«Università occasione di cui dovremmo parlare tutti»

 

Continuano le nostre interviste per parlare di autonomia universitaria. Salvatore Aloisio: «Non c’è sviluppo alternativo senza Università». E sui Giochi: «Occasione eccezionale, ma ci vuole impegno delle classi dirigenti».
pubblicato il 19 Luglio 2020, 13:00
16 mins

Seconda puntata del nostro ciclo di interviste, in cui parliamo della possibilità di un’autonoma Università degli Studi di Taranto. Nostro ospite in questa chiacchierata è il prof. Salvatore Aloisio, presidente dell’associazione Amici del Quinto Ennio, e con lui parliamo della Taranto di ieri, di oggi, degli errori commessi e di quelli da non commettere. E di un modello di sviluppo alternativo che non può che passare dalla nascita di un ateneo ionico.


ASCOLTA L’INTERVISTA INTEGRALE


Professore, che cosa potrebbe significare l’Università autonoma e che cosa ha significato finora non averla?

La citta di Taranto, già dalla fine dell’800, dal punto di vista economico, e quindi necessariamente culturale, ha conosciuto una monocultura: la monocultura naval-militare prima – con l’insediamento dell’Arsenale e della Base Militare – e, dopo gli anni ’60, un’altra monocultura, quella siderurgica, con un’accettazione quasi subalterna da parte delle classi dirigenti, delle istituzioni e della stessa popolazione. A partire dagli anni ’60 c’è stata una specie di disinformazione o disorientamento fra la popolazione cittadina, perché sempre più si sono radicati e hanno avuto la prevalenza nel sentire comune dei valori, o pseudo-valori, elevati a principi di vita individuale e collettiva: il benessere, l’automobile e anche una pseudo-cultura. Questi valori o pseudo-valori hanno necessariamente comportato degli errori non solo negli anni immediatamente successivi, ma che persistono ancor oggi. Che cos’è accaduto? Si è trascurata notevolmente la cultura, in un territorio ricchissimo di cultura, dove la storia, l’archeologia, il paesaggio, il costume e le tradizioni meriterebbero ben altra attenzione e sviluppo.

A questo proposito forse quando si parla di Ilva si parla, giustamente, della questione ambientale e della questione del lavoro, ma poco si sottolinea che la presenza del siderurgico a Taranto ha anche rappresentato un forte sconvolgimento sociale. In anni in cui si parlava dell’Università come ascensore sociale, a Taranto l’ascensore sociale era riuscire ad ottenere un impiego in Italsider, e anche alla più giovane età possibile…

Quello che è accaduto nella seconda metà del ‘900 con la presenza del siderurgico a Taranto – questa sottovalutazione dal punto di vista culturale – ha comportato il fatto che la problematica ambientale fosse del tutto ignorata, a tutti i livelli e in tutti gli ambienti. C’è poco da rivendicare una primogenitura nell’aver sollevato la questione: Taranto ignorava quasi volutamente, a cominciare dalle classi dirigenti, la problematica ambientale. Vivaddio poi, negli anni successivi, le cose sono cambiate.

Ma anche limitandoci a sottolineare la poca cultura si pensi soltanto alle scelte urbanistiche che si sono fatte a Taranto: l’abbandono e il degrado della Città Vecchia, un errore incredibile, un errore storico di cui stiamo pagando pesantemente le conseguenze.

E va detto che si tratta di un errore che si è perpetuato anche ben oltre gli anni ’60, perché anche Matera fu abbandonata negli stessi anni ma ha iniziato un percorso di recupero molto molto prima di noi.

Esatto. Ora è bene sottolineare che io sto parlando degli errori compiuti all’indomani dell’insediamento del siderurgico, ma di fatto questi errori si sono perpetrati e, ahimé, io vedo che ancora le problematiche che questo sviluppo economico ha comportato non sono state del tutto risolte e si parla ancora di uno sviluppo alternativo, però che cosa è accaduto? Ecco, riprendo il discorso dall’aspetto urbanistico, non solo l’abbandono e il degrado della Città Vecchia, ad esempio la nascita di quartieri-ghetto, penso a Paolo VI – non scopro l’acqua calda dicendo questo – penso alla Salinella…

O pensiamo anche a zone che erano di un certo pregio come Lido Azzurro e che si sono ritrovate ad essere completamente isolate dalla città.

Io voglio prendere in considerazione quello che poteva essere lo stereotipo della città siderurgica europea, destinata a chissà quali gloriosi futuri, dalla popolazione di 350.000 abitanti. Pensiamo all’area della Bestat: la Bestat era il modello di questa città futura. Ora si è dimostrata una realtà così anonima, così disumana, così alienante che veramente fa toccare con mano come anche dal punto di vista urbanistico non c’è stata una grande considerazione della città. E si pensi anche all’indifferenza per l’archeologia e la conservazione del patrimonio storico. La mancata valorizzazione del Museo – certo, fortunatamente negli ultimi anni c’è stato un piccolo recupero -. Che ruolo ha ancora oggi il museo per la cittadinanza di Taranto? Ma anche dal punto di vista turistico. È una realtà tanto ricca, tanto importante, non adeguatamente valorizzata. E poi facciamo un elenco dei dati che sottolineano l’assenza della vocazione alla cultura? I teatri! Ma insomma, a Taranto non c’è un teatro degno di questo nome, non c’è una pinacoteca, non c’è una sede funzionale di un archivio storico comunale, che dati i documenti che abbiamo meriterebbe eccome.

Ma pensiamo anche a edifici simbolo come per esempio il Palazzo degli Uffici, sottoutilizzati e in condizioni di perenne restauro ormai da decenni.

La crisi delle istituzioni di ricerca e culturali. Parliamo del Paisiello, parliamo dell’Istituto Talassografico, un’emanazione del CNR. E, a proposito del Palazzo degli Uffici, la crisi di alcuni istituti storici; si pensi all’Archita, si pensi ad altri istituti scolastici che erano un po’ il simbolo della nostra Taranto. E poi perché per sottolineare questa indifferenza per la cultura non si parla della crisi della carta stampata? Testate giornalistiche chiuse nella completa indifferenza, anche testate televisive. Ebbene, tutto questo, poi – e arrivo a parlare dell’Università – tutto questo, mi permetto di dire, ha avuto un riflesso drammatico, a livello di popolazione ed è la perdita di identità, la perdita del senso di appartenenza dei tarantini alla propria città.

Ora che cosa è stata l’Università senza autonomia? Ha avuto a mio avviso in questo contesto un ruolo quasi del tutto marginale nella vita cittadina. Fatto salvo il fatto che la presenza della sede universitaria nella Città Vecchia ha incominciato timidamente a rappresentare qualcosa di nuovo

… e parliamo comunque di fatti relativamente recenti…

Però gli errori anche relativamente recenti, si pensi alla chiusura dei Corsi di Laurea di Scienze dei Beni Culturali. È inconcepibile che in una città di 200.000 abitanti nasca una Università e rischi di chiudersi! Ora l’occasione di rendere autonoma l’Università a Taranto dovrebbe essere un’occasione ghiotta perché se ne parli, perché se ne discuta tutti in città. Invece, tutto questo non avviene. E se pensiamo alle conseguenze – permettetemi di parlare come un uomo di scuola – se questo rappresenta la perdita, non so altro termine da usare di centinaia e centinaia di ragazzi, di intelligenze, di eccellenze, che Taranto perde, davvero è un argomento che deve far riflettere. Ripeto, non se ne parla abbastanza. Ben vengano questi servizi fatti dal vostro giornale, perché è ora che si parli dell’Università.

L’Università deve essere il perno di un progetto nuovo. Si parla tanto di modelli di sviluppo alternativi alla monocultura industriale, ma come si può pensare ad uno sviluppo culturale alternativo se non mettendo al centro una Università autonoma, ricca, più ricca, più stimolante, che si leghi al territorio? Ora, è questo che veramente dispiace, perché mai non si insista con più forza e non di tanto in tanto, in maniera episodica, perché Taranto abbia una sua Università autonoma. Perché gli esiti di una Università propaggine di Bari, lo abbiamo visto, sono ben pochi. Normalmente quando in una città nasce un’Università si avverte, è palpabile cosa cambia. A Taranto, purtroppo, questo non avviene. Quindi Taranto ha bisogno di elaborare un progetto che abbia al centro la cultura e una sede universitaria autonoma.

Le ripropongo una domanda che ho già fatto la settimana scorsa al preside Marzo e che ci accompagnerà lungo tutto questo itinerario in cui parleremo di Università. Molti individuano come scadenza simbolo per vedere i primi effetti concreti di una rinascita della città i Giochi del Mediterraneo. Lei come se la immagina Taranto nel 2026?

Certamente non abbiamo la palla di cristallo, però è sicuro che se non si avrà questo scatto, se non si avrà questa ferma convinzione da parte della politica, degli imprenditori, della classe dirigente, io non guardo con tanto ottimismo a questi cambiamenti che avverranno. Certo, è un’occasione favorevole, eccezionale che si presenta, ma dobbiamo saperla cogliere, e in questo contesto, ribadisco, la richiesta dell’autonomia dell’Università dovrebbe essere centrale, perché una città deve cambiare culturalmente a cominciare dalle istituzioni. La cultura deve essere ed è occasione di crescita economica, di sviluppo economico, si pensi soltanto al turismo culturale.

A questo punto la voglio provocare, perché i nostri lettori più attenti probabilmente ricorderanno che lei fu già nostro ospite in un’intervista un paio d’anni or sono, e all’epoca parlammo della questione dei brand: “Taranto Spartana”, “Taranto Città dei due mari”, e così via. Adesso il Comune di Taranto ha deciso di investire sul brand “Taranto Capitale di Mare”. Lei cosa ne pensa?

La ricerca degli elementi identitari è uno sport in cui si cimenta ogni tanto qualcuno. Taranto è così ricca e così bella e così antica che di elementi identitari ne potremmo trovare a iosa. Dal suo mare, al Castello, al Ponte Girevole, di tutte le epoche storiche! Si pensi al Duomo, alla sua Storia, quindi il fatto di cercare elementi identitari… esercitiamoci pure. Ora, “Taranto Capitale di Mare”. Ben venga, perché per esempio il Mar Piccolo è una realtà unica, che potrebbe diventare un elemento identitario di Taranto.

E a questo proposito, per chi ci ascolta in audio e sente i grilli in sottofondo, noi siamo al Parco Cimino e quindi per godere delle bellezze del Mar Piccolo invitiamo anche i nostri concittadini a venire ogni tanto a farsi una passeggiata da queste parti.

Ma certo! Guardate, affacciarsi al Mar Piccolo è illudersi di avere un lago, ed è già una bella cosa, ma se si pensa che questo non è un lago ma un mare, ricchissimo di fauna e di flora! Qualcuno di voi sicuramente conoscerà la riserva Palude La Vela. Lì, invece di andare in Tanganica, si trovano gli uccelli migratori. Per dire, parlavo prima della cultura storico-archeologica, ma da un punto di vista paesaggistico Taranto non ha nulla da invidiare a nessuno. Tornando quindi a “Taranto Capitale di Mare”, ben venga questo brand. Però, se ci si limita a un esercizio di individuare l’elemento identitario punto e basta, questo lascia il tempo che trova. Taranto deve diventare veramente una città diversa, che abbia al centro la cultura. Io mi permetto di sottolineare ancora una cosa, legandomi a quanto ho detto. A Taranto c’è una forte carenza di luoghi pubblici di incontro dei cittadini. Se si pensa all’Università, gli edifici scolastici, le biblioteche, gli archivi storici, i musei, dovrebbero tutti diventare luoghi di aggregazione. Invece c’è questa povertà di possibilità di incontro, di scambio culturale. La povertà non si misura soltanto sui livelli degli stipendi, ammesso che ancora ci sia quel benessere di cui si favoleggiava un tempo, ma si misura proprio su questo, perché l’assenza della cultura incide profondamente anche dal punto di vista psicologico. Guardate, io penso che ai tarantini, mancando la conoscenza, mancando l’attenzione verso le bellezze della propria città, è accaduto un fatto drammatico, e cioè la perdita completa della identità. Il tarantino sembra quasi che abiti in un posto che i sociologi chiamano non-luogo, cioè un posto dove manca l’identità del cittadino. Se si va in qualche piccola città, paese, del centro-nord, i cittadini si sentono legati alla propria città, pronti a difendere i monumenti.

Anche fino all’eccesso, qualche volta…

Fino ad un campanilismo estremo! Ma a Taranto dovrebbe nascere invece questo sano senso di appartenenza alla città. Noi abbiamo ancora problemi di rifiuti accanto ai cassonetti, ma non voglio dilungarmi sugli aspetti negativi. Io lego tutto a questo discorso, al discorso di una mancata conoscenza delle bellezze della nostra città, a un mancato senso di appartenenza e quindi a un esercizio errato della cittadinanza. Essere cittadini deve pur significare qualcosa. Non mostrare questa completa indifferenza con tutti i suoi effetti verso i quali tutti quanti siamo pronti a lamentarci. Dobbiamo veramente essere legati a Taranto. L’Università deve avere un ruolo centrale in questo progetto di sviluppo alternativo. Mi auguro che di qui al ’26 ci si incammini lungo questa strada.


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