Una “mini Ilva” non è farneticare…

 

Se proprio questo stabilimento deve restare in piedi, allora si può pensare a un suo ridimensionamento. Magari pensando al molto spesso richiamato 'modello Linz'
pubblicato il 03 Luglio 2020, 17:01
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Vicenda ex Ilva, la situazione è al limite del caos. Diciamoci la verità: il braccio di ferro tra il Governo e ArcelorMittal rende sempre più incerto il futuro non già dello stabilimento siderurgico ma di un’intera economia del territorio. Con tutte le conseguenze del caso.
Ora, qui non parteggiamo per nessuno: dipendesse da quel che pensiamo da sempre, quello stabilimento potrebbe chiudere anche oggi. Per tutte le sofferenze che ha dovuto sopportare e sopporta la comunità. Nei corpi e nei portafogli.
La realtà dice però che la storia dell’acciaio di Taranto deve, purtroppo, continuare: inutile girarci intorno. Perchè qui ormai da anni si può decidere e incidere poco, come usa dirsi in strada “i biglietti si fanno altrove”. Scusate la crudezza, ma è innegabile.
Allora, cosa sta succedendo? Chi segue da vicino le vicende dell’ex Ilva s’è reso conto che il Governo attuale s’è infilato in un vicolo quasi cieco: vuol salvare le migliaia di posti di lavoro, vuol mantenere livelli di produzione “come ai bei tempi”, vuol salvaguardare l’ambiente, vuol entrare per questo nella governance dello stabilimento e per questo stringere un patto… d’acciaio con l’attuale gestore. ArcelorMittal, che non dimentichiamo è un colosso mondiale del settore e pertanto ragiona in modo differente rispetto ai desiderata di politici e comunità, da mesi gioca come il gatto col topo, forte di accordi che modifica a piacimento perchè di fronte ha una controparte piuttosto debole, seppur quest’ultima non riesce proprio ad ammetterlo. In pratica, le non troppo velate “minacce” di abbandono del sito da parte di ArcelorMittal trovano spago proprio perchè il Governo non riesce ad avere la barra dritta e teme ripercussioni popolari (e politiche) non proprio controllabili.
Quindi? Come se ne esce? Al netto delle iniziative che alcune Istituzioni territoriali stanno assumendo contro ArcelorMittal, le cui conseguenze sono tutt’altro che decifrabili (domani, sabato, c’è una conferenza stampa congiunta di Comune, Camera di Commercio, Provincia, Sindaci dell’Aea di crisi), ci chiediamo se non sia giunto il momento di pensare a una “mini Ilva”. E cioè: ridimensionare lo stabilimento e studiare un piano occupazionale degno di tale nome.
Una boutade? Nemmeno troppo. Visto e considerato che certi numeri impressionanti non sono più gestibili (15mila lavoratori tra diretti e indiretti), che la produzione di acciaio mondiale non richiede ormai da tempo il mantenimento di un impianto mastodontico come quello tarantino, visto che non si riesce proprio a renderlo ecocompatibile (per dimensioni e costi, ma non solo), non sarebbe allora il caso di prendere in considerazione un ridimensionamento degli impianti?
Non siamo tecnici, ma certamente comprendiamo come pensare a una “mini Ilva” potrebbe accontentare quasi tutti, guardando all’acciaieria di Linz (in Austria) tante volte portata quale esempio di perfetta convivenza tra esigenze di produzione e ambiente pulito.
Una “mini Ilva” significherebbe certo ridurre il peso occupazionale, diciamo si ridurrebbero a circa 5mila lavoratori a occhio e croce: quale occasione perciò per costringere ArcelorMittal a contribuire nella ricollocazione degli eventuali esuberi, soprattutto se lo Stato entrasse – così come intende fare – in società e quindi con soldi dei contribuenti italiani?
Stiamo farneticando? Può darsi. Ma dal 2012 ad oggi chi ha farneticato di più in questa vicenda senza mai risolverla, anzi dilapidando qualche nostro miliarduccio d’euro? Insomma, se questa tristissima storia non s’affronta per le corna come il toro, non si troverà mai una soluzione accettabile da parte di tutti: Stato, azienda (anzi, questa ne guadagnerà, statene certi!), lavoratori, comunità.
A Linz, senza entrare troppo nei dettagli, agiscono tre altiforni e il ciclo è integrale esattamente come a Taranto. Da anni lavorano freneticamente e continuamente perchè il livello di emissioni sia talmente basso che non incidono più ormai da tempo sulla salute dei cittadini, cercando di mantenere una produzione di qualità e sempre a certi livelli (azienda, enti del territorio e dipendenti operano insieme per raggiungere gli obiettivi). Ci chiediamo: da quando è esplosa l’inchiesta della Magistratura (‘Ambiente Svenduto’) sono passati 8 anni, e del tutto inutilmente. Si vuole trascinare ancora questa dannata storia per tanti anni, senza mai dare una risposta seria e vera a un territorio che sta pagando a caro prezzo l’inconsistenza della politica italiana?
E allora, se proprio questo ‘mostro d’acciaio’ deve sopravvivere (perchè l’Italia ha firmato trattati europei sul mercato del’acciaio stesso, o forse perchè ha troppa paura di dire “basta!” per non scontrarsi con chi nel lavoro ci crede), si affronti una buona volta la possibilità di ridurne la grandezza, con un piano concreto di ricollocazione dei lavoratori e recupero di quelle aree che diverrebbero inutili. I quattrini? Lo Stato dovrà sborsarne parecchi per entrare in società con ArcelorMittal: a quel punto, però, da quest’ultima può pretendere di disegnare, insieme, un futuro diverso per questa terra. Una sorta di “do ut des” a beneficio di Taranto. Se invece i principi della trattativa restano sempre quelli di cui sopra, allora a farne le spese, ancora una volta, saranno proprio i cittadini di Taranto. E lo Stato resterà schiacciato dalla sua debolezza.

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Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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