Acque reflue ex Ilva: ArcelorMittal tra diritto ed etica

 

In una lettera inviata a tutte le istituzioni coinvolte nel progetto, la società spiega la sua posizione (che non è di totale chiusura)
pubblicato il 04 Agosto 2020, 19:03
16 mins

Una lettera di otto pagine per spiegare e chiarire una volta di più, i tanti nodi riguardanti la vicenda legata al progetto che prevede il “Completamento del progetto dell’utilizzo industriale (ex Ilva) delle acque reflue di Taranto per uso potabile ed irriguo”.

E’ quella che ha inviato ieri ArcerloMittal Italia alla Regione Puglia (Dipartimento Agricoltura, Sviluppo Rurale ed Ambientale – Sezione Risorse Idriche), all’Acquedotto Pugliese S.p.A., al senatore Mario Turco Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla Prefettura di Taranto, al Prefetto Martino Demetrio, al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, al consigliere Gerardo Capozza Responsabile Unico del Contratto CIS Taranto e alla dott.ssa Laura Patriarca Referente CIS Ufficio del Presidente, al Ministero Sviluppo Economico, al Direttore Generale della Struttura di Missione Invitalia ed infine ad Ilva S.p.A. in A.S.

L’intervento, dal 2015 all’interno dei progetti del CIS Taranto, consiste nella realizzazione di un impianto di ultra-affinamento delle acque refluecivili trattate nell’impianto di depurazione di Taranto Bellavista e del collettamento delle stesse fino all’area dello stabilimento siderurgico ex Ilva, è ultimamente tornato in auge, condito da una serie di polemiche.

E di cui ci siamo occupati tantissime volte nel corso degli ultimi 20 anni, non ultimo l’articolo linkato qui sotto di pochi giorni fa.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/07/30/ex-ilva-e-acque-del-gennarini-tra-dati-e-un-po-di-storia2/)

Nella sua missiva la multinazionale, ricordando la nota ricevuta dal CIS del 18 giugno 2020 e quanto discusso nelle riunioni del 17 aprile, del 15 maggio e del 24 luglio tenutesi presso la sede istituzionale della Prefettura di Taranto, spiega il suo punto di vista sulla vicenda, che come abbiamo riportato nei giorni scorsi, poggia essenzialmente su un unico aspetto: le caratteristiche qualitative necessarie per l’impiego delle acque reflue nell’ambito dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Cosa prevede la norma nazionale prevista dal DM 185/2003

Le norme tecniche per il riutilizzo delle acque reflue domestiche, urbane ed industriali sono dettate in Italia dal DM 185/03. La disciplina è finalizzata “alla tutela delle risorse idriche grazie alla limitazione dei prelievi di acque superficiali e sotterranee”. Il decreto precisa che “il riutilizzo deve avvenire in condizioni di sicurezza ambientale e nel rispetto delle vigenti disposizioni in materia di sanità e sicurezza oltre che nel rispetto delle regole di buona prassi industriale. Le destinazioni d’uso ammissibili delle acque reflue recuperate includono l’uso irriguo, civile ed industriale“.

ArcelorMittal evidenzia come all’interno di questo decreto, vi sia una differenziazione netta tra le acque reflue recuperate destinate al riutilizzo irriguo o civile, che secondo l’art. 4 “devono possedere, all’uscita dell’impianto di recupero, requisiti di qualità chimico-fisici e microbiologici almeno pari a quelli riportati nella tabella allegata al DM 185/2003″ e quelle “per destinazione d’uso industriale, le parti interessate concordano limiti specifici in relazione alle esigenze dei cicli produttivi nei quali avviene il riutilizzo, nel rispetto comunque dei valori previsti per lo scarico in acque superficiali dalla tabella 3 dell’allegato 5 del decreto legislativo n. 152 del 1999″.

Inoltre, sempre il DM 185/2003 disciplina, all’art. 12, i rapporti tra i titolari degli impianti di recupero e delle reti di distribuzione, prevedendo che “l’acqua reflua recuperata debba essere conferita dal titolare dell’impianto di recupero al titolare della rete di distribuzione, senza oneri a carico di quest’ultimo”. Ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. c) del medesimo DM 185/2003, per “reti di distribuzione“, devono intendersi “le strutture destinate all’erogazione delle acque reflue recuperate, incluse le eventuali strutture perla loro equalizzazione l’ulteriore trattamento e lo stoccaggio”.

Anche la disciplina regionale attuativa del DM 185/2003, dettata dal Reg. Reg. n. 8/2012, prevede che “per il riutilizzo delle acque reflue depurate ad uso industriale i requisiti di qualità […] sono concordati tra le parti interessate, in relazione alle esigenze dei cicli produttivi nei quali avviene il riutilizzo”.

L’art. 19 del Reg. Reg. n. 8/2012, prevede che, “nel caso di acque reflue urbane recuperate per uso industriale, gli oneri aggiuntivi di trattamento necessari per conseguire valori limite più restrittivi di quelli della tabella allegata al DM 185/2003, sono sostenuti dal gestore di rete di distribuzione, in coerenza con quanto previsto dall’art. 12 del medesimo DM 185/2003″. Lo stesso art. 19 precisa, rispetto alla norma nazionale, “che i suddetti oneri sono ricompresi nella tariffa all’utenza finale e dunque all’impianto industriale destinatario del refluo trattato”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/04/18/falda-del-gennarini-inquinata-al-cis-lo-sanno/)

Cosa prevedeva la prescrizione dell’AIA del 4 agosto 2011

La specifica prescrizione sul tema contenuta nel decreto del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare n. 450 del 4 agosto 2011 (“AIA”). In particolare, l’articolo 1, punto 2, dell’AIA prescrive: “Il Gestore […] predisponendo il sistema di distribuzione interna, utilizzi nei propri Impianti produttivi prioritariamente le acque affinate degli impianti reflui civili di Taranto Gennarini/Bellavista, secondo accordi da stipulare con la Regione Puglia ai sensi del D.M. n. 185/2003, che disciplineranno le modalità di gestione degli impianti e la relativa contribuzione annuale fissa al costo di gestione a carico di ILVA“.

Inoltre, il punto 9.3.1 del parere istruttorio conclusivo prevedeva che “il Gestore debba predisporre “entro 6 mesi dal rilascio dell’AIA, uno studio di fattibilità finalizzato a ridurre il prelievo primario del 20% entro 3 anni e del 50% entro la scadenza dell’AIA mediante il riuso delle acque dolci usate nel ciclo produttivo e attraverso il riutilizzo delle acque degli impianti di trattamento reflui civili della zona, secondo accordi da stipulare ai sensi del D.M. n. 185/2003, compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2016/11/09/lilva-blu-vecchia-storia-acqua-milioni-euro-non-solo/)

La sentenza del TAR Lecce

Come sappiamo il suddetto art. 1 comma 2 dell’AIA venne impugnato da Ilva S.p.A. gestita dal gruppo Riva avanti al TAR Lecce che, con sentenza n. 1187/2012, che ritenne “la prescrizione legittima e ragionevole in quanto la stessa era accompagnata da una serie di misure volte a impedire sostanziali nocumenti all’attività produttiva”.

Nel caso di specie, il Collegio dei giudici rilevò che la prescrizione con cui si favorisce l’uso delle acque affinate dell’impianto “si dimostra legittima e ragionevole, dal momento che viene accompagnata da una serie di misure volte a impedire sostanziali nocumenti all’attività produttiva, poiché l’utilizzazione delle acque non è prevista in via esclusiva – bensì “prioritariamente” -, a seguito di accordi con la Regione Puglia nei quali dovranno trovare adeguata considerazione tutte le ragioni rappresentate dall’Ilva, compresa la questione relativa alla realizzazione delle tubature di adduzione e, soprattutto, “compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo” così da salvaguardare le necessità tecniche di un approvvigionamento idrico idoneo al processo produttivo”. 

(leggi tutti gli articoli sul Gennarini https://www.corriereditaranto.it/?s=gennarini&submit=Go)

Il problema tecnico

Il problema, dunque, è innanzitutto di natura tecnica. Gli “stringenti requisiti” stabiliti dall’allegato al DM 185/2003 non trovano applicazione rispetto alle acque reflue recuperate destinate ad uso industriale. Perché i limiti applicabili debbono essere concordati tra parti interessate in relazione alle esigenze dei cicli produttivi e nel rispetto dei limiti previsti per lo scarico in acque reflue superficiali (oggi disciplinati dalla Tabella 3 dell’Allegato V alla Parte III D.Lgs. 152/06)”.

Questo perché l’impiego da parte di AM (peraltro in via non esclusiva ma prioritaria) di acque reflue recuperate dagli impianti Gennarini e Bellavista sia subordinato al fatto che tali acque siano conferite ad AM con caratteristiche idonee al suo processo produttivo “caratteristiche che possono essere identificate soltanto da AM e non nel rispetto dei requisiti di cui al DM 185/2003″ precisa l’azienda.

ArcelorMittal evidenza infatti che l’impiego di reflui che abbiano le stesse qualità delle acque del Sinni “è essenziale per rispettare le prescrizioni AIA in termini di scarichi idrici ed emissioni in atmosfera, con particolare riferimento alla produzione di diossina dall’aggiomerato”. In caso contrario verrebbe meno la possibilità “di mantenere i livelli emissivi entro gli stringenti requisiti dettati dall’autorizzazione” nel quale vi è “l’obbligo della minimizzazione del contenuto di cloruri nella miscela di sinterizzazione (vedi Paragrafo 9.2.1.2.3 AIA 2011)”. E l’acqua del Sinni contiene bassissime concentrazioni di cloruri.

Come abbiamo riportato nel nostro ultimo articolo, anche l’azienda conferma che le acque tipo Sinni vengono impiegate nelle attività di spegnimento del coke prodotto dalle batterie, che successivamente diventa parte fondamentale della miscela in carica all’impianto di produzione agglomerato“, oltre a non essere trattata in alcun modo prima di essere utilizzate.

(leggi tutti gli articoli sul CIS Taranto https://www.corriereditaranto.it/?s=cis+taranto&submit=Go)

La questione economica 

C’è poi, inevitabilmente, anche una questione di natura economica. Come abbiamo avuto modo di evidenziare.

Il DM 185/2013 prevede che gli oneri aggiuntivi di trattamento, sostenuti per conseguire valori limite più restrittivi di quelli dettati dall’allegato al DM 185/2003, al fine di rendere le acque idonee alla destinazione d’uso industriale, sono a carico “del titolare della rete di distribuzione”.

Questo per ArcelorMittal significa due cose: primo, che l’azienda deve ricevere il refluo con le caratteristiche qualitative idonee al processo produttivo e che gli oneri siano a carico del titolare della rete di distribuzione. Ovvero l‘Acquedotto Pugliese e quindi la Regione Puglia.

All’azienda, secondo quanto previsto dall’AIA del 2011, spetta l’onere del sistema di distribuzione interno allo stabilimento, come confermato anche dalla sentenza del Tar nel 2012 che sostenne come “Ilva avrebbe dovuto “sopportare gli oneri delle sole tubazioni poste all’interno dello stabilimento”.

(leggi tutti gli articoli sull’Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

Il progetto dell’osmosi inversa

Il problema tecnico, potrebbe risolversi con la realizzazione di una stazione di trattamento ad osmosi inversa dimensionata per l’intera portata delle acque reflue depurate. Che di fatto era la proposta della Regione Puglia già nel 2010, avanzata dall’ex assessore regionale e oggi consigliere regionale Amati.

Quel progetto, qualora attuato, consentirebbe l’ottenimento di un refluo con le caratteristiche indicate dall’azienda, e fu al centro anche di un carteggio tra l’ex Ilva e la Regione Puglia nel dicembre del 2015.

Tant’è che la stessa azienda conclude la sua missiva che qualora da quella stazione giungessero acque reflue “idonee e necessarie acque qualitativamente pari a quelle del Sinni, a condizione che i relativi parametri risultino costanti nel tempo“, l’azienda darebbe il proprio assenso “all’utilizzo prioritario di acque derivanti dai processi di affinamento dei reflui da impianti civili, che possano restituire acque di pari rispetto a quelle possedute dall’acqua Sinni”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/07/27/legambiente-taranto-acqua-ed-ex-ilva-la-corsa-del-gambero/)

Il compromesso tra il diritto e l’etica

Come abbiamo avuto più volte modo di sottolineare, il progetto è di per sé assolutamente giusto e condivisibile. Visto che interviene su una problematica sempre più attuale come il depauperamento delle risorse idriche sotterranee e l’approvvigionamento idrico per uso civile e agricolo.

Allo stesso tempo è chiaro che un’azienda debba avere il diritto di utilizzare acque con le carattiritische qualitative idonee per non danneggiare i suoi impianti e per rispettare i limiti emissivi che gli sono imposti dalle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale.

A nostro modo di vedere, oltre che per una mera questione economica (se l’azienda continua a pagare alla Basilicata un costo inferiore rispetto a quello che pagherebbe per ottenere l’acqua dal Gennarini, difficilmente la situazione cambierà), sicuramente dirimente per le casse di una società, sarebbe finalmente giunto il momento in cui la politica da una parte e l’azienda dall’altro, dopo aver trovato eventualmente un’intesa sul futuro del siderurgico, si vengano incontro per realizzare questo progetto.

Con un contributo economico da parte dell’azienda alla realizzazione della stazione di trattamento ad osmosi inversa da un lato, e con un contributo di competenza e serietà da parte della politica, non solo in termini di programmazione e realizzazione certa dei progetti, ma anche nei rapporti diplomatici con la stessa azienda, visto che negli ultimi anni tutto abbiamo visto tranne che la presenza di questi fondamentali aspetti per chi amministra la cosa pubblica.

Non ci sembra di chiedere l’impossibile. 

(leggi gli articoli su ArcelorMittal https://www.corriereditaranto.it/?s=arcelormittal&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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