Taranto, gli Ori e quei like che non piacciono

 

Portare i nostri musei nel presente. In altre parole, la macchina della promozione del passato va messa a punto pensando al pubblico che la guiderà
pubblicato il 26 Luglio 2020, 07:00
6 mins

Promuovere e valorizzare i beni culturali di un Paese (come l’Italia) è nell’immaginario comune un compito relativamente facile, se si pensa – banalmente – ai tesori custoditi nei nostri musei e ai siti culturali e archeologici disseminati lungo lo stivale.
E, se pure fosse vera la balla che il Belpaese “detiene il cinquanta per cento del patrimonio artistico mondiale”, cosa assolutamente non vera perché siamo intorno al 7 per cento, ci sarebbero ancora meno ragioni per spiegare lo scarso “appeal” che i musei italiani hanno rispetto ai competitori internazionali per pubblico sui social, che diciamolo subito, non è una gara di numeri ma ci dice molto su come e con che mezzo, raccontiamo il patrimonio culturale dell’Italia.

Guardiamo qualche numero. Se parliamo in termini di follower il parco del Colosseo non arriva a 20 mila; la Reggia di Caserta è a 55 mila; Venaria Reale a 39; il Museo Egizio 68 mila; il MaXXi supera di poco i 100 mila; Pompei è a 191 mila. Solo gli Uffizi superano i 500 mila follower. Chiude tristemente il Museo del Cenacolo Vinciano, quello dell’Ultima Cena di Leonardo: 1294 follower. Ora, i numeri italiani, scompaiono di fronte agli altri grandi musei del mondo: il MoMa ha 5,1 milioni di follower; il Louvre, 4,1 milioni; il Guggenheim, 2.5; il British, 1,7; il Prado 745 mila; chiude l’Hermitage di San Pietroburgo, che pure ci batte, a quota 572 mila follower.

Col volto opportunamente coperto da mascherina da destra: Eva Degl’Innocenti, direttrice del MarTa e Chiara Ferragni. Nella foto di apertura a sinistra, Maria Grazia Chiuri direttrice creativa di Dior

 

Tutto ciò va detto come premessa per introdurre una breve riflessione sulla visita di Chiara Ferragni al Marta. Il passaggio della Ferragni a Taranto, in visita nel Salento per un progetto con Dior, non poteva (e non può) che dividere commentatori e pubblico arrovellati su un interrogativo sostanzialmente privo di oggetto: “E’ l’Arte a utilizzare la Ferragni o la Ferragni utilizza l’Arte?”.
Il punto non è questo. Chiara Ferragni è (lo sanno anche i sassi) una influencer e una imprenditrice da 20 milioni di follower e, come dicevamo, il suo “passaggio” nelle sale degli Ori di Taranto ha avuto subito ricadute numeriche importantissime.
“Sui social – ha dichiarato ad Ansa la direttrice del MarTa Eva Degl’Innocenti – abbiamo avuto ricadute importantissime, su Facebook c’è stato un +4.086 per cento di interazioni rispetto al giorno precedente, con un grande aumento di like e +96 per cento di nuovi utenti rispetto ai due giorni precedenti”. E non solo: “Sul sito web abbiamo registrato +96 per cento di nuovi utenti, e su Instagram un engagement rate più alto rispetto alla media mai avuta, che ha coinvolto molti giovanissimi”.
Con buona pace di quelli che detestano la Ferragni perché “guadagna 60 mila euro con un post”, cosa peraltro vera (e quindi?). Se il suo lavoro è (anche) quello di usare la propria popolarità per dare visibilità, promuovere, pubblicizzare, allora, bisogna ammettere che lo fa bene.
Ferragni ha concesso al MarTa di farsi conoscere da un pubblico che non frequenta musei e che invece frequenta i social network: gli adolescenti, il target più difficile da intercettare se si eccettua il pubblico scolastico.
Tornando alle polemiche sussurrate intorno alla figura della Ferragni, anche la Direttrice del MarTa, Eva Degl’Innocenti ha osservato in un’intervista che “nel momento in cui una influencer con rispetto e tatto fornisce visibilità ad un ente, aiutandolo ad approcciarsi anche ad un pubblico più giovane e dinamico, non dovrebbe rappresentare un male”. Aggiungendo che la questione centrale è “raggiungere anche un pubblico più giovanile e mettere in condizione il museo di avere un’apertura al pubblico più pronunciata. (…) In questo momento i media hanno un ruolo di educatore. Un legame da coltivare tra quella che è la comunità e i luoghi di comunicazione”.

Portare i nostri musei nel presente. In altre parole, la macchina della promozione del passato va messa a punto pensando al pubblico che la guiderà. Devono parlare e condividere lo stesso linguaggio, sentirsi parte di una storia comune. Significa riscrivere, con un linguaggio nuovo, quello dei “Millennials”, dei nativi digitali, il racconto della nostra cultura e che si parli di Storia dell’Arte o Letteratura non fa alcuna differenza.
Ciò che la visita di Chiara Ferragni ha già in parte dimostrato è che il “pubblico” è cambiato. E che bisogna prendere le contromisure per incontrarsi sullo stesso terreno: quello degli strumenti di comunicazione.
E posto che fa bene il suo lavoro, se vogliamo far crescere la visibilità e la conoscenza delle nostre meraviglie, il coinvolgimento di persone come lei non può che essere positivo, in ogni caso farebbe senz’altro meno danni di un Sandro Bondi qualunque al Ministero Beni Culturali. Fare l’ambasciatrice della cultura è un compito senza dubbio gravoso, ma pensandoci bene, Ferragni, potrebbe farsi aiutare dal marito. Fedez. Un signor musicista (idolo della generazione che non visita mostre e musei) con 10 milioni di follower. Con lui nel progetto si potrebbe anche pensare di cambiare nome al Museo. Pensiamo al risultato, ribattezzandolo MarTagnez avete presente quanti secondi impiegherebbe il MoMa a passare al secondo posto?

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

6 Commenti a: Taranto, gli Ori e quei like che non piacciono

  1. Fra

    Luglio 27th, 2020

    La cultura che offrono gli altri paesi è impressionante e molta di essa è romana ,greca etc … la Gran Bretagna offre la cultura gratis ,un intero Partenone Elgar ha trasportato a Londra ,nel museo dell’acropoli ci sono pochi pezzi a confronto ,il Colosseo è in rovina ,tutto scarabocchiato ,senza le vecchie statue Che la curia ha distrutto E decapitato ,Taranto offre pochissimo nonostante i suoi tesori ,il Prada è suggestivo ed il Louvre è incantevole ,per non parlare delle emozioni che lascia Parigi lungo la Senna ,un incanto indescrivibile ed unico ,che spettacolo non credevo fosse così eccezionale .i nostri quadri in tutto il mondo ,vedi la Gioconda dove da tutto il mondo vengono a visitarla e ammirarla ,avremmo dovuto trattare Leonardo con lo stesso riguardo che il re di Francia fece con lui si vede ,le nozze di Cana una meraviglia di fronte a un quadro così piccolo ,il Veronesi si è saputo distinguere in quel quadro ,abbiamo i musei vaticani che ci rappresentano ma si vede non bastano a compensare lo squilibrio di like .

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    • redazioneonline

      Luglio 28th, 2020

      Esatto. E se avessimo più pubblico sarebbe più facile ampliare e migliorare l’offerta

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  2. Mimmo

    Luglio 27th, 2020

    Quando leggo certi articoli mi viene in mente il film di Nanni Moretti “Bianca” ed immagino il giornalista del corriere nelle vesti del preside della scuola descritta nel film. Domani sicuramente arriveranno migliaia di millenials al museo…A quando una bella sagra tipo “orecchiette tra gli ori”?

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    • redazioneonline

      Luglio 28th, 2020

      Faccia pure una proposta….

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    • redazioneonline

      Luglio 28th, 2020

      Faccia pure una proposta, sembra così esperto…

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      • Mimmo

        Luglio 28th, 2020

        di fronte a MarTagnez mi arrendo

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