Università, «Giovani pronti ad accelerare»

 

A colloquio con il preside Salvatore Marzo per parlare dell’Università autonoma e del futuro della città: «Quando si vedranno le gru in Città Vecchia si capirà che il rilancio è davvero iniziato».
pubblicato il 12 Luglio 2020, 13:00
15 mins

Iniziamo oggi, con il prof. Salvatore Marzo, Preside del Liceo Aristosseno, un ciclo di interviste che ci porterà a parlare di Università, per sviluppare un percorso di riflessione quanto mai necessario in vista della grande opportunità che di qui a tre anni possa essere istituita l’Università degli Studi di Taranto (per approfondire leggi «Università di Taranto, perché ne parliamo così poco?»).


ASCOLTA L’INTERVISTA INTEGRALE


Preside, prima di entrare nel vivo del tema della nostra chiacchierata: come sono andati questi esami di maturità in tempi di emergenza Covid?

Molti studenti hanno auspicato che si svolgessero in presenza. Dopo un allontanamento così prolungato dalle aule scolastiche dove loro quotidianamente conducevano una vita di comunità, di studio, di interesse, di approfondimento, di conoscenza, questo lockdown che li ha tenuti chiusi in casa per oltre tre mesi ha inciso molto sui loro livelli di socializzazione. Gli esami sono stati un’opportunità per salutare la loro scuola e soprattutto per riaffermare non la fine della scuola ma il suo inizio. Questo ha significato per noi un impegno molto severo per stilare i protocolli di sicurezza, ma alla fine tutto si è svolto regolarmente. Tutti gli alunni sono stati presenti; contenti, credo senz’altro, perché ha avuto uno straordinario significato simbolico in termini di riappropriazione di un presente ma anche di un futuro. Ora vedremo come si presenterà la situazione a settembre, ma stiamo già lavorando per garantire che i protocolli di sicurezza siano applicati.

 

Andando sull’argomento principale di cui parleremo, c’è questa possibilità, a tre anni dall’istituzione del corso di Medicina, previa valutazione positiva dell’ANVUR, di avere l’Università autonoma. Che cosa potrebbe rappresentare per la città?

Innanzitutto, siamo molto contenti di come si sta svolgendo l’installazione della Facoltà di Medicina a Taranto. L’individuazione di una sede prestigiosa come l’ex-Banca d’Italia ha significato già dare un segnale forte alla volontà di strutturare una Facoltà di Medicina che sia anche centro di ricerca nazionale e internazionale. Il territorio non ha bisogno di corsi che si limitino semplicemente a svolgere un corso di studi, nel caso di Taranto si chiede molto di più: si chiede, anche in considerazione delle note criticità sanitarie, di avvalersi di un centro di ricerca capace di attirare studiosi e studenti da tutta Italia e da tutto il mondo. È un atto dovuto verso la nostra comunità, che merita di essere attenzionata a livelli di assoluta importanza. Questo significa una Facoltà di Medicina che deve essere pari a quelle più note quale centro di ricerca. Significa, nei fatti, costruire un percorso vero, fattivo, di Università autonoma.

Taranto rispetto al numero dei suoi abitanti non ha ancora una sede universitaria e questo significa ogni anno, come ben sappiamo noi presidi, vedere partire centinaia e centinaia di ragazzi eccellenti, che si dirigono verso altre Facoltà universitarie perché una città con quasi duecentomila abitanti ne è sprovvista. Pensiamo anche alle opportunità che l’ambito storico-archeologico può offrire al nostro territorio, allo stesso Politecnico – che ci aspettiamo che possa godere anch’esso di una autonoma vita di ricerca e di studi – o anche alla filiera del mare. Il Comune di Taranto ha fortemente voluto lavorare sul brand “Taranto Capitale di Mare”, però, ovviamente, è un percorso che va anche supportato da una filiera di studio e di ricerca che veda proprio nella blue economy una straordinaria opportunità di sviluppo per il nostro territorio.

 

Perché di questa grande opportunità si parla così poco in città?

Se ne parlava poco, secondo me. Ora se ne comincia a parlare. Non a caso, perché la comunità è impegnata ora a costruire nuovi scenari di sviluppo. Questo significa cominciare a lavorare per costruire orizzonti alternativi alla grande industria, nuovi orizzonti culturali, ma anche sociali ed economici, capaci di disegnare una nuova città. Una città che riesca, però, a valorizzare le sue vocazioni di sviluppo. In questo senso io credo che quello che aspettiamo sia la scadenza dei Giochi del Mediterraneo del 2026, su cui bisogna già cominciare a lavorare.

Noi abbiamo bisogno di presentare una città nuova, rigenerata dal punto di vista dell’urbanistica, dei suoi fattori di sviluppo economico – in particolare il porto e tutte le attività legate al mare – ma soprattutto una città capace di tornare ad essere uno dei centri importanti del Mediterraneo. Per questo c’è bisogno di una comunità capace di ritrovare la sua coesione, di remare tutti nella stessa direzione, soprattutto affidando il futuro ai nostri giovani. E ritorniamo al discorso dell’Università; non è possibile perdere ogni anno centinaia e centinaia di preziose risorse umane, di intelligenze che lasciano questo territorio perché non c’è qui ancora l’opportunità di frequentare percorsi di studio, e dunque di puntare a una futura classe dirigente perché molte volte, lo sappiamo tutti, andando a studiare fuori molti non tornano più indietro. In questo modo corriamo il rischio di depauperare la nostra comunità di risorse che invece servirebbero qui.

 

Esistono già da diversi anni a Taranto Facoltà universitarie e altre realtà formative (pensiamo all’istituto Paisiello). Qual è attualmente l’incidenza di queste realtà sul territorio e sulla possibilità che alcuni giovani scelgano di rimanere nella loro città?

Metterei dentro anche la LUMSA

Certo, la LUMSA; l’Istituto Superiore di Scienze Religiose…

Il problema è strutturare un percorso pubblico-privato di formazione universitaria, che sia capace di offrire una formazione ampia, capace di toccare i gangli vitali e soprattutto le vocazioni di sviluppo del nostro territorio. Non dimentichiamo, ad esempio, che aver perso la Facoltà di Scienze dei Beni Culturali a Taranto ha significato una perdita notevole, anche perché i ragazzi che fino a qualche anno fa hanno intrapreso questi corsi di studio hanno sempre dato ottimi risultati. Sono Facoltà sulle quali gli stessi giovani tarantini amano impegnarsi, come dimostrano i tanti progetti di alternanza scuola-lavoro sull’archeologia e sui beni storico-culturali nel nostro territorio.

Questo significa, appunto, avere la capacità di strutturare un’Università coesa, che possieda un’offerta formativa ampia, declinata sul territorio. La stessa Facoltà di Scienze Ambientali necessita di essere supportata. C’è bisogno di un progetto che non si limiti solo a sostenere, ad esempio, il polo universitario jonico, che ha già dato tanto a questo territorio. Pensiamo che è l’unico settore che è riuscito anche a bonificare in termini architettonici la stessa Città Vecchia. Il tratto che va da Piazza Castello sino all’Università è quello di maggiore pregio in Città Vecchia, e non è un caso. Questo però significa che lo stesso Governo deve avere la capacità di investire sul nostro territorio, come sta facendo, ma soprattutto per Taranto significa la capacità di costruire una filiera istituzionale che parta dall’Amministrazione Comunale e arrivi alla nostra Regione Puglia e dalla Regione Puglia poi questa filiera possa continuare anche con il Governo nazionale. È in questo modo che si possono utilizzare le risorse importanti capaci di disegnare quel tanto auspicato profilo di Taranto Città del Mediterraneo.

 

In assenza dell’Università autonoma molto spesso le scuole si sono fatte carico di un ruolo di supplenza nella promozione culturale del territorio.

Credo che le esperienze di alternanza scuola-lavoro – ora si chiamano percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento – abbiano significato restituire ai giovani il protagonismo culturale nel territorio. Tutta la scuola ionica è stata protagonista di questo cambiamento, di questo protagonismo giovanile che si è tradotto in prodotti didattici di grande interesse culturale. Ad esempio, noi abbiamo potuto anche organizzare “Corto Due Mari”, il festival del cortometraggio del mare, che abbiamo volentieri realizzato assieme al Comune di Taranto e alle istituzioni, enti e associazioni del territorio, nella speranza che dopo questo lockdown possa anche esserci una seconda edizione. E pensiamo alla stessa Marina Militare, in cui oltre 700 alunni sono impegnati ogni anno, con particolare riferimento all’Arsenale Militare, in attività di valorizzazione di questo straordinario centro produttivo e sociale del nostro territorio. Senza dimenticare anche la valorizzazione del MArTa e delle tante realtà culturali, architettoniche, paesaggistiche, ambientali del nostro territorio.

Questo ha significato dimostrare ancora una volta che i nostri ragazzi, i nostri alunni, i nostri giovani sarebbero pronti, se ci fosse un’Università a Taranto, a mettere il piede su quell’accelerazione culturale e socio-economica sulla quale credo ormai tutti noi riponiamo attese e speranze significative.

 

Lei ha menzionato prima i Giochi del Mediterraneo, e anche dalla classe politica vengono individuati come la scadenza simbolo entro la quale dovrà essere realizzata in maniera importante la riconversione economica e culturale del nostro territorio. Lei come se la immagina Taranto nel 2026?

Me la immaginerei innanzitutto rigenerata dal punto di vista urbanistico. Abbiamo ancora una Città Vecchia di straordinario interesse che merita di ritornare ai suoi splendori. Un gioiello che ancora non riusciamo a valorizzare, ma so che l’Amministrazione sta lavorando intensamente in questa direzione. Immaginerei la presenza ad esempio di un porto non solo commerciale ma anche turistico, e anche in questo senso i percorsi crocieristici stanno conoscendo un ulteriore sviluppo. Immaginerei un territorio ben servito dalle linee ferroviarie, sempre più necessarie per non essere tagliati fuori dalla grande mobilità nazionale, ma mi aspetterei anche l’attivazione di un aeroporto passeggeri capace di valorizzare non solo la nostra città, ma tutto l’arco jonico, in particolare anche in riferimento alle nostre cittadine e città che si affacciano sulle murge tarantine, specialmente Martina Franca e Grottaglie. Soprattutto, una città che possa vantare un’Università autonoma, capace di costruire la sua classe dirigente, rimanendo qui a lavorare sul territorio, progettando un percorso di crescita e di sviluppo capace, poi, di misurarsi con le grandi sfide.

 

Rispetto a tutti questi scenari, purtroppo, c’è in città una certa disillusione. Lei cosa risponderebbe a questi concittadini?

Bisogna rispondere con i fatti, passare dai progetti alla realizzazione. Quando nella Città Vecchia saranno operanti dieci, cento, mille gru allora si capirà che la città è in marcia sul serio. Quando avremo navi da crociera che attraccheranno nel nostro porto allora capiremo che qualcosa cambia. Quando avremo l’opportunità di raggiungere tutto il mondo velocemente percorrendo i pochi chilometri che ci dividono dall’aeroporto di Taranto-Grottaglie – questa è la denominazione esatta – allora ci sentiremo parte integrante di un mondo globale, perché è inutile nasconderlo, raggiungere Taranto è difficile, sia per gli scarsi collegamenti ferroviari che per quelli aerei.

Soprattutto, la città sarà in movimento quando potrà diventare una meta turistica per le navi da crociera, visto che possiamo anche offrire peculiarità storico-culturali uniche al mondo, e quando riuscirà a riconquistare la sua anima spartana, di una comunità coesa, capace di fare fronte comune.

 

Lei ha detto che i giovani tarantini potrebbero essere pronti a investire sul nostro territorio. Che augurio fa alle nuove generazioni che passano attraverso queste aule e ai ragazzi che hanno appena sostenuto la Maturità?

Per me è sempre un grande dolore vedere questa strana maledizione dei parteni, essere costretti sempre a partire verso altri luoghi che non siano quelli della madrepatria

Che, per chi non lo conoscesse, è un riferimento al mito della fondazione di Taranto da parte dei parteni venuti da Sparta.

Partiti per necessità economiche, di risorse del territorio che necessitavano di essere sostenute mandando i giovani a esplorare nuove terre. Tra Taranto e Sparta per secoli ci fu una bellissima condivisione. Ecco, io mi auguro che i giovani che partono poi possano riuscire a riallacciare rapporti sempre più stretti con la loro città, dando anche il necessario supporto intellettivo, creativo e culturale al rilancio di questa città che è stata ed è culla di civiltà.


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2 Commenti a: Università, «Giovani pronti ad accelerare»

  1. Gico

    Luglio 12th, 2020

    Il Preside evidenzia la parola ” PARTENI” e a mio avviso racchiude il comportamento dei tarantino cioè partire per altri lidi alla ricerca di fortune invece di battere i pugni sui tavoli che contano per ottenere ciò che gli spetta. Prima di rifare Taranto bisognerebbe rifare i tarantino. L’ Università bisogna volerla, dal primo cittadino all ‘ ultimo facchino, remando in maniera coordinata , senza aspettare che scenda dall’ alto come manna dal cielo.

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  2. Fra

    Luglio 13th, 2020

    Il preside è un sognatore come me ,le illusioni sono giochi di prestigio non adatti alla città di Taranto . Una città fondata sulla cultura della spazzatura ,dei clandestini ,dei tossici ,degli strafottenti non potrà mai essere mai coesa. Siamo in disaccordo su tutto ,i genitori investono tanto denaro per mandare i figli lontano da questi scenari ,da questa delinquenza ,da questa ignoranza . Per non parlare della città vecchia ,aspettiamo di essere sparati davanti un portone ,o di crollare insieme ad un palazzo ; vederci inondati di acqua dal balcone mentre si passeggia o di vedere i sorci Squittire tra le viuzze del borgo antico ,o assistere alle liti furenti delle donne di buona creanza ,o ai parcheggi abusivi. Tempo perso la gente vuole scappare via , la città degli spartani ,ma mi faccia il piacere ,loro erano guerrieri noi siamo carne molla a confronto . I giochi del mediterraneo non abbiamo una palestra adeguata che il sottosegretario ha concluso di usare i palazzetti di Brindisi e Lecce ,ma di cosa parliamo . Facciamo l’acquario non so in quale secolo e in che modalità ,non ci sono parcheggi ,non ci sono i mezzi Pubblici ,non ci sono i treni , l’aeroporto che speranza volete dare a persone che hanno la fortuna di avere un cervello . I geni scappano via da questo inferno ,le altre città offrono servizi che Taranto si sogna ,il regresso non fa parte di chi ha facoltà eccelse ,non parleremo mai di progetti che non sappiamo quando si realizzeranno o se mai si faranno . Una cosa è sicura Taranto non ha futuro ,parliamo di shuttle ma uno studente non ha i soldi per prenderlo e neanche i cittadini ,mentre chi finanzia le ong si ,attori da strapazzo che speculano sulla vita delle persone quando in Africa ci sono posti all’avanguardia che noi tarantini possiamo solo sognare .

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