Fatti di speranza

 

Il primo affido di un bimbo italiano a una mamma eritrea, due presidenti che si danno la mano. Due schiaffi al razzismo e all'omofobia
pubblicato il 19 Luglio 2020, 07:09
6 mins

Yodit e Francesco. Lei ha 47 anni e vive e lavora in Sicilia da 35. Dall’Etiopia, la terra dalla quale proviene è fuggita da bambina, a 11 anni, come tanti altri bambini. Oggi Yodit Abraha è psicologa e mediatrice culturale nella città di Palermo. La sua esperienza è stato il punto di partenza sul quale costruirci un lavoro e una missione. Trasformare la disperazione in rinascita e la sconfitta in vittoria.
Ed è brava a farlo perché lei, per prima, c’è riuscita.
Francesco (nome di fantasia) è un bambino che non era capace di sorridere. Sette anni e metà della vita passata in una comunità per minori. E oggi Yodit e Francesco sono madre e figlio.
Lei infatti è la prima donna di origine straniera che in Italia sia diventata mamma di un bambino bianco, italiano in affido. Si sono ritrovati insieme in una vita che per entrambi non sembrava promettere niente di buono. E “uguali” in un rapporto che ha già cambiato per sempre entrambi.

Yodit e Francesco

 

Nessuno più di lei, psicologa e mediatrice interculturale da venti anni nelle comunità e oggi responsabile di uno Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), sa cosa possa significare per un bambino crescere lontano dalla famiglia.
“Quando l’ho conosciuto diceva che era brutto e incapace – a detto Yodit in un’intervista a un giornale locale – adesso dice di essere bellissimo. I primi mesi non mi sono accorta neanche del colore di suoi occhi, talmente era assente e chiuso in se stesso. Un giorno, d’improvviso, ho scoperto che erano verde smeraldo. A un certo punto è successo qualcosa che ha fatto scattare un legame che cresce ogni giorno di più”.
In fondo si sono trovati a “casa”.

Il loro destino si è dato appuntamento in comunità e solo dopo un lungo periodo di riflessione la psicologa ha deciso di proporsi come mamma affidataria al Comune di Palermo. Perché c’era un grande dubbio che affliggeva Yodit: il bambino o la bambina italiana avrebbe voluto una mamma nera? E sono state tante, racconta, le volte nelle quali si è dovuta mettere in discussione prima di arrivare all’affido. “Sono stati anni di riflessione – dice – c’è stato un momento in cui volevo fortemente un figlio mio e non avrebbe avuto senso prenderne uno in affido, poi le cose sono cambiate e mi sono sentita pronta. Quando, però, è arrivata davvero la proposta dal Comune di prendere in affido un bimbo così piccolo e con un vissuto complesso ho avuto paura. Ma in fondo al mio cuore avevo scelto, Francesco era già nella mia vita”.
La famiglia di Yodit, una delle prime negli anni Settanta a lasciare l’Eritrea per ragioni politiche, l’ha sempre sostenuta e a Valverde, nel Catanese è stata la prima famiglia nera, accolta fra generosità e una dose di diffidenza. Insieme hanno davanti un percorso di due anni. Se in questo tempo il bambino potrà rientrare nella sua famiglia di origine, l’affido si interromperà, altrimenti potrà essere rinnovato e trasformarsi in una vera adozione. Intanto, per adesso, mamma e figlio, trascorreranno l’estate a Catania, dove vivono i genitori e i fratelli della psicologa.
Yodit consiglia a tutti il faticoso percorso dell’affido perché anche in questo si può vivere un rapporto senza scadenza. “Sarà il futuro a darci le risposte – dice godendosi il momento – intanto, continuiamo questo splendido viaggio d’amore.

Da un abbraccio di una madre e un figlio, a due uomini anziani che si stringono la mano, si congiungono in una sola radice due immagini che nulla sembrano avere in comune.
Qualche giorno fa, a Trieste, Sergio Mattarella e Borut Pahor, due capi di stato mentre davano vita al rito commemorativo, con il saluto, gli onori militari, gli inni sloveno e italiano, osservando il minuto di silenzio si sono dati la mano.

Un gesto storico

 

I due stavano deponendo una corona di fiori alla foiba di Basovizza, dove si stima che i partigiani jugoslavi abbiano gettato duemila italiani tra militari e civili. L’evento aveva già un enorme valore storico, considerando che Pahor è il primo presidente di uno dei Paesi nati dalla disgregazione della ex Jugoslavia a commemorare le vittime italiane delle foibe.
E il momento ha assunto una valenza ancora più significativa se si considera l’immagine di due presidenti che si prendono per mano. Un gesto considerato infantile, da riservare a donne e bambini, comunque, ai deboli. Fuori dal protocollo e dai soliti schemi evidenzia l’espressione di una fragilità incomprensibile ai giorni nostri.
Con buona pace del nostrano machismo sovranista, due capi di stato che ammettono le proprie responsabilità chiedendosi scusa in questo modo contribuiscono a sgonfiare la parte omofoba e razzista che sempre più spesso rialza la testa, ma che il nostro Paese non merita e non vuole.
E quando tutto questo accade è sempre una buona notizia.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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