Taranto: i bagni di una volta, fra “abbasce ’a vole” e “Meste Anielle”

 

Racconta Giacinto Peluso che, in fondo alla discesa Vasto, i ragazzini raggiungevano la banchina già pronti per il bagno, senza il fastidio di cambiarsi
pubblicato il 09 Agosto 2020, 09:49
3 mins

“Scère abbasce a’ vole” era un modo di dire in uso sin dalla prima guerra mondiale, in particolar modo tra i giovani del Borgo che, quando la calura imperversava, si appressavano allo spiazzo di fronte a Mar Grande, all’ingresso nel futuro canale, allora uno stretto fossato, nelle immediate vicinanze della Circolo Nautico (l’attuale Lega Navale), per un bel tuffo rigenerante. Si doveva stare particolarmente attenti, prima del bagno, nel nascondere accuratamente scarpe e abbigliamento, meglio ancora consegnandoli in custodia a qualche amico fidato. Infatti accadeva spesso che, mentre il malcapitato era intento alla nuotata, qualche “panarjidde” della Città vecchia… in trasferta, con una certa destrezza, ne facesse piazza pulita, così da far diventare alquanto imbarazzante il ritorno a casa. Per la spiegazione del termine “vola”, spiega Giacinto Peluso, si può ipotizzare una derivazione da “gora”, cioè un canale d’acqua proveniente da un fiume, torrente e simili e raccolta da un fosso. Specifica meglio Liborio Tebano che “‘a vole” era la “gola stretta sottostante all’antico poi demolito ponte in pietra di Porta Lecce, che dal limitare di quella piazza Castello (Sant’ Angelo) univa la città vecchia al continente sul lato orientale”. Aggiunge Tebano che in quel punto la corrente, nelle ore notturne, “portava, inseguendosi da un mare all’altro, tonnellate di ‘aurate’ (le ‘bandicedde’)”, facilmente preda dei pescatori.

Racconta Giacinto Peluso che dall’altra parte, in fondo alla discesa Vasto, i ragazzini raggiungevano la banchina già pronti per il bagno, senza il fastidio di cambiarsi. “…solo qualcuno più grandicello si tuffava c’u cazunette che, essendo di tela bianca, una volta bagnato, oltre ad incollarsi addosso, diveniva trasparente e quindi inutile”.

Su corso Vittorio Emanuele, all’altezza di vico De Notaristefani, ai primi degli anni 20 (ovviamente del secolo scorso) iniziò la sua attività l’elegante stabilimento balneare di “Meste Anielle”, che si affiancava al “Venere” a Porta Napoli, il primo sorto a Taranto, e a quello di “Braciole”, nelle vicinanze del castello aragonese. Il “Meste Anielle” era caratterizzato da due lunghe file di cabine dipinte a calce e da una rotonda con affaccio a mare e il tetto a spicchi variopinti. Lo racconta Giacinto Peluso in “Taranto da un ponte all’altro”. Una volta raggiunto il “tutto esaurito”, ai bagnanti che man mano giungevano veniva consegnato il biglietto d’ingresso recante un numero progressivo, chiamato quando si liberava una cabina. Nel frattempo l’’attesa era allietata da una sorta di pianino che, con una moneta, suonava musiche in voga (l’antenato del juke box) e dalle performance di coppie di ballerini. Una volta giunto il proprio turno, ci si cambiava in fretta e, aperta una botola, si scendeva alcuni scalini in legno che giungevano a pelo d’acqua, così pura che, a scopo depurativo, se ne consigliava una sorsata. Oggi farlo sarebbe semplicemente da sconsiderati. Ma chissà se in un futuro, seppur lontano… Sognare non costa nulla!

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Un Commento a: Taranto: i bagni di una volta, fra “abbasce ’a vole” e “Meste Anielle”

  1. Domenico

    Agosto 11th, 2020

    Tiembe belle e na vote ca n’ottornene chiu

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