Silvia, il Covid, il ritorno a casa e… voglia di mare

 

L'infermiera tarantina in servizio all'ospedale di Padova ci racconta la sua breve vacanza nella nostra città
pubblicato il 21 Giugno 2020, 09:14
6 mins

“Quando tutto questo sarà finito, di sicuro la prima cosa che farò sarà ritornare nella mia terra, respirare l’odore del mare e riabbracciare così forte la mia famiglia da togliere il fiato”. Così riferì nei mesi scorsi, nella sua testimonianza, Silva Seclì, l’infermiera tarantina in servizio nell’ospedale di Padova, una delle zone calde della pandemia. Così è avvenuto, approfittando di alcuni giorni di ferie dopo il notevole allentamento della stretta del coronavirus. L’abbraccio con i familiari c’è stato, ancor di più con la sorella Giulia cui è molto legata. E c’è stato anche il tempo per rivedere il mare: “È stata – dice – una delle prime cose che ha fatto appena giunta a Taranto, godendo di una bella boccata di salsedine! Mi è mancato molto e quasi non mi sembrava vero poterlo rivedere. Non ho fatto il bagno, ma solo per la mancanza di tempo. Ho visto tante persone sulla spiaggia a prendere il sole, cercando di mantenere la distanza l’una dall’altra: ma è ovvio che non si può seguire tutto alla lettera”.

Silvia Seclì racconta dei mesi precedenti, trascorsi a combattere il temibile virus: “Pur con turni regolari e l’osservanza dei turni di riposo, l’impegno richiestoci è stato molto duro e stressante, ma ci abbiamo messo tutta l’anima. Ho trovato conforto, oltre che nei miei colleghi, nella famiglia e negli amici, contattati attraverso le videochiamate. In quel periodo è come se tutti quanti avessimo il bisogno di sentirci più vicini, pur a chilometri di lontananza”.

“Ci sono state delle situazioni forti che ci hanno indubitabilmente temprato – ricorda – In particolare è stata dura convincere i familiari degli ammalati, una volta concesso loro di entrare in reparto, a rispettare determinate regole, per il bene di tutti – spiega – Distanziati dal vetro, solo una persona per volta, il contatto era assicurato solo telefonicamente. E quando il ricoverato era sprovvisto di cellulare, glielo procuravamo noi”.

“Il fatto di dover indossare i dispositivi di protezione, bardati come un astronauta, ci procurava molto disagio quando stavamo a contatto con il paziente il quale, a sua volta, avvertiva particolarmente il distacco con noi sanitari. E questo lo faceva sentire doppiamente malato. Umanamente non era una situazione piacevole, ma diversamente non si poteva fare – racconta – A tutto ciò cercavamo di ovviare, come meglio potevamo, rivolgendo parole di conforto e di speranza”.

Silvia Seclì narra delle tante guarigioni cui ha assistito (“Ogni volta era una grande gioia!”) ma anche di quanti non ce l’hanno fatta. “Ho assistito spesso allo spegnersi di una vita: e ogni volta il dolore è fortissimo”.

Spazio nel suo resoconto anche per il rapporto con i colleghi, che l’infermiera tarantina definisce, professionalmente e umanamente, molto bello, in cui ognuno non si è risparmiato nel venire incontro alle esigenze e alle difficoltà dell’altro: “Siamo stati davvero un bel gruppo, in caso contrario non saremmo andati da nessuna parte. Vivevamo una situazione molto difficile e tra di noi ci facevamo coraggio. Portavamo questa preoccupazione anche a casa, per la paura di poter infettare quanti incontravamo. Contrariamente a quanto avvenuto altrove, nel mio condominio non ho avvertito ostilità, o almeno non me l’hanno mai esternata, anche se ciò sarebbe stato, in parte, comprensibile”

Per quanto riguarda il Veneto… “Zaia, il presidente della Regione, si è mostrato in possesso di un’ottima leadership, facendo effettuare quanto più possibile i tamponi. Nelle città ora si vive con un certo abbassamento della guardia. Anche se è comprensibile il desiderio di normalità, dall’altro preoccupa un po’”.

Al Sud, invece… ”La situazione dei contagi – dice – è stata davvero più contenuta rispetto al Nord. In Puglia in particolare siamo stati bravi nel rispettare le regole. Certo, anche qui si tende a non usare la mascherina, anche se capisco che adesso più difficile a causa del caldo. Però il dispositivo di sicurezza va indossato almeno nei luoghi chiusi e quando non è possibile mantenere la distanza interpersonale”.

E per il futuro… “Si parla di una seconda ondata in inverno, ma ci auguriamo che non si ripresenti con la stessa forza. In ogni caso, siamo premuniti. Prima vi eravamo impreparati per la mancanza di un sistema di tracciamento efficace e che ora invece è ben consolidato, grazie anche ai test veloci oltre che ai tamponi. Senz’altro non vivremo quelle tragedie degli ultimi mesi. Andrà ancor meglio, ovviamente, con le cure appropriate e soprattutto con il vaccino, che sembra di prossima uscita”.

La prima cosa fatta da Silvia dopo il lockdown: “Andare con il mio fidanzato in un locale a mangiare una pizza, una cosa prima così banale e che poi a lungo ci è sembrata irrealizzabile – risponde – Certo, adesso anche io mi muovo con una certa prudenza, quando entro nei bar per un caffè oppure in un negozio per scegliere una magliettina. Giocoforza, inoltre, abbiamo tutti imparato a evitare gli abbracci, le strette di mano, a baciarci, com’è usuale per noi del Sud”.

Le chiediamo se torneremo ad abbracciarci… “Ma sì, penso proprio di sì risponde sorridendo – Ma non subito!”

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