Ex Ilva e acque Gennarini, tra dati e un po’ di storia

 

Una vicenda iniziata nel 1994 e non ancora conclusa: tra sperpero di denaro pubblico, scontro tra Regioni, interessi economici privati e disinformazione
pubblicato il 30 Luglio 2020, 19:42
29 mins

Non c’è niente da fare. Anche quando dell’Ilva non parla più nessuno (fino a poche settimane fa sembrava fossimo ad un passo dall’apocalisse) e la vertenza del siderurgico tarantino non sembra al momento essere proprio ai primi posti dell’agenda di governo, la grande fabbrica trova sempre il modo di far parlare di se. In questo, c’è da dirlo, l’Ilva è sempre stata fortemente democratica.

Chissà cosa accadrà (ce lo domandiamo spesso) e di cosa si occuperanno tutti quelli che da anni (stra) parlano di questa vicenda quando, perché prima o poi è indubbio che ciò si verificherà, il siderurgico chiuderà i battenti. Come trascorreranno il loro tempo tutti costoro? Sarà divertente scoprirlo.

Il progetto delle acque reflue e il corto circuito del sottosegretario Turco

Dunque, tornando alla triste attualità, a tornare in auge in questi ultimi giorni, è il quasi trentennale progetto che prevede il “Completamento del progetto dell’utilizzo industriale (ex Ilva) delle acque reflue di Taranto per uso potabile ed irriguo”. L’intervento, consiste nella realizzazione di un impianto di ultra-affinamento delle acque reflue civili trattate nell’impianto di depurazione di Taranto Bellavista e del collettamento delle stesse fino all’area dello stabilimento siderurgico ex Ilva (di cui nel corso dell’articolo troverete, ancora una volta, il riepilogo storico di quanto accaduto realmente).

Partiamo dall’inizio. Lo scorso 17 aprile 2020, al termine di una riunione del CIS Taranto, il sottosegretario Turco affermò quanto segue: “Oggi ci siamo confrontati con Aqp, Arcelor Mittal, Commissari Straordinari ex ilva e CNR sul progetto che avrebbe dovuto evitare l’utilizzo dell’acqua potabile ad uso industriale. Il progetto, seppur ambizioso, in realtà non è mai partito, nonostante le risorse fossero disponibili dal 2011 – spiegò il sottosegretario -. In merito ho chiesto un tavolo tecnico che dovrà, entro 40 giorni, fornire possibili soluzioni prontamente realizzabili.

Poi, due mesi dopo, la scintilla da cui tutto è nato. Lo scorso 12 giugno 2020, durante la conferenza stampa al temine degli incontri previsti dalla riunione del CIS di Taranto, il sottosegretario del M5S Mario Turco, che dallo scorso 5 marzo ne ha ottenuto la delega per la gestione, inteveniva sull’argomento affermando quanto segue in merito al progetto in questione: “La richiesta che ci è pervenuta da parte di ArcelorMittal è quella di avere acqua distillata. A me risulta – affermò con una battuta il sottosegretario – che l’acqua del Sinni e del Mar Piccolo non lo sia. L’Impianto Gennarini e Bellavista, rilascerà acque reflue a norma con dettato europeo e legislazione vigente (il DM 183/2003), per uso agricolo e industriale. Noi lo faremo. Prendiamo atto che quelle acque non serviranno per uso industriale, ma soltanto a questo punto per i nostri agricoltori che ne trarranno enorme beneficio. Questo non significa che non ci sarà un altro problema da affrontare: perché in questo caso c’è una violazione dell’AIA. Il progetto previsto dal Cis andrà avanti, ma aprirò un problema che rimetterò ad ArcelorMittal, ai commissari straordinari di Ilva in AS ed ai ministeri competenti. Prenderò atto di questo, ma non posso perdere tempo perché creerei altrimenti un danno eraliarle per insufficienza amministrativa, visto che già i 14 milioni di euro stanziati per la realizzazione del progetto sono insufficienti. Altrimenti vanno rimessi all’amministrazione competente che ha emesso questi soldi”.

Poche settimane dopo però, al termine di un’altra riunione del CIS, quella del 24 luglio 2020, il sottosegretario Turco pare aver cambiato totalmente idea e si esprime con toni completamente diversi. “Oggi abbiamo affrontato anche l’annoso progetto di riutilizzo delle acque reflue per uso industriale. Dopo anni di mancate interlocuzioni tra le parti interessate, siamo giunti alla consapevolezza che il progetto così concepito non può essere destinato a soddisfare le esigenze industriali. ArcelorMittal ha definitivamente chiarito che le acque reflue, seppur conforme al DM 183/2003, non presentano caratteristiche idonee all’utilizzo siderurgico, nonostante la paventata prescrizione AIA. Segue che per quanto di competenza del CIS, il progetto in corso di ultimazione sarà destinato al settore agricolo o ad altri usi diversi da quello siderurgico” ha detto il sottosegretario.

Infine ieri, abbiamo appreso da una nota stampa dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, Gianni Vianello e Giampaolo Cassese, che la situazione è nuovamente cambiata. E’ che invece il progetto sarà realizzato e che l’ex Ilva utilizzerà le acque reflue del depuratore: chi ci capisce qualcosa è bravo…

(leggi gli articoli su ArcelorMittal https://www.corriereditaranto.it/?s=arcelormittal&submit=Go)

Il progetto non è più nel Piano Ambientale. E sull’acqua distillata…

Ora. E’ evidente che molti di coloro i quali oggi parlano, non conoscano la realtà dei fatti.

Punto primo: quel progetto, presente nella prima AIA rilasciata all’ex Ilva nel 2011 e riproposto nel Piano Ambientale 2014, dal 2015 fa parte dei progetti del CIS per l’area di Taranto: nel Piano Ambientale del 2017, quello che ArcelorMittal o chi per lei dovrà realizzare entro il 2023 o nei successivi anni, non c’è. Dunque, la mancata realizzazione del progetto non potrà mai essere considerata una violazione di una prescrizione AIA, perché nel piano della gestione Acque quel progetto non esiste più. Almeno in tutte le carte da noi consultate non c’è traccia, nemmeno nella pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del DPCM del settembre 2017. Altrimenti sarebbe ancora presente lì e non figurerebbe nei progetti del CIS.

Quantomeno curioso che il sottosegretario Turco abbia affermato l’esatto contrario lo scorso giugno. Forse era stato male informato. Cosa ancora più curiosa è che in molti continuino a sostenere questa tesi: non è un caso che nella seconda volta in cui ne ha riparlato, Turco non abbia più accennato ad una tale ipotesi.

Secondo punto, la questione dell’acqua. Quando ArcelorMittal parla di acqua distillata, nonostante la battuta del sottosegretario, non dice il falso: tutt’altro. Chi parla di Ilva dovrebbe sapere che la parte dell’acqua che il siderurgico preleva dall’invaso del Sinni, dal Mar Piccolo tramite le idrovore, dal fiume Tara e Fiumicello e da altri 32 pozzi, non viene utitlizzata così com’è, ma viene lavorata e trattata e trasformata in acqua così detta demi, ovvero demineralizzata e quindi distillata. Acqua utilizzata nelle due centrali termoelettriche in funzione nel siderurgico. Così come l’acqua demi viene utilizzata in tutti i circuiti chiusi degli impianti dello stabilimento (come ad esempio gli altiforni).

Come detto però, non tutta l’acqua prelevata dall’ex Ilva viene trattata. Ad esempio, per il raffreddamento delle torri del reparto cokeria o per il raffreddamento del coke, o per altre funzioni ciò non avviene. Viene utilizzata direttamente l’acqua così com’è.

Questo comporta che le acque reflue ultra raffinate proveniente dal Gennarini, come disse già il Tar di Lecce nel 2011, debbano avere tutte quelle specificità di utilizzo previste dall’ex Ilva per essere utilizzate al posto dell’acqua distillata. E’ questo che ArcelorMittal avrà spiegato al sottosegretario Turco, tanto da indurlo pochi giorni fa ad affermare che “il progetto così concepito non può essere destinato a soddisfare le esigenze industriali. ArcelorMittal ha definitivamente chiarito che le acque reflue, seppur conforme al DM 183/2003, non presentano caratteristiche idonee all’utilizzo siderurgico”.

Ovviamente la questione non si ferma qui. Perché se è vero quanto abbiamo scritto sin qui, è altresì vero che in tutti i reparti in cui l’acqua viene utilizzata senza essere trattata, si potrebbe utilizzare quelle proveniente un domani dal Gennarini. Perché almeno questo possa verificarsi però, bisogna mettere mano alla questione economica. E’ brutale dirlo, ma purtroppo è così: se l’azienda continua a pagare alla Basilicata un costo inferiore rispetto a quello che pagherebbe per ottenere l’acqua dal Gennarini, difficilmente la situazione cambierà.

A questo dovrebbe servire la politica: a trovare le giuste soluzioni. E su questo dovrebbe fare un passo indietro l’azienda: perchè il sacrificio economico per una multinazionale di livello mondiale non dovrebbe mai avere lo stesso peso che si dedica a questioni complesse e fondamentali per il presente e il futuro, come il depauperamento delle risorse idriche sotterranee e l’approvvigionamento idrico per uso civile e agricolo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/07/27/legambiente-taranto-acqua-ed-ex-ilva-la-corsa-del-gambero/)

Un progetto che risale al 1994. Tra Italsider, gruppo Riva e due Regioni

Francamente non ci appassiona la querelle tutta politica sorta nelle ultime ore tra il Movimento 5 Stelle, il sottosegretario Turco e il consigliere regionale Amati (che segue la vicenda da una vita ed ha indubbiamente le sue ragioni). E’ chiaro che anche in questo caso si utilizza una problematica seria per buttarla in caciara e rinfacciarsi colpe del passato e del presente.

Qui siamo davvero alla ‘preistoria‘. E’ giusto avvisare il lettore prima di imbattersi nella lettura di questo articolo. Dobbiamo tornare indietro addirittura al 1994 quando la Regione Puglia, dopo la convenzione stipulata tra l’ex Italsider e la Provincia di Taranto, decise di finanziare il progetto per il riuso delle acque reflue provenienti dagli impianti di affinamento.

La condotta (il cui primo lotto costò 17 miliardi delle vecchie lire e fu progettato quando c’era ancora l’Italsider) fu realizzata nel 1997, ed a valle di essa fu installato un impianto di super affinamento per rendere le acque idonee all’uso industriale.

Ma i Riva, proprietari dello stabilimento di Taranto dal 1995, si rifiutarono sempre di utilizzare quelle acque. L’opera finì in malora perché abbandonata.

Nel 2006 il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, in attuazione di un’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri, disponeva il trasferimento di risorse economiche nel Bilancio della Regione Puglia, pari a 14 milioni di euro, al fine di realizzare, tra le altre, l’opera in questione. L’intervento è previsto anche all’interno del Piano d’Ambito Idrico 2009-2018 della Regione Puglia.

(leggi tutti gli articoli sull’Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

Pochi anni dopo però, inizierà una lunga battaglia che sulle colonne del ‘TarantoOggi’ seguimmo dal principio e denominammo ‘la guerra dell’oro blu‘. Perchè come spesso accade in ambito ambientale, non sono in ballo soltanto risorse naturali ma anche e soprattutto interessi economici.

La realizzazione del progetto s’incagliò definitivamente nel 2011 (l’anno domini in cui il ministero dell’Ambiente, dopo 7 lunghi anni di istruttoria, il 4 agosto concesse la prima Autorizzazione Integrata Ambientale all’ex Ilva all’epoca gestita dal gruppo Riva), quando si verificò lo scontro frontale tra l’ex assessore regionale Amati (che è bene e giusto ricordarlo e sottolinearlo condusse una battaglia solitaria contro la famiglia Riva) e l’Ilva: ben nove anni fa.

Quell’anno, in quel di Potenza, si svolse la riunione del ‘Comitato di coordinamento per l’accordo Puglia-Basilicata‘. In quell’occasione fu accolta la proposta della Regione Puglia che prevedeva che dal 2012 il costo dell’acqua per uso agricolo sarebbe stato ridotto del 25%, mentre quello per uso industriale sarebbe aumentato nella misura del 250% nel 2012, del 400% nel 2013 e del 500% nel 2014. Era proprio questo il deterrente ideato dal consigliere Amati, per indurre i Riva a dire sì all’utilizzo, almeno in parte, delle acque reflue del Gennarini.

La revisione del modello tariffario, che fu stabilito soltanto in via provvisoria dal Comitato nel 2004, rientrava nel percorso indicato da una direttiva europea che prevedeva come a partire dal 2010 gli Stati membri avrebbero dovuto provvedere “affinché le politiche dei prezzi dell’acqua incentivino i consumatori a usare in modo efficiente le risorse idriche e perché i vari settori di impiego dell’acqua contribuiscano al recupero dei costi dei servizi idrici, compresi i costi per l’ambiente e le risorse“. Il Comitato di Coordinamento stabilì quindi un percorso di variazione graduale delle tariffe, che avrebbe comportato l’incremento della componente ambientale per il settore industriale fino al quintuplo della tariffa stabilita per l’uso potabile: a fronte di ciò, il settore irriguo avrebbe beneficiato già dal 2012 di una riduzione tariffaria del 25%.

Per ottenere l’approvazione la Regione Puglia dovette minacciare il rifiuto de’Acqudotto Pugliese a pagare la sua quota di componente ambientale, se la Basilicata non avesse provveduto a consentire l’aumento della tariffa.

Piccola, ma fondamentale precisazione. Il fornitore di acqua naturale al siderurgico non è la Regione Puglia ma l’Ente Irrigazione per la Puglia, la Lucania e l’Irpinia (EIPLI). Questo significa che l’ex Ilva paga ancora oggi il costo industriale dell’acqua all’EIPLI (che si aggirava sui € 0,2097 per metro cubo) e non alla Regione Puglia. Per quanto riguarda invece il costo per la componente ambientale sulle acque prelevate dal Sinni, l’Ilva è ovviamente tenuta a pagare alla Regione Basilicata. I costi furono infatti definiti con una scrittura privata del 31 maggio 1991 tra EIPLI e ILVA (e successive integrazioni della stessa). Ancora oggi la tariffa dell’acqua del Sinni è definita dal Decreto Legge 3 novembre 2008 n. 171, convertito con legge n. 205 del 2008.

La Regione Puglia ha cercato invano, attraverso una lunga e complicata trattativa tra il 2009 e il 2011, di convincere l’Ilva ad utilizzare l’uscita del depuratore Gennarini-Bellavista, la cui costruzione sarebbe stata affidata appunto all’Acquedotto Pugliese. Al siderurgico sarebbe stato invece assegnato il compito di provvedere ai costi di gestione dell’impianto adoperato per il “riciclodell’acqua.

Come ha sempre ricordato l’ex assessore Amati in anni successivi, “il motivo per cui la Regione Puglia decise di proporre nell’ottobre 2011 l’aumento delle tariffe della componente ambientale, consisteva nel tentativo di dissuadere Ilva ad utilizzare le acque del Sinni, sostituendole con quelle dell’impianto di ultraffinamento Gennarini-Bellavista, così da poter convogliare nell’invaso Pappadai, allo stato monumento all’incompiutezza, i 250 litri al secondo prelevati da Ilva dal Sinni. La funzionalità della diga Pappadai avrebbe poi realizzato l’appagamento di esigenze irrigue ed idropotabili“.

(leggi tutti gli articoli sul CIS Taranto https://www.corriereditaranto.it/?s=cis+taranto&submit=Go)

Il ricorso al TAR di Lecce e l’AIA del 2011. Il travaso nel CIS

Ma la storia, ovviamente, non finisce di certo qui. Perché la prescrizione di utilizzo delle acque ultra affinate del depuratore Gennarini-Bellavista fu inserita nel decreto di AIA del 2011, proprio in recepimento delle richieste della Regione Puglia contenute nella delibera della Giunta regionale del 4 luglio 2011. Prescrizione contro la quale Ilva presentò l’ennesimo ricorso al TAR di Lecce, così come per altre presenti nella precedente AIA. In quel caso però, pur accogliendo il ricorso parzialmente, nel 2012 i giudici amministrativi di Lecce rigettarono il ricorso dell’azienda, ritenendo legittima la prescrizione richiesta dalla Regione Puglia.

Nel caso di specie, il Collegio dei giudici rilevò che la prescrizione con cui si favorisce l’uso delle acque affinate dell’impianto “si dimostra legittima e ragionevole, dal momento che viene accompagnata da una serie di misure volte a impedire sostanziali nocumenti all’attività produttiva, poiché l’utilizzazione delle acque non è prevista in via esclusiva – bensì “prioritariamente” -, a seguito di accordi con la Regione Puglia nei quali dovranno trovare adeguata considerazione tutte le ragioni rappresentate dall’Ilva, compresa la questione relativa alla realizzazione delle tubature di adduzione e, soprattutto, “compatibilmente con la fornitura quali-quantitativa conforme alle esigenze di utilizzo” così da salvaguardare le necessità tecniche di un approvvigionamento idrico idoneo al processo produttivo”. 

Ad ottobre del 2012 arrivò però il riesame dell’AIA del 2011 da parte dell’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Il settore acqua, insieme a quello dei rifiuti, fu stralciato e rinviato ad altri provvedimenti.

Secondo quanto riportato dall’Ilva nel 2013, il consumo di acqua del Sinni si era attestato a circa 7 milioni di metri cubi. Secondo i dati riportati nell’AIA del 2011, nel 2005 erano 16,6 milioni di metri cubi e 13,6 milioni nel 2007. La diminuzione fu spiegata da Ilva in questo modo: “Gli impianti sono raffreddati in modo indiretto con acqua di mare (prelevata dal Mar Piccolo tramite le idrovore). L’acqua del Sinni viene utilizzata come acqua di processo tal quale o dopo trattamento di demineralizzazione. Da tempo il consumo di acqua del Sinni si è ridotto sempre più in quanto, in alternativa, ILVA effettua la dissalazione dell’acqua dei pozzi interni autorizzati che hanno un contenuto salino elevato“.

Nel DPCM del 14 marzo 2014, ovvero il decreto con cui il governo riesaminò per l’ennesima volta l’AIA dell’Ilva che da allora è meglio conosciuta come Piano Ambientale, venne reinserita la prescrizione in questione. Nel corso dell’ispezione ISPRA/ARPA dei giorni 11 e 12 marzo 2014, i tecnici Ilva dichiararono che “nell’ambito di una riunione presso la Regione Puglia in data 22 maggio 2013 alla presenza dell’acquedotto pugliese, l’azienda ha manifestato la disponibilità all’utilizzo delle acque del depuratore comunale (200-300 lt/s) approfondendo le problematiche relative alla stabilità qualitativa e quantitativa della fornitura. A seguito della predetta riunione ILVA evidenzia di non aver ricevuto alcun invito ad incontri tecnici per la definizione della prescrizione. ILVA segnala che qualora non si riesca ad addivenire ad un accordo con la Regione si rende disponibile a farsi carico della realizzazione di un impianto dissalatore dell’acqua Tara“.

L’anno successivo, con l’avvento del CIS di Taranto, il progetto è stato trasferito in quel contenitore restando lì a svernare per anni.

Al momento infatti, stanto a quanto risulta dall’ultimo aggiornamento del 2018, risultato attuato soltanto un 5% del progetto, pari a € 716.098,12 rispetto ai 14 milioni di euro previsti (sempre gli stessi di 30 anni fa) garantiti dalle Risorse Bilancio Regione Puglia (Decreto N. 16 del 22.06.2004 – OPCM 3536/06).

(leggi tutti gli articoli sul Gennarini https://www.corriereditaranto.it/?s=gennarini&submit=Go)

La Conferenza dei servizi dello scorso dicembre e l’inquinamento della falda

Prima però di parlare di soluzioni realizzabili nel breve termine, bisognerebbe dare un’occhiata alla situazione ambientale in cui versa l’area dove insiste il depuratore. Visto che l’area è risultata inquinata: questo al CIS lo sanno? Sicuramente sì.

Lo scorso 2 dicembre a Roma, presso il ministero dell’Ambiente, si è infatti svolta una riunione sull’area su cui sorge il depuratore Gennarini gestito dall’Aqp.

Motivo della riunione, rendere noti i dati in merito alla caratterizzazione dei terreni su cui far sorgere l’impianto di ampliamento del depuratore: quello che serve al progetto di cui sopra. Il piano di caratterizzazione venne approvatonella Conferenza dei Servizi del 24 febbraio 2011: i risultati sono arrivati nel giugno del 2019. Otto anni…

Per quanto riguarda la matrice top-soil, non si sono registrati superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC). Per la matrice acque sotterranee invece, si sono registrati superamenti per Solfati, Arsenico, Boro e Triclorometano. Come indicato da ARPA Puglia sono stati anche analizzati i materiali da riporto che, sottoposti a test di eluazione, hanno evidenziato superamenti per il Nichel, Arsenico, Piombo, Alluminio, Antimonio, Ferro e Manganese.

Il mese successivo, siamo al luglio 2019, la Divisione Bonifiche del ministero dell’Ambiente chiede ad ARPA Puglia di inviare la relazione di validazione delle indagini di caratterizzazione, che è stata trasmessa lo scorso 8 novembre. Mentre al gestore dell’impianto, ovvero l’Acquedotto, vista la contaminazione delle acque di falda, di procedere alle attività di prevenzione previste dal D.lgs. 152/2006, così come di gestire come previsto dalla legge i materiali da riporto che non avevano superato i test così detti di cessione. Infine, venne chiesto alla Provincia di Taranto di inviduare i responsabili dell’inquinamento della falda

Tutto questo in quanto il ministero dell’Ambiente voleva dei chiarimenti in merito alle procedure tecnico-amministrative che si volevano attuare per la realizzazione dell’impianto di potenziamento del depuratore Gennarini, visto che l’area suddetta risulta inquinata.

Durante la riunione dello scorso dicembre, emerse queste problematicità, il rappresentante dell’Aqp ha dichiarato che l’area in cui dovrebbe sorgere l’impianto, non interferisce con le attività di bonifica in corso, visto che il depuratore rientra nel SIN di Taranto. Inoltre, dichiara che la società voleva effettuare un monitoraggio delle acque di falda, mentre per quanto concerneva il materiale da riporto, lo stesso sarebbe stato messo in sicurezza, pur non essendo depositato in un’area diversa rispetto a quella su cui far sorgere il nuovo impianto.

In merito al superamento del parametro Triclorometano, si è ipotizzata un’origine naturale dovuta al processo di clolurazione di sostanze umiche (tipicamente costituite da tre componenti distinte in base alle differenti caratteristiche di solubilità in alcali o acidi). Ciò detto la società si è detta indirizzata ad effettuare un’analisi di rischio sanitaria per capire esattamente come intervenire.

Per quanto attiene invece il materiale da riporto, era in corso di valutazione una messa in sicurezza permanente, in modo da garantire l’isolamento dei materiali non solo nella parte superficiale ma anche in quella potenzialmente a contatto con l’oscillazione dela falda. Anche perché l’Aqp durante la riunione segnalò superamenti di contaminazione della falda anche in aree non ricadenti nel SIN.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/04/18/falda-del-gennarini-inquinata-al-cis-lo-sanno/)

Il revamping del depuratore progettato dal Comune

Infine, lo scorso ottobre, i tecnici della Direzione lavori pubblici del Comune di Taranto assieme ai rappresentanti della Regione Puglia, dell’Acquedotto Pugliese e del Consorzio di bonifica Stornara e Tara hanno effettuato sopralluoghi presso il depuratore Gennarini e la relativa stazione di affinamento attualmente in disuso.

Sono infatti in corso le procedure di progettazione atte al revamping, potenziamento e ambientalizzazione dell’intero sistema di depurazione acque facente capo all’impianto Gennarini, finanziato con 25 milioni di euro, ai fini del riutilizzo delle stesse a uso industriale ed agricolo.
Il sopralluogo è stato effettuato anche presso le vasche di accumulo del Consorzio di bonifica Stornara e Tara che beneficeranno di una aliquota di 700 l/s per l’irrigazione dei campi. L’area industriale che attualmente preleva le acque dal fiume Tara attraverso la condotta sottomarina di Mar Grande riceverà un’aliquota di 500 l/s consentendo di migliorare sensibilmente l’integrità idrogeologica del fiume.

Staremo a vedere quel che accadrà su questo progetto che si attende da quasi 30 anni. E sul quale ci dichiarammo a favore oltre 15 anni fa, nella misura in cui è attuabile. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2016/11/09/lilva-blu-vecchia-storia-acqua-milioni-euro-non-solo/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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