart. 2, comma 1, del D.M. n. 185 del 12 giugno 2003, contiene la definizione di impianto di recupero e di rete di distribuzione.

In particolare, ai sensi del comma 1, lett. b), “si intende per impianto di recupero: “le strutture destinate al trattamento depurativo di cui alla lettera a), incluse le eventuali strutture di equolizzazione e di stoccaggio delle acque reflue recuperate presenti all’interno dell’impianto, rima dell’immissione nella rete di distribuzione delle acque reflue recuperate”.

Viceversa, ai sensi del comma 1, lett. c), “si intende per rete di distribuzione: “Ie strutture destinate all’erogazione delle acque reflue recuperate, incluse le eventuali strutture per la lora equalizzazione, l’ulteriore trattamento e lo stoccaggio, diverse da quelle di cui alla lettera b}”.

Le suddette definizioni sono sostanzialmente riprodotte nel R.R. n. 8 del 18 aprile 2012, con l’aggiunta, per quanto riguarda le reti di distribuzione, delle “.. eventuali stazioni per l’ulteriore trattamento, site all’esterno dell’impianto di recupero”, oneri a carico di quest’ultimo, tra l’altro nel rispetto dei parametri di cui al D.M. n. 185/03 nonostante quanto previsto dall’art. 19, camma 3, del R.R. n. 8 del 18 aprile 2012.

(leggi tutti gli articoli sull’Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

Il punto di rottura e la doppia lettura del DM 185/03 (con l’aggiunta del regolamento regionale)

Ed è qui che c’è il punto di rottura tra le parti. Perché Regione Puglia e Acqudetto affermano che “ad ogni buon conto, si ritiene opportuno ribadire e sottolineare che gli oneri aggiuntivi di trattamento sostenuti dal Gestore dell’impianto di recupero (ovvero AQP spa) per conseguire eventualmente valori limite più restrittivi di quelli previsti dal D.M. n. 185/03, non potranno che essere ovviamente a carico della società Arcelor Mittal Italia S.p.a. ai sensi dell’art. 12 comma 2 del DM n. 185/03″.

L’art. 19, comma 2, del RR n. 8/12, infine, precisa che, “sono a carico del Gestore della rete di distribuzione, ì costi per il trasferimento delle acque reflue recuperate dall’impianto di affinamento olla rete di distribuzione o agli eventuali serbatoi di accumulo“.

Il progetto dell’osmosi inversa

Il problema tecnico, come abbiamo già avuto modo di spiegare in passato, potrebbe risolversi con la realizzazione di una stazione di trattamento ad osmosi inversa dimensionata per l’intera portata delle acque reflue depurate. Che di fatto era la proposta della Regione Puglia già nel 2010, avanzata dall’ex assessore regionale e oggi consigliere regionale Amati.

Quel progetto, qualora attuato, consentirebbe l’ottenimento di un refluo con le caratteristiche indicate dall’azienda, e fu al centro anche di un carteggio tra l’ex Ilva e la Regione Puglia nel dicembre del 2015.

Tant’è che la stessa azienda concludeva la sua missiva che qualora da quella stazione giungessero acque reflue “idonee e necessarie acque qualitativamente pari a quelle del Sinni, a condizione che i relativi parametri risultino costanti nel tempo“, l’azienda darebbe il proprio assenso “all’utilizzo prioritario di acque derivanti dai processi di affinamento dei reflui da impianti civili, che possano restituire acque di pari rispetto a quelle possedute dall’acqua Sinni”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/07/27/legambiente-taranto-acqua-ed-ex-ilva-la-corsa-del-gambero/)

Lo scontro sulle tariffe: dalla rete di passaggio al punto di consegna

Secondo la Regione Puglia e l’Acquedotto Pugliese quindi, “se Arcelor Mittal S.p.a., per proprie esigenze o volontà, ritiene che siano necessari valori limite più restrittivi rispetto a quelli previsti dal DM 185/2003, ben li potrà ottenere, dotandosi di apposti impianti all’interno del proprio stabilimento o in subordine eventualmente sarà tenuta a pagare una tariffa per i predetti oneri aggiuntivi oltre a contribuire ai costi di investimento per la realizzazione di attrezzature per trattamenti più performanti“.

Questo perché se è indubbio “che il Gestore dell’impianto di recupero (Taranto Bellavista e Taranto Gennarini) è fa società AQP S.p.a., Gestore del Servizio Idrico Integrato”, di contro, con particolare riferimento al caso di specie, la medesima società non può essere considerata anche gestore della rete di distribuzione ovvero della rete che consente il passaggio delle acque reflue recuperate (affinate) dal punto di consegna all’interno dello stabilimento“.

Per i due enti pubblici, “la predisposizione del sistema di distribuzione delle acque reflue trattate, ovvero la c.d. rete di distribuzione, grava sulla società medesima così come previsto tra l’altro dall’AIA di cui al decreto ministeriale del 4 agosto 2011, n. 450. La predisposizione del sistema di distribuzione, implica necessariamente anche la relativa gestione, considerando anche il fatto che l’unica impresa beneficiaria dell’utilizzo delle acque reflue recuperate è la società Acelor Mittal S.p.a. (ex ILVA S.p.a.)”.

Nel caso di che trattasi, di fatto, “il Gestore della rete di distribuzione coincide con l’utilizzatore finale. La rete di distribuzione, in quanto posta all’esterno dell’impianto di recupero ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. c), del R.R. n. 8 del 18 aprile 2012, deve essere predisposta e gestita dalla società ArcerolMittal Italia S.p.a., in qualità di Gestore/Utilizzatore”. Tra l’altro, il suddetto art. 2, comma 1, lett. C, comprende nella definizione di rete di distribuzione anche “…eventuali stazioni per l’ulteriore trattamento, site all’esterno dell’impianto di recupero”.

Ai sensi dell’art. 19 del R.R. n. 8 del 18 aprile 2012, “l’acqua reflua recuperata è conferita dal Gestore dell’impionto di recupero al Gestore della rete di distribuzione, senza nessun onere a carico di quest’ultimo”.

AI riguardo, “si ritiene opportuno precisare che il Gestore dell’impianto di recupero (AQP spa) metterebbe a disposizione l’acqua reflua recuperata al Gestore/utilizzatore della rete di distribuzione (Arcerol Mittal Italia S.p.a.), predisponendo apposito punto di consegna senza oneri a carico di quest’ultimo, tra l’altro nel rispetto dei parametri di cui al D.M. n. 185/03 nonostante quanto previsto dall’art. 19, camma 3, del R.R. n. 8 del 18 aprile 2012″.

“Ad ogni buon conto, si ritiene opportuno ribadire e sottolineare che gli oneri aggiuntivi di trattamento sostenuti dal Gestore dell’impianto di recupero (AQP spa) per conseguire eventualmente valori limite più restrittivi di quelli previsti dal D.M. n. 185/03, non potranno che essere ovviamente a carico della società ArcelorMittal Italia S.p.a. ai sensi dell’art. 12 comma 2 del DM n. 185/03″.

L’art. 19, comma 2, del RR n. 8/12, infine, precisa che, “sono a carico del Gestore della rete di distribuzione, ì costi per il trasferimento delle acque reflue recuperate dall’impianto di affinamento olla rete di distribuzione o agli eventuali serbatoi di accumulo”.

Regione e Aqp infatti non condividono l’assunto sostenuto da ArcelorMittal, secondo cui “…è pacifico che il trattamento delle acque reflue per ottenere limiti coerenti con le esigenze produttive non può spettore ad AM”.

Questo perché per i due enti “è indiscutibile che, quanto richiesto dalla società Arcetor Mittal Italia S.p.a., essendo ad esclusivo servizio della stessa, non può in nessun caso gravare solo sulla collettività o essere finanziato solo con risorse pubbliche“.

Nella sua missiva invece, ArcelorMittal sosteneva che il DM 185/2013 prevede che gli oneri aggiuntivi di trattamento, sostenuti per conseguire valori limite più restrittivi di quelli dettati dall’allegato al DM 185/2003, al fine di rendere le acque idonee alla destinazione d’uso industriale, sono a carico “del titolare della rete di distribuzione”.

Questo per ArcelorMittal significa due cose: primo, che l’azienda deve ricevere il refluo con le caratteristiche qualitative idonee al processo produttivo e che gli oneri siano a carico del titolare della rete di distribuzione. Ovvero l‘Acquedotto Pugliese e quindi la Regione Puglia.

All’azienda, secondo quanto previsto dall’AIA del 2011, spetta l’onere del sistema di distribuzione interno allo stabilimento, come confermato anche dalla sentenza del Tar nel 2012 che sostenne come “Ilva avrebbe dovuto “sopportare gli oneri delle sole tubazioni poste all’interno dello stabilimento”.

Il compromesso tra il diritto e l’etica

Come detto in origine dell’articolo quindi, la questione è tutta economica. Regione e Aqp chiedono infatti che ArcelorMittal contribuisca ai lavori previsti ad ottenere acque con caratteristiche idonee al suo processo produttivo.

Come abbiamo avuto più volte modo di sottolineare, il progetto è di per sé assolutamente giusto e condivisibile. Visto che interviene su una problematica sempre più attuale come il depauperamento delle risorse idriche sotterranee e l’approvvigionamento idrico per uso civile e agricolo.

Allo stesso tempo è chiaro che un’azienda debba avere il diritto di utilizzare acque con le carattiritische qualitative idonee per non danneggiare i suoi impianti e per rispettare i limiti emissivi che gli sono imposti dalle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale.

A nostro modo di vedere, oltre che per una mera questione economica (se l’azienda continua a pagare alla Basilicata un costo inferiore rispetto a quello che pagherebbe per ottenere l’acqua dal Gennarini, difficilmente la situazione cambierà), sicuramente dirimente per le casse di una società, sarebbe finalmente giunto il momento in cui la politica da una parte e l’azienda dall’altro, dopo aver trovato eventualmente un’intesa sul futuro del siderurgico, si vengano incontro per realizzare questo progetto.

Con un contributo economico da parte dell’azienda alla realizzazione della stazione di trattamento ad osmosi inversa da un lato, e con un contributo di competenza e serietà da parte della politica, non solo in termini di programmazione e realizzazione certa dei progetti, ma anche nei rapporti diplomatici con la stessa azienda, visto che negli ultimi anni tutto abbiamo visto tranne che la presenza di questi fondamentali aspetti per chi amministra la cosa pubblica.

Non ci sembra di chiedere l’impossibile. 

(leggi gli articoli su ArcelorMittal https://www.corriereditaranto.it/?s=arcelormittal&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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